Tempo liberato – prefazione

Luigi Scorrano prefazione aTempo Liberato di Luciano Provenzano, ed. Centro Culturale Pensionante de’ Saraceni, Caprarica di Lecce, 1985

 

La poesia deve camminare con i propri ‘piedi’.

Questa, in tempi in cui la ‘regolarità’ del verso è generalmente accantonata, può risultare una battuta frigida. Non è, dissipiamo ogni possibilità di equivoco, questione di metri che abbiano i ‘piedi’ a posto per non risultare zoppicanti. Sotto questo aspetto una poesia claudicante potrebbe risultare l’unico correlativo oggettivo di ciò che rappresenta: un mondo che barcolla. La nostra affermazione ha una portata più modesta; vuol dire solo che un libro di poesia (come, del resto, qualunque libro), se ha qualcosa da dire deve poterlo dire in forza della propria qualità, della propria capacità di registrare e rivelare quella zona di realtà che, per quanto sia territorio del nostro vivere quotidiano, può sfuggirci.

Ci dà questo il lavoro che Luciano Provenzano propone nel suo ‘libro poetico’ ?

Il poemetto è Tempo liberato. Il titolo sembra gravato da una suggestione a metà tra un titolo illustre (il Tempo ritrovato di Proust) e uno slogan ottimista di anni fa ( Tempo libero tempo liberato): ma forse non ha alle spalle né una cosa né l’altra. Se mai il poemetto mostra anch’esso, come tante prove che da ogni parte nascono, quel fondamentale e irrinunciabile bisogno di affidare alla poesia, a una forma di parola mediata, quel che non si riesce a dire (o che dire non si può)  attraverso una più immediata trasmissione della parola.

La poesia, in tal modo, è assunta contemporaneamente come schermo dietro il quale celarsi e come luogo unico in cui la barriera del pudore può essere saltata e in cui ci si può mostrare nella propria verità. E’ chiaro, però, che questa verità è sempre di secondo grado, è una verità proposta per ‘figure’ (e s’insinua anche qui l’ ambiguità propria del discorso letterario: ‘figure’ umane o solo tropi?).

Questo modo di proporre la propria verità è anche di Luciano Provenzano; è anche il suo una sorta di percorso inevitabile che ‘obbliga’ chi lo compie più di quanto non si lasci ‘obbligare’. E ancor più ‘obbligante’ è la struttura e misura del poemetto, della composizione che, riunendo tutto intorno a un ‘tema’ da svolgere in misura più larga di quella di una breve lirica, comporta il rischio di cedimenti e di sbavature, di raccordi strutturali non ben saldati a sostenere l’insieme. Provenzano si sforza di evitare, per quel che può, questi rischi (certo, non li evita totalmente) e stringe il tutto del suo lavoro in una immagine fondamentale – quella di una successione temporale notte-giorno con espansioni in misure più ampie: passato-presente – e lascia che su di essa, o intorno ad essa, proliferino impressioni, ricordi, speranze, timori, angosce e acquietamenti: il tutto di una vita che, per essere di uno, non rispecchia meno –per tanti aspetti – quella ch’è la vita comune.

L’ alternarsi di immagini-tempi ( giorno e notte, passato e presente, infanzia e maturità) consente di percorrere, per tratti salienti, una vicenda di sentimenti più che di fatti, di soprassalti della memoria e di penose riflessioni sul presente. In queste talvolta emerge un’amarognola notazione ironica quando si attua la frizione tra solennità degli elementi e indifferenza umana («Saluta il/sole / lo starnuto»), o quando si registra una finalizzazione ‘economica’ anche di ciò che all’economico in senso stretto non appartiene (« …l’ attenzione un / lusso da concedere / raro e solo a chi di / interesse»). Anche l’io parlante finisce per lasciarsi coinvolgere (o solo tentare?) dal gioco di prospettive ribaltate: «Al caso m’affido / anche se è / lui ormai a / fidarsi di me / bendato com’è».

Di là dall’ironia, ciò che emerge è un senso di smarrimento, tema antico ma rinnovato per ogni uomo che si trovi sgomento a interrogare l’oscuro groviglio della realtà: «I miei passi / rileggo / smarrito / / Mi rivolgo / alle stelle che / orientarli / potrebbero / se a leggerle / soltanto / imparassi».

La tentazione più forte è quella di trovare rifugio almeno nel certo, nel passato come ambito noto e rassicurante. La marcia indietro delle lancette dell’orologio ( « …lentamente / senza ticchettio / la lancetta oscilla / dirigendosi all’indietro / [ …] / / …una / e …ancora un’altra / piccola movenza / spinge la lancetta / verso il/cinque») indica il moto di regressione al nido difeso dell’infanzia, a una gioia di piccole cose, a dolori facilmente consolati.

C’è qualcosa di convenzionale in una simile rappresentazione, ma il convenzionale un po’ dolciastro è una sorta di preludio all’orrore, al risvegliarsi –nell’adulto d’oggi – di un’angoscia contro la quale non basta la difesa di negazioni esorcizzanti ( «non è …/ non è. ../ non è. ..»). L’angoscia è quella suscitata da un abisso di negazione che ci sta spalancato davanti e contro cui s’erge il «no» di coloro che ‘dal basso’, dal livello dell’uomo della strada, levano il loro grido contro le catastrofi preparate dalla cecità del fanatismo o del potere.

La conclusione del discorso di Provenzano è, in apparenza, banale; ma occorre apprezzare la ‘forza della banalità’  che può essere anche esigenza di certezze in un mondo che più fatica a costruirsene e meno sembra realizzarne e afferrarne.

 

Il disegno della copertina ed
altri 4 disegni all’interno sono di Lucio Conversano

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