Luciano Provenzano, appunti per “Cadenze per la fine del tempo” di Vittorino Curci

con Vittorino Curci a Serrano – Carpignano Salentino (Lecce), luglio 2023

Gioca con inquietudini il titolo: “Cadenze per la fine del tempo”: Armagheddon della storia o personale risvolto esistenziale?

Poesia fantastica che da ogni angolo d’immagine trae un riflesso discorsivo capace di far catapultare in uno spicchio di realtà riconoscibile. Poesia non facile, invisibile talvolta a prima vista, perché nascosta, ma affatto ermetica, poesia concreata impastata fra ore e giorni d’esperienza e di vissuto, impastata di realtà, che smuove per essere cercata, giacché c’è,  l’onda impetuosa , ma occorre venire a prendere.

Trasferito senso visivo di ciò che l’animo coglie immediato

Poesia troppo presa a nascondersi ma di fatto intenta a scavare più a fondo a cercare una parola ancora per non morire.

Poesia devastata dalle circostanze del vivere, disperata, senza aria per sopravvivere a se stessa: muore per dire che si muore.

La spola fra un mondo e un altro, per uno nuovo che s’apre.

Determinata chiusa ma che si aprire se bussi

È una poesia che non fa ridere, ché ogni tanto vorrebbe far ridere ma la tristezza è tale che non viene di farlo.

Da dove tante immagini, emozioni, parole per dire di esistere, o non?

Da rileggere per cogliere il non senso del tutto che l’attraversa: una poesia che spacca se stessa, s’immola per dire che comunque c’era, c’è stata, forse ci sarà.

È una poesia disperata, senza esito, senza futuro, vive per se stessa, alla ricerca di se stessa, si arrampica sugli specchi a cercare se stessa, e quando si trova si dispera perché non voleva trovarsi.

Cercare fra immagini la traccia onirica che conduce ad una parvenza di senso, e quando lo trova lo riduce in frantumi.

Ma tante parole per dire cosa? C’è un cuore che batte dentro? Sarà in libera uscita ogni tanto? O è sempre coperto, infangato, nascosto? Liberate quel cuore!

Un sussulto, un guizzo: la banalità quotidiana è asfissiante. Cerco un oltre fra immagini che scaturiscono ad ogni impulso nella miniera  della mente. Cerco l’adesso gravoso e impetuoso;  e giungervi ad aprirlo, darlo immediato, nudo, pur talvolta ramingo  ma reale.

So di te, del tuo nutrire il verso col reale, di sguardi e incontri, dell’innocenza della tua ricerca, che la tua parola è vera, ne sono testimone.

C’è un verso dove, s’intuisce, cerca di uscire, ma è più forte di sé: chiudere subito che non entrino spifferi a disordinare quel caos.

È poesia del reale, non sfugge, non si tira indietro né va oltre, lo perfora, lo coglie nell’essenza, quella lacrima pure.

Ma c’è speranza, quel tanto almeno? Non si gira altrove nel cercarla, non le sfugge quando la incontra, anzi la bacia.

Da dove tante parole ed immagini? Susseguirsi di fiotti dell’animo; onirismo quel tanto, ma poi tutto il resto? Invenzione del presente immediato offerto a caro prezzo, anzi regalato del tutto, buttato in faccia a chi non vuol sentire: io comunque dico quel che ho da dire!

Intrecciare il reale col fantastico, in quel preciso istante, e vedere che ne esce: un beverone per animali al pascolo: puoi andare anche più in là e sognare.

La cultura è regina, il sapere le coordinate, le uscite e le entrate, ad ogni passo un segno di ciò ch’è stato e non torna se non richiamato in vita a risorgere.

“Il vento è indossato come un cappotto”, la trovata più astuta per non avere più freddo, finalmente al riparo.

Poi la rileggi, perché dicono di noi, s’intuisce, si coglie, ma alla rilettura cogli meno che la prima, allora ti dai per disperso e passi avanti.

Ti vorrei abbracciare ma non posso, non arrivo a domani per abbracciarvi tutti, ma intanto qualcosa te la dico: come puoi anche tu restare appeso nell’attimo che corre o divincolarti e giungere avanti: io te l’ho detto!

Qualcosa esce a furia di stringere, e non sarà domani, e neppure oggi, ieri pieno, di tanta nostalgia, e la rivolto in assenza che parla e sorprende ancora.

Mente fluente di pensieri irradiati sul foglio.

E rileggere quanto appena letto per non essermi perso qualcosa; poi rileggi la stessa parola e pensi che in essa te ne stai perdendo un’altra che in essa è racchiusa.

Luciano Provenzano

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Il libro: https://musicaos.org/cadenze-per-la-fine-del-tempo-vittorino-curci-poesia-38/

#premiostregapoesia

Lettura e vibrazioni con Vittorino, Maglie (Le), Galleria Capece, 29/03/2023 : https://youtu.be/ik6teM36pNk

Foto: https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=727053492498146&id=100055805047853 

Vittorino Curci: presentazione della raccolta poetica Condensazione di Luciano Provenzano

 

Vittorino Curci per Condensazione 
di Luciano Provenzano, Edizioni “Il Laboratorio”, Parabita, 1988,
Pubblico incontro, Parabita  10 marzo 1990

Premetto che non farò un intervento critico su “Condensazione” . Sono qui nella veste del poeta/amico, del testimone di parte, del militante passionale. Il che significa che non andrò, come si dice, per il sottile.

Luciano Provenzano, io e alcuni altri poeti della stessa generazione (come Raffaele Antini di Foggia, i salentini Fabio Tolledi e Salvatore Torna, che ci ha lasciato qualche anno fa, i giovani baresi che ruotano intorno alla rivista “Escamotage”, altri ancora sparsi qua e là come Pino Dentico di Gioia del Colle, Francesco Giannoccaro di Monopoli, ecc.) costituiamo oggi in Puglia un piccolo drappello di ostinati combattenti per l’affermazione di una nuova idea di poesia. Vi chiederete: “nuova” rispetto a che cosa?

Essenzialmente -questa la mia, la nostra risposta – rispetto a una tradizione svuotata e imperturbabile nonostante le profonde trasformazioni sociali e antropologiche del tempo. Con questo non voglio dire che siamo organizzati in una specie di gruppo. Il nuovo che esprimiamo è un processo non intenzionale, una evidenza registrabile solo a posteriori e per la quale, da un capo all’altro della regione, ci siamo poi incontrati.

Ogni poeta in questo drappello ha una sua precisa fisionomia. Ognuno si è costruito una sua poetica che è profondamente diversa da quella dell’altro. Il dato che ci accomuna l’abbiamo scoperto in un secondo momento, constatando che il nostro lavoro si stava allontanando sempre più dalla cosiddetta tradizione, sia quella mediocre di una sana poesia di provincia “genuina” come i prodotti della terra, un po’ citrulla ma onesta e senza grandi pretese, sia quella orfica, nazional-impopolare, vagamente ispirata e finta, che si diparte dal cuore più milanese (e milanista-berlusco-mondadoriano) della storica e stanca linea lombarda.

Le quasi quotidiane invettive del povero Toma contro i vecchi e nuovi appaltatori della Poesia Italiana Contemporanea non erano poi così infondate. Più passa il tempo più mi convinco che Totò avesse capito tutto e che la sua reazione istintiva, in termini anche di scrittura, sia tuttora valida e praticabile.

Lontano dagli interessi della società spettacolo, quel poco di poesia che oggi in Italia viene pubblicato e distribuito professionalmente, è nelle mani di un paio di combriccole letterarie che, tra Roma e Milano, si muovono con la stessa logica delle oligarchie politiche. La gestione dei contratti editoriali è affidata alle regole auree del “ciò che lasci è perduto”, del “do ut des”, del “uno a me, uno a te e questo” (vi lascio immaginare il gesto) “agli altri”. Tra non molto, sono convinto che, così come accade in altri settori, anche in poesia avremo il fenomeno della figliolanza d’arte: il grande poeta Tizio figlio del grande poeta Caio.

Se a Milano, nello stesso condominio è possibile trovare due o anche tre poeti insigni, degnissimi delle attenzioni di Marco Forti o di Giovanni Raboni, al Sud, per centinaia e centinaia di chilometri quadrati, state pur certi che non esiste un solo poeta meritevole di essere letto e conosciuto. Chi ha la sventura di nascere da queste parti, il velleitario di queste aree depresse, è bene che non si sforzi più di tanto. Per i prossimi vent’anni almeno, i giochi sono belli e fatti. Rassegniamoci quindi e godiamoci lo spettacolo dei più caparbi, (alcuni dei quali hanno anche tentato l’iscrizione alla Lega Lombarda…).

Nell’attesa di tempi migliori c’è chi bestemmia come un turco e chi invece, nella condizione  assolutamente libera in cui si trova, scopre i sapori di una strana felicità.

Dopotutto, dove sta scritto che i giochi sono chiusi? Chi potrebbe seriamente arrischiare, a prova di pernacchia, un giudizio definitivo sulla poesia del nostro tempo? Su, siamo seri! Forse le cose sono molto più semplici di come le pensiamo. Ad ogni modo, ciò che mi preme ricordare è che in queste zone depresse della poesia è possibile imbattersi talvolta in poeti straordinari. E il fatto che siano trascurati dall’industria culturale, ce li rende ancor più graditi.

Io e Luciano ci siamo conosciuti durante una singolare manifestazione da me ideata: una 24 ore non stop di poesia dal titolo “Dalle cinque della sera”. Si è tenuta per due soli anni, nel 1986 e ’87, a fine primavera, in una masseria settecentesca della campagna di Putignano. (Un fatto curioso: il nome della Masseria è Monterosso, identico cioè al nome della località della riviera ligure dove Montale scrisse buona parte di “Ossi di seppia” .Non so se la nostra Monterosso produrrà nel tempo capolavori della stessa portata ma di sicuro le amicizie letterarie che ha consolidato costituiscono per noi valori di non trascurabile importanza.)

La manifestazione cominciava alle cinque del pomeriggio del sabato e, con letture continue, si procedeva ininterrottamente per ventiquattro ore fino alle 17 della domenica. Naturalmente vi erano momenti con grande partecipazione di pubblico, ed erano quelli più contesi dai vari poeti per mettersi in mostra. I problemi sorgevano a notte fonda, all’alba, alle prime ore del mattino quando la maggior parte del pubblico e dei poeti andava via.

E’ lì che è nata la mia amicizia con Luciano, nelle zone d’ombra segnate dalla spettacolarizzazione della nostra esperienza, nel momento più difficile in cui, lottando contro la stanchezza, il sonno e chissà quante altre cose, dovevamo sforzarci di mantenere accesa la piccola fiammella della poesia e, con essa, lo spirito stesso, quasi  agonistico, della manifestazione. Da allora ci siamo incontrati più volte per realizzare insieme qualche progetto editoriale (come il fascicolo di Bosco delle Noci da me curato sulla “Poesia in Puglia: Anni Ottanta e Sesta generazione”) o per alcune letture in vari paesi della regione: a Corato, a Turi, e anche qui a Parabita, alcuni anni fa, d’estate, nella villa Comunale.

“Condensazione”. Nella breve ma succulenta nota di poetica che chiude il libro leggiamo che lo spazio della poesia è “il tratto di congiunzione fra sogno e realtà”. In questo senso la parola è il dono che nasce dal rischio, dal continuo smarrirsi e ritrovarsi del poeta, dello sforzo che egli compie di toccare “l’attimo che si dilata e si espande”.

Per accostarsi alla poesia di Luciano è necessario spogliarsi di ogni pregiudizio. La sua parola nasce dal silenzio della vita, da una determinante assenza di memoria.

Chi pronuncia quella parola è un io-noi che ha cognizione delle sue forze e ha scoperto che è possibile scoprire.

Tutto quindi risuona come fosse la prima volta. Il quotidiano diventa la meta di un lungo viaggio nello spazio e nel tempo. La lezione, più o meno, potrebbe essere questa: quanto più ci estraniamo dalle regole della comunicazione poetica tanto più ci ritroviamo impregnati di umanità e partecipi di un destino più grande.

I testi mi danno l’idea di parole distillate una dopo l’altra con la serenità, la gioia e l’incoscenza di chi non vuole distaccarsi dalle strade luminose del presente e non si preoccupa affatto di trovarsi un albergo per la notte. Vi percepisco la suggestione di paesaggi indagati con gusto geometrico e senza furore. 

Sorvolo sui temi per richiamare brevemente l’attenzione sul momento musicale, sulle martellanti irregolarità dei versi. Si tratta per lo più di versi brevi, spesso composti da una sola parola. Ciò imprime al testo un particolare, andamento ritmico, direi – grosso modo – solenne e tragico.

La scansione nitida delle sequenze accresce uno dei caratteri peculiari di questa poesia: la sua vaga e sofferta religiosità. Al contrario di quanto fanno di solito i poeti orfici, campioni di nascondimento, Luciano è un poeta della rivelazione. Mi fermo qui. Oltretutto l’evidenza della poesia non può essere spiegata. Ancor meno giustificata. Marina Cvetaeva ha scritto: “Non concedo a nessuno il diritto di giudicare i poeti. Perché nessuno sa. Soltanto i poeti sanno, ma loro non giudicano mai”.

E’ sufficiente leggerle, le poesie di “Condensazione”, e possibilmente ad alta voce, per rendersi conto dell’intelligenza che le sorregge. Ma non si tratta solo di intelligenza, che da sola non basta per aversi una poesia di valore, c’è pure in esse quel momento di sintesi emotiva che tanta poesia di oggi sembra aver smarrito.

Un poeta che si pone e trova soluzioni a problemi del genere è un poeta che ha navigato a lungo e che, soprattutto, ha chiuso i conti con i notai della tradizione.

Questo non vuol dire che la tradizione sia stata rifiutata. E’ stata semmai assimilata e condotta, per gli aspetti più convincenti, all’interno di nuove poetiche che nessuno si illude siano le migliori di questo mondo. Più problematiche, forse, sì. E anche più rischiose.

Del resto, che divertimento ci sarebbe a scrivere versi se poi non si corresse qualche rischio? C’è al riguardo un prezioso insegnamento di Faulkner: “Io giudico la riuscita di un’opera dal rischio del fallimento che essa comporta”.

Un insegnamento che, a quanto pare, Luciano ha fatto abbondantemente suo. 

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Il disegno di copertina ed altri 4 all’interno del libro sono di Pietro Lusvardi

Luigi Scorrano: prefazione a Tempo liberato di Luciano Provenzano

Luigi Scorrano prefazione aTempo Liberato di Luciano Provenzano, ed. Centro Culturale Pensionante de’ Saraceni, Caprarica di Lecce, 1985

 

La poesia deve camminare con i propri ‘piedi’.

Questa, in tempi in cui la ‘regolarità’ del verso è generalmente accantonata, può risultare una battuta frigida. Non è, dissipiamo ogni possibilità di equivoco, questione di metri che abbiano i ‘piedi’ a posto per non risultare zoppicanti. Sotto questo aspetto una poesia claudicante potrebbe risultare l’unico correlativo oggettivo di ciò che rappresenta: un mondo che barcolla. La nostra affermazione ha una portata più modesta; vuol dire solo che un libro di poesia (come, del resto, qualunque libro), se ha qualcosa da dire deve poterlo dire in forza della propria qualità, della propria capacità di registrare e rivelare quella zona di realtà che, per quanto sia territorio del nostro vivere quotidiano, può sfuggirci.

Ci dà questo il lavoro che Luciano Provenzano propone nel suo ‘libro poetico’ ?

Il poemetto è Tempo liberato. Il titolo sembra gravato da una suggestione a metà tra un titolo illustre (il Tempo ritrovato di Proust) e uno slogan ottimista di anni fa ( Tempo libero tempo liberato): ma forse non ha alle spalle né una cosa né l’altra. Se mai il poemetto mostra anch’esso, come tante prove che da ogni parte nascono, quel fondamentale e irrinunciabile bisogno di affidare alla poesia, a una forma di parola mediata, quel che non si riesce a dire (o che dire non si può)  attraverso una più immediata trasmissione della parola.

La poesia, in tal modo, è assunta contemporaneamente come schermo dietro il quale celarsi e come luogo unico in cui la barriera del pudore può essere saltata e in cui ci si può mostrare nella propria verità. E’ chiaro, però, che questa verità è sempre di secondo grado, è una verità proposta per ‘figure’ (e s’insinua anche qui l’ ambiguità propria del discorso letterario: ‘figure’ umane o solo tropi?).

Questo modo di proporre la propria verità è anche di Luciano Provenzano; è anche il suo una sorta di percorso inevitabile che ‘obbliga’ chi lo compie più di quanto non si lasci ‘obbligare’. E ancor più ‘obbligante’ è la struttura e misura del poemetto, della composizione che, riunendo tutto intorno a un ‘tema’ da svolgere in misura più larga di quella di una breve lirica, comporta il rischio di cedimenti e di sbavature, di raccordi strutturali non ben saldati a sostenere l’insieme. Provenzano si sforza di evitare, per quel che può, questi rischi (certo, non li evita totalmente) e stringe il tutto del suo lavoro in una immagine fondamentale – quella di una successione temporale notte-giorno con espansioni in misure più ampie: passato-presente – e lascia che su di essa, o intorno ad essa, proliferino impressioni, ricordi, speranze, timori, angosce e acquietamenti: il tutto di una vita che, per essere di uno, non rispecchia meno –per tanti aspetti – quella ch’è la vita comune.

L’ alternarsi di immagini-tempi ( giorno e notte, passato e presente, infanzia e maturità) consente di percorrere, per tratti salienti, una vicenda di sentimenti più che di fatti, di soprassalti della memoria e di penose riflessioni sul presente. In queste talvolta emerge un’amarognola notazione ironica quando si attua la frizione tra solennità degli elementi e indifferenza umana («Saluta il/sole / lo starnuto»), o quando si registra una finalizzazione ‘economica’ anche di ciò che all’economico in senso stretto non appartiene (« …l’ attenzione un / lusso da concedere / raro e solo a chi di / interesse»). Anche l’io parlante finisce per lasciarsi coinvolgere (o solo tentare?) dal gioco di prospettive ribaltate: «Al caso m’affido / anche se è / lui ormai a / fidarsi di me / bendato com’è».

Di là dall’ironia, ciò che emerge è un senso di smarrimento, tema antico ma rinnovato per ogni uomo che si trovi sgomento a interrogare l’oscuro groviglio della realtà: «I miei passi / rileggo / smarrito / / Mi rivolgo / alle stelle che / orientarli / potrebbero / se a leggerle / soltanto / imparassi».

La tentazione più forte è quella di trovare rifugio almeno nel certo, nel passato come ambito noto e rassicurante. La marcia indietro delle lancette dell’orologio ( « …lentamente / senza ticchettio / la lancetta oscilla / dirigendosi all’indietro / [ …] / / …una / e …ancora un’altra / piccola movenza / spinge la lancetta / verso il/cinque») indica il moto di regressione al nido difeso dell’infanzia, a una gioia di piccole cose, a dolori facilmente consolati.

C’è qualcosa di convenzionale in una simile rappresentazione, ma il convenzionale un po’ dolciastro è una sorta di preludio all’orrore, al risvegliarsi –nell’adulto d’oggi – di un’angoscia contro la quale non basta la difesa di negazioni esorcizzanti ( «non è …/ non è. ../ non è. ..»). L’angoscia è quella suscitata da un abisso di negazione che ci sta spalancato davanti e contro cui s’erge il «no» di coloro che ‘dal basso’, dal livello dell’uomo della strada, levano il loro grido contro le catastrofi preparate dalla cecità del fanatismo o del potere.

La conclusione del discorso di Provenzano è, in apparenza, banale; ma occorre apprezzare la ‘forza della banalità’  che può essere anche esigenza di certezze in un mondo che più fatica a costruirsene e meno sembra realizzarne e afferrarne.

 

Il disegno della copertina ed
altri 4 disegni all’interno sono di Lucio Conversano

Giordano Remondi, recensione a “petali scarlatti e rosso porpora” di Luciano Provenzano

Articolo di Giordano Remondi, La Gazzetta di Mantova, 17/07/ 1981

L’interessante ed anche provocatoria proposta di un giovane mantovano alla ricerca di una propria identità

Luciano Provenzano si sforza di comunicare – segnalato al premio «Poesia Giovane 80» con «Petali Scarlatti e Rosso Porpora»

 

Luciano Provenzano è un giovane poeta mantovano della «neo-avanguardia» che come molti suoi colleghi, si sforza di comunicare qualcosa a tutti. Infatti non indulge alle complicazioni fumose degli sperimentatori passati, né d’altro canto scivola nella banalità. Così è risultato fra i segnalati all’incontro nazionale «Poesia Giovane 80» promosso dallo Stabile di Poesia di  Bergamo, proprio in occasione della sua opera prima dal titolo «Petali Scarlatti e Rosso Porpora», tre delle quali gli hanno consentito il successo in questo nuovo tipo di concorso che non prevede classifiche e graduatorie di tipo classico, ma solo la scelta delle «promesse», cioè dei poeti che hanno la così detta «stoffa».

La raccolta è una specie di laboratorio: alcuni tentativi non riescono; altri sono semplici «biglietti» in versi; altri ancora fanno il verso a temi già sfruttati; altri invece denotano un linguaggio maturo, già formato con una struttura riconoscibile. Ed è di questo linguaggio in via di costruzione che intendo parlare, perché mi sembra il germe di un futuro stile da coltivare. Infatti s’intravede l’uso tipico di un codice che emerge, pur a fatica, in mezzo a varie immagini sparse; si delineano le cellule tematiche  intorno alle quali il poeta ti concede di appartenere alla sua esistenza, facendoti vivere i segni (o i simboli) che incidono sulla sua vita. È noto ormai che la poesia rimane tale se non si fa schiava di un messaggio ideologico già precostituito. Oggi la cosa è sempre più chiara: almeno al suo inizio il poeta si sforza di superare l’intellettualismo di coloro che si degnano di «sganciarti» delle idee e delle filosofie in versi.

A tale scopo mi piace trascrivere subito la poesia più riuscita di Provenzano, in quanto riassunto degli esperimenti precedentti; ed è significativo che sia proprio l’ultima della raccolta, la XXV:

ODE PICCOLA

Linfa serena di vita  / ripercorre su e giù / canali misteriosi di contatto multiforme // Sfere intangibili racchiudono ipotesi smarrite di futuro / dove l’importante è nascosto o / forse non esiste // Barlumi di luci / pulviscolo di silenzi / l’aria è vita / ampio il respiro / fragole i desideri per chi / non è stanco di chiedere // Canto d’uccelli accompagna / schiudersi di petali vellutati / capezzoli danzanti / al sole del primo mattino //  Prolungati sguardi lungo / distese metamorfosi  / fiori lucenti di aurore boreali // Agili dita ricercano pieghe sottili  / insinuandosi fra… //  L’irragiungibile è sempre a un passo / gioca con l’eterno egli / mio malgrado / pattinando beato / su scogliere accidentate.

La poesia potrebbe telegraficamente essere ricordata con una espressione calzante il genere dell’ode: «Morte negata». Tracce di vita sulla terra: questo un possibile sottotitolo. Ode, appunto: un canto che si apre alla partecipazione, per sottolineare i momenti comuni; ma ode piccola, perché i termini si riferiscono ad esprerienze quotidiane. Le metafore sono legate al vissuto comune a tutti i militanti della sinistra vecchia, nuova e nuovissima – e quindi vicina a Marx e basta (niente trattini! I classici non sono di un partito, né fondano sette, né vivono le situazioni, né comandano, né – al limite! – ispirano alcuna strategia-anti!!! Vivono per…)  e tuttavia non sono metafore cariche di immagini del tutto usuali: come si addice a chi vive per immaginare  «cose nuove», appunto, «il sogno di una cosa» di Marx e di Bloch (Ernst). E pertanto l’abbandono lirico non rimane una comunicazione intima, ma diventa colloquio di uno fra i tanti: con se stesso, con i molti, col mondo, alla ricerca di «ipotesi smarrite di futuro». È l’inizio mai percepibile subito – le sfere che racchiudono le ipotesi sono dette «intangibili»… – di un togliersi da un centro fisso, assoluto, che dà morte e non riconcilia con la vita. Che cosa fanno le sfere? Ruotano, credo! Sono visibili o invisibili? Dipende! Se ascolti sono dentro le ruote; se guardi, chissà, forse bisogna sempre andare oltre, per non restare accecati! Sarebbe bello….!!!

Ma perché scelgo «morte negata» mentre il poeta non ne parla? La esorcizza, forse? avrebbe, allora, gli occhi bendati?

E qui mi lascio guidare dalle stesse parole dell’autore, senza andare oltre il testo nella sua forma letterale. Non sprecherebbe la parola «ode» se non si trovasse in profonda sintonia col bisogno collettivo di vivere una esistenza sociale al di sopra della mera «vegetazione»; altrimenti canterebbe i suoi lamenti funebri o i suoi furori o le sue piccolo-borghesi illusioni, o i suoi proletari tradimenti… La sintonia col bisogno di vivere si forma dallo stesso inserirsi nella crisi della nostra civiltà, che è già entrata nello stadio della decomposizione (dopo i tramonti e le disgregazioni già dette e ridette nel Novecento…) Siamo in presenza di una ferita mortale che ci lacera il significato del privato e del pubblico, facendoli danzare davanti a noi con clamorosi scambi delle parti, con labirintiche visioni; eppure, mai come adesso il bisogno di sconfiggere la morte lottando, amando, provocando, è stato così contraddittorio. Per cui non si sa più che cosa occorra negare né negare di negare; è qui che allora nasce il bisogno di decentrarsi, di spostarsi, per entrare in contatto diretto, in-mediato con la vita, magari «in piccolo» per provare nel laboratorio privato ciò che la scena della storia ti rivolge direttamente indietro, con le sue forze che coltivano crisi e raccolgono morte…

Forse il poeta non è ancora riconciliato con la vita, completamente; nel contatto con i quattro elementi (trovateli, trovateli…!) la sua immaginazione sembra spaurita; e allora? Come si fa a mediarli? Dove sta la globalità del discorso?

«L’irragiungibile è sempre a un passo / gioca con l’eterno egli / mio malgrado / pattinando beato / su scogliere accidentate». E forse il gioco fra la vita e la morte è molto più in-mediato del discorso globale. Non occorrono le mediazioni. La mente si riposa, anzi va in pensione, sempre che «le agili dita» del corpo vivano della loro storia, e sperimentino il mondo, si sentano vive in se stesse, non già nella storia delle identità e differenze dell’Altro…

E allora si potrebbe ricominciare «a non stancarsi di chiedere»…

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*) copertina a cura di Pietro Lusvardi che trasforma un’opera di Man Ray, “Object of Destruction” (1932), inserendo delle  labbra sul metronomo al posto dell’occhio. 

Lino Angiuli, Prefazione a “sotto il ponte del tempo” di Martin Andrade

Dopo aver letto e riletto “Sotto il ponte del tempo”, non ho alcun dubbio: nella sua vita precedente, in questa o in un’altra dimensione, in questo o in diversi altri tempi, l’anima di Martin Andrade era  un’anima salentina, accampata tra la Zinzulusa e una pianta di tabacco. Gironzolando fra un dolmen e un bicchiere di vino, collezionava campanili di tufodolce per piantarli in terra come ortaggi o regalarli ai passanti come amuleti; fondava la festa patronale della luna piena; frequentava la compagnia di certi poeti costretti a innamorarsi della morte per eccessivo amore della viti e cose di questo genere: cose che possono accadere soltanto se sei nato lungo la linea meridiana segnata sull’umano mappamondo dalla penna di certi sciamani della parola di nome Federico Garcia Lorca Pablo Neruda Vittorio Bodini.

In altre parole, sto dicendo che l’occhio di Martin, come quello dei poeti che vogliono  ideologicamente scrivere e iscriversi nel continente cosiddetto sud, trae nutrimento innanzitutto dal pensiero magico, quella sorta di intelligenza primitiva capace di decifrare la radice quadrata della

realtà, rifondarla fantasticamente, cavare metafore da un sasso, animare la carne e incarnare l’anima a botta di corti circuiti sinestetici inventati per dare parola allo stupore, stupore alla parola. Questo è il sistema utilizzato da chi scrive nelle terre dell’assenza per cercare di dare sangue e presenza ai fantasmi della storia e della mente o per intagliare nel silenzio i visionari bassorilievi dell’esistenza.

Del resto, oltre che nell’immaginario carnoso e nella cifra barocca, la prova della salentinità biologica di Martin consiste nella lingua che, dopo venti anni di assenza (appunto) dall’Italia e dopo oltre venti anni dal suo incontro ravvicinato con il Sudditalia, gli continua a fermentare dentro come un mosto espressivo da usare per inchiostro. La lingua appresa durante l’esilio, pur se sbattuta di qua e di là, è rimasta viva a lavorare nella testa e nel cuore di Martin per diventare lingua dell’anima. Tanto è vero che, appena toccati da queste sue parole, gli amici di ieri sono subito diventati gli amici di oggi, per far luogo a un reciproco ri-conoscimento da consumare all’insegna della poesia. Amici che, sfidando le leggi del tempo più che dello spazio, hanno sùbito fatto risuonare dentro il cuore quell’inconfondibile tamtam che solo la parola poetica è in grado di attivare, e si sono dati la mano per consentire a Martin una resurrezione nell’aldiquà: i piccoli grandi miracoli compiuti da quella qualità dell’anima che usiamo chiamare poesia.

Da questo punto di vista, sbaglia di grosso chi pensa che la poesia non abbia potere alcuno sulla realtà. Enorme è, infatti, la sua potenza se ha saputo aiutare un uomo a navigare controvento e contromare (persino controcuore) mantenendo la preziosa rotta verso se stesso. E sto parlando di un uomo il quale ritiene, con lucida amarezza, che la condizione esistenziale sia “l’eterno incubo di un essere che impazzì sognandoci”, un uomo il quale ha visto di persona come la Storia sia  frequentemente violentata dai carnefici di turno! E, ciononostante, sa far ricorso all’energia primordiale dell’amore per continuare a corteggiare la vita, a incantarsi di fronte alle sue non poche bellezze, tra le quali campeggia l’amore nelle sue multiformi e variopinte versioni.

Ecco, forse è questa la lezione principale che ci viene donata dai testi che il “salentino” Martin ha scolpito sulla carta come sulla carne: è l’amore il farmaco omeopatico contro il disamore; è l’amore la terra promessa per chi è chiamato a praticare l’erranza e l’errore.

E la poesia? E la poesia, in quest’ottica, non è altro che una forma dell’amore, o meglio una forma d’amore, lo strumento musicale per accompagnare il nostro canto di naviganti che rischiano il naufragio ad ogni pie’ sospinto, eppure vanno e vengono da un continente all’altro, da un tempo all’altro. Come Martin.

slanci