Martin Andrade e Susana Degoy, Buenos Aires, 1986

da: INVASIONE DI LUCE
(1984)

nella raccolta

Sotto il Ponte del Tempo

A UNA RAGAZZA IN FIORE

il giorno precipita
nell’aroma dei tuoi capelli si ubriacano
notturne farfalle
ti muovi circondata da febbri
e il rumore del desiderio si agita
nella tua fronte
un fulgore astrale s’innalza
sui tuoi seni disegnati
dal fuoco
e stendi le tue furie sull’erba fresca
quando chiudi gli occhi
gli uomini ti sognano
sotto il ponte del tempo

CLANDESTINITÀ
desolati
silenziosi
siamo gli amanti furtivi

il violento amore che ci consuma naviga
fra porti sommersi in isole
senza mare
dove invento meraviglie
per colmare le tue ansietà

il sole –complice segreto-
contempla i riti e la ferocia
delle nostre bocche

siamo gli amanti furtivi
silenziosi
desolati

ESALTAZIONE DELL’AMATA
se i brillii della tua nudità accendi
vago per regioni innominabili
calde
regioni nascoste nel tuo corpo che mi allontana
dagli odi del mondo muovendosi in mezo alle stelle

l’eco della tua voce si prolunga nell’innocenza delle pietre
e la mia pelle
-legata con dei fili invisibili alle tue labbra-
trema

DISTRUZIONE DELLE TENEBRE
per ogni tristezza
soltanto la luce e il suo canto di cristallo

per ogni disperazione
soltanto la luce

per il perduto amore
non l’oscurità con i suoi coltelli
soltanto la luce

la luce
nel cuore del pane
nel miele
nel vino

soltanto la luce

da: LA CROCE DEL SUD*
(1985-2004)
FARISEI
…sempre una landa
assedia le città degli uomini.
Vittorio Bodini

Rifiutati dalle pietre e dalle colombe,
giunti da regioni oscure,
storditi dai vostri conti in banca,
drogati di retorica,immemori dell’innocenza dell’aria,
voi,
più astuti dai serpenti,
dopo aver ucciso
i santuari nutrienti della terra,
i rimorsi avete seppellito.
SCOMPARSI
Alle madri di
“Plaza de Mayo”
In cima a un campanile stanco,
spoglio di colombe
e di tempo,
sorvolano migliaia di fantasmi
dai loro cari
mai sepolti.

da: I A P Y G Ì A

A P U L I A

P U G L I A

(1984-2004)

nella raccolta Sotto il Ponte del Tempo

DOLMEN
Il bosco accende coltelli
dentro un arcano di pietra.
Di antiche sventure
-ancora-
il sangue annaffia spighe
che fuggono verso il mare.

*

1480
Il cipresso, vestito a festa,
regge la civetta che saluta
Thanatos –galoppante sul mare-
con dietro l’armata di Acmèht pascià.

Sul ponte dei navigli
le scimitarre accecano il sole
intanto migliaia di guerrieri
pregano Allah.
L’aria odora di alloro.

Gabbiani spaventati
piangono intorno alla vedetta.
Un coro di conchiglie
anuncia il supplizio delle sabbie.
Funesto, il brusio dello sbarco
si arrampica sulle mura.
Aspra è la difesa della fede in Cristo,
all’Arcivescovo i turchi strappano la vita.

Giorni e notti la strage si compie
inesorabile.
Notti e giorni il candore dei fanciulli
si frantuma.
Larga è la lama della mezzaluna.
Circondata da cicale addolorate
la città divenne un cimitero senza tombe.

Nel cielo d’ Otranto
il vento disegna una croce insanguinata.

*

PARABITA

una mattina tessuta coi resti di pioggia
lo sguardo del viaggiatore apre le sue ali
svolazza per le finestre e
i fiori che salutano il
giorno nel paese dei cipressi e
dell’angelo con la spada
dietro rimangono le tenerezze e
il canto silencioso della nebbia
dietro rimangono le tombe di pietra accanto al mare
cavalieri invisibili sorgono dalle radici del vino e
le strade si aprono in
una festa di luce e
di odori millenari
Parabita è un sogno senza fine

*

QUANDO I POETI PARTONO
A Salvatore Toma

Quando i poeti partono,
quando compiono quel viaggio
verso l’invisibile,
per un attimo,
un respiro di chiocciole arrabbiate
ferma il fiorire della luce.
Bisogna dire che nelle città,
nei campi e nei paesi,
quando i poeti se ne vanno
si ascolta un rumore
di rimorsi.

(aprile 1987)

*

SAN ROCCO

La folla si muove sfidando
la calura.
Il frastuono di ragazze esuberanti
assorda il dormiveglia
degli uccelli.
Donne col volto di rame
brillano sotto le stelle.

Torre Paduli esulta,
è un miraggio che trema
e fa crescere la festa di San Rocco.

Un cane randaggio, sdraiato,
aspetta per leccare
le piaghe del Santo.

Memori d’antiche lotte,
uomini tenaci
affilano le loro mani
e si scatenano
nella danza dei coltelli.

I vecchi
afferrano i bicchieri
nel rito di bere
il generoso vino e sorvegliare,
orgogliosi,
della propria terra il mito.

Con l’arrivo dell’alba
un gallo di terraglia
stenta a svegliare
il sole.

*

GALATINA
Sui campi di papaveri
striciano le macare.
In ostería
il settebello abbaglia.
Il frinire delle cicale
apre le palpebre della ragazza
morta ieri l’altro.
Passeri malandrini
stanno a cinguettare in piazza
e donne dai corpi levigati
-taciturne-
sognano il morso dell’amore.

Ad un angolo,
una tarantola dagli occhi azzurri
ed un tatuaggio sulla schiena
sceglie la sua preda.

*

CALDA È LA BREZZA

Calda è la brezza.
il porto di Gallipoli sparge
i suoi odori
fra urli e gesti secolari.
Calda è la brezza.
Tiepido il pane casereccio
del riccio di mare
compagno solidale.
La rasura toglie il verdiccio
vino clandestino
che, al mercato del pesce,
assaggio.
Seduto su una barca
-invidioso-
il fantasma di Enea
mi saluta.

*

MERIDIONE
… ti contemplo
in sillabe e vocaboli non detti…
Vittorio Pagano
Ogni parvenza
cela un suo verbo
nero.

*

Alla finestra
la sagoma d’una donna
accarezza la sera.

*

La sagra
dello scorpione
non è ancora finita.

*

Dei loro avi
i poeti del Sud custodiscono
il sangue la parola il sudore.

*

MOLTI ANNI FA

Molti anni fa,
vicino al mare in
Terra d’Otranto,
cercai di
decifrare il battito del tempo.

Soltanto udii
il volo del monaco Pantaleone
sopra il Mosaico della Cattedrale.

*

GRECÌA SALENTINA
Ah, xòrèdha! Sternatìa!
P’èxo pànta stò mialò!
Cesare De Santis
I nostri antenati
arrivarono da Creta,
Corfù, Rodi, Cipro…
Così mi dissero
gli anziani grìchi.

Davanti a Porta Filìa
ascoltai la voce di Omero
che giungeva da lontano.

Sternatìa, quel giorno,
aveva il colore della malinconia.

*

CON LE TASCHE COLME
Con le tasche colme
di lucciole,
cantando vetuste canzoni
il vagabondo cammina.
I cani del paese lo salutano
e le loro code
gli fanno da ventagli.
Una gazza triste lo guarda
dal campanile ed i bambini
tessono delle storielle
sul suo conto.
Dinanzi alla chiesa
solleva le braccia e urla:
dio perchè ci hai creato?
La sera, mentre s’allontana,
pensa: tornerò a Melendugno?
Poi svuota le sue tasche.

*

CIVILTÁ
Piantatori di menhir,
messapi, greci,
romani, dauni,
bizantini, normanni,
turchi, nomadi,
arabi, spagnoli…

Sotto gli stessi cieli
che loro scrutarono
cercai di comprendere.

Sopra le loro ossa
solcai
le terre della Puglia.

*

SOLTANTO IL SILENZIO
Per Antonio Verri e Salvatore Toma
in memoriam
Io ve lo dicevo.

D’estate c’era una bottiglia di
vino del Salento –gialliccio, fresco-

A volte eravamo tra la gente
ad ascoltare il canto dei poeti.
Io ve lo dicevo.

Qualche sera, sotto un carrubo,
accolti dallo sguardo misterioso
di una pallida macara

a Parabita, Maglie, Corigliano d’Otranto
o Manduria io ve lo dicevo che
i rettili dal volto umano
c’erano dappertutto.

Voi mi guardavate
in silenzio,
rispettosi, mentre io pensavo il mio
lontano, proibito paradiso.

Dopo tanti anni vi ringrazio.
É vero.
Non c’era nulla da aggiungere.

Soltanto il silenzio.

(agosto 2003)

*

IL SUD PENSATO DA LONTANO
Le terrazze levigate dallo
smeriglio del sole.
Il misterioso silenzio delle pietre.
Gli amici partiti per sempre.
Le forbici sul tavolo, a mezzanotte.
Gli amici che ridono scongiurando
il canto della civetta.
Quel mare ladrone di azzurro.
I congedi accanto ai treni
che sognano il Nord.
Ragazze ferite d’amore e
dalla puerilità dei pettegoli.
La levitazione del Santo
fra case bianche, in giorni
luminosi, festivi.
Il pallore dei colore pizzicati
dalla nebbia.
Un ramarro che sonnecchia
sotto un carrubo.
Uomini chiusi nei vortici
dei pensieri.
Donne dallo sguardo lunare.
Vigneti assetati di labbra.
E viottoli, viottoli che,
a volte,
conducono verso la radice del canto.

*

NERO SU VERDE
A Luciano Provenzano, che aprí per me
le magiche porte della Puglia.

Sullo sfondo
di una terra lapidata
una voce si lamenta.
La suo eco fa crepitare
paesaggi senza fiumi
infranti da secoli.

In mezo alla nebbia
che avvolge quella voce
gli angeli sbagliano
la loro rotta.

Una voce mi sta attorno,
rigira, s’allontana.
I miei occhi
rimangono sui campi.

NOTIZIA
Martin Costa Andrade, nato il 20 luglio 1937 nel sud del Cile, è poeta, autore, giornalista, attore e regista teatrale. Ha creato  numerosi allestimenti teatrali, film, programmi radiofonici e televisivi. Ha condotto per diversi anni trasmissioni radiofoniche di poesia in Cile Argentina e anche in Italia, dove ha vissuto e lavorato per circa dieci anni.

A Roma incontrò Susana Degoy, e dall’amore fra loro è nata Antonella Costa  “sull’isola Tiberina.”

Martin con la sua famiglia sono vissuti a Suzzara (Mn) dal 1980 al 1985 allorquando insieme tornarono in Argentina. Ha fondato e diretto per tre anni, a Mantova, Il teatro di Mantua e nella stessa città ha svolto mansioni di Direttore artistico di Radio Mantova.

In Puglia, nel Salento, le poesie di Martin trovarono il volo con la pubblicazione de: I fuochi e la malinconia (Pensionante dei Saraceni, Caprarica di Lecce, 1984), Poesia d’amore (Pensionante dei Saraceni, Caprarica di Lecce, 1985), Sotto il ponte del tempo, (Il Laboratorio, Parabita, 2004).

Lino Angiuli, nella prefazione a Sotto il Ponte del Tempo, dice: “(…) in questo o in diversi altri tempi, l’anima di Martin Andrade era un’anima salentina, accampata fra la Zinzulusa e una pianta di tabacco. (…)”

È scomparso lunedì 24 giugno 2013. Le sue spoglie riposano nel Pantheon argentino degli attori del cimitero Chacarita.

La poesia che apre la raccolta:

Martin Andrade

I fuochi e la malinconia

Introduzione di Alberto Facchini

con 4 disegni di Salvatore Toma

Edizione
pensionante de saraceni

Caprarica di Lecce
luglio 1924

Luigi Scorrano

per Andrade

Appunti di lettura de

i fuochi e la malinconia,

letti a Parabita, nella Biblioteca Comunale, il 19 ottobre 1984

pubblicati in

pensionante de’ saraceni

Rivista bimestrale di letteratura

diretta da Antonioo Verri

Nuova serie anno 1,

n. 2 – 3, marzo giugno 1985

Erreci Edizioni, Maglie

Apro il libro alla prima pagina.
La prima parola della prima composizione è una congiunzione.
Il discorso è cominciato, di là dalla prima pagina.
Il poeta ci ha convocati, per ascoltarlo. Noi siamo arrivati che già parlava.
Arriviamo su quella e.
Ci chiediamo da quanto dura il discorso.
Sapremo quel che ci dirà; non sappiamo quel che ha detto.
Lo sapremo, forse, per il fatto che il prima e il dopo del suo discorso si somigliano, e talvolta combaciano.
Alla congiunzione segue un verbo: ci muoviamo.
Attenzione a quel muoversi.
Ci si muove, ma nell’intenzione. Il viaggio è impossibile. Per ora, almeno.
C’è l’intento, non la realizzazione. C’è il desiderio, non ancora la possibilità.
Il desiderio vince: «ci facciamo fotografare, con una carta di navigazione nella mano».
Il viaggio è solo rimandato in tempi che dovranno maturare.
Per ora «nascondiamo la nostra bussola ai piedi di un albero».
Cogliamo la malinconia nel sorriso di vagabondi che agitano bandierine al nostro passaggio. Fuochi si accendono dove «bruciano i nostri affetti» (e si poteva, forse, con una punta d’amara ironia dire «effetti», puntare sul frusto termine d’uso: il significato, in fondo, non avrebbe subito alterazioni. Ma è affetti che c’è scritto, in forma spiegata e chiara; questa di Andrade è poesia che non cerca le vie traverse).
Ho aperto il libro alla prima poesia. Questa composizione non è un preludio, un avviso al lettore come per dirgli: parlerò di questo e quest’altro. Di quel che si vuol parlare già si parla: il discorso è in atto.
Ecco il valore di quella e, di quella iniziale minuscola: qui quasi una necessità più che una civetteria.
Ma nella prima pagina è già nascosta la doppia polarità del titolo: i fuochi (e leggiamo: bagliori, bruciamo) e la malinconia (e la troviamo in un avverbio che si distende, isolato, nella misura di un verso: malinconicamente).
E, se vado avanti, i fuochi e la malinconia fanno apparizioni continue sulla pagina: i falò, la lampada, il sole, l’inferno, la luce, i fuochi del giorno, il bagliore, il calore, le ceneri richiamano il fuoco, siano -quei sostantivi –usati in senso proprio o in senso traslato. Vi si aggiungano verbi come bruciare, fondersi, accendere, accendersi. Più sottili i suggerimenti per la malinconia:
malinconicamente, malinconia, sì, ma anche parole come nostalgia, tristezza e,
soprattutto, un tono, un accento che non si coglie nella parola isolata ma nell’arcata del verso, nel respiro del periodo. Fuochi e malinconia (e in un componimento propriamente fuochi della malinconia) che si accendono e vivono in un ‘aura di esilio, nella coscienza della lontananza patita da un bene promesso ed atteso, sperato e che ci si è visti negare.
La doppia polarità del titolo trascina altre bipolarità nel tessuto poetico: passato-presente, ad es. Il passato è paradiso perduto, attesa del meglio; il presente è registrazione di assenze e di inadempienze (dell’esistenza individuale e della storia). Leggo che:

«nel sangue del passato / si rigira questa stanchezza di oggi / nutrita dall’incontenibile desiderio / di non prendere il prossimo autobus», e -conclusione più tragica -«sdraiarci per morire / in mezzo alla strada».

Sembra una resa, e non lo è. È solo uno degli elementi della bipolarità cui accennavo, la polarità negativa, neutralizzata -o corretta -da quella positiva in cui si esprime la volontà di non lasciarsi vincere dalla disillusione ma, al contrario, di riprendere -nel mondo -un ruolo vincente. E quando la polarità positiva prevale la pagina allinea lo schieramento delle finalità da perseguire:

«per riprendere i nostri sogni…», «per distruggere prigioni», «per fondare paesaggi»,

per -infine -«liberare l’angelo e la sua spada».

È un caso, quello della composizione segnata col n. IV in cifre romane, in cui la figura retorica dell’anafora, con la sua apparente ossessività (vi sono interessati ben 12 versi su un totale di 15), mira ad affermare con forza, con martellante forza, una ripresa della volontà che si riconquista e riesprime, limpida, la fede nelle capacità dell’uomo; che fa riaffrontare il dolore, la lotta, lo scoramento con una disposizione agonistica, «con l’animo che vince ogni  battaglia» (II XXIV 53), come diceva un grande e caro poeta: Dante. E l’anafora sembra usata da Andrade, in questo libro di versi, proprio per esprimere riacquisto e trionfo del positivo: una disseminazione di speranze.
Una speranza dalla radice tragica; non si pensi a un vellicamento sentimentale, a una speranza-parola vuota ma a una speranza-cosa che nasce da un evento sacrificale, dal getto della vita di coloro che, per mantenerla verde quella speranza, morirono.
In XIX la ripetizione, la litania della speranza fa perno totalmente su quella spoglia proposizione principale la cui apparizione è differita in chiusura della composizione:

« affinché  le dorate mele fioriscano…
e la pecora doni il suo calore
affinché le città si aprano come fiori…
affinché siano scritti tutti i libri…
affinché l’uomo non divori l’uomo…
affinché si spargano i canti della libertà…
morirono coloro che sono morti.

Ripetizione come affermazione, dunque; una sorta di espediente primitivo, ma efficace, che affida alla reiterazione il compito di confermare una verità.
L’opposizione fondamentale è tra vita e morte, come sarà in una successiva raccolta di Andrade, Invasione di luce, ancora inedita.
Nella introduzione di Facchini a questo I fuochi e la malinconia, interessante e precisa, a p. 15, leggo che,
«Dalla travagliata e sofferta esperienza dell’esule si passa ad un’estensione all’uomo nella sua universalità»; si sottolinea, quasi sottratto a un’esperienza privata, un carattere comune e, dunque, più facilmente percepibile.
È affermazione che si può sottoscrivere, forse con una correzione di tiro, o con un ribaltamento di prospettiva: che nell’estensione dell’esperienza umana questo uomo colloca la sua travagliata e sofferta esperienza di esule.
Se avevo da correre un rischio leggendo questa poesia, questo poema di Andrade, ho preferito che il rischio fosse quello di circoscrivere piuttosto che di allargare; di scendere dall’universale al particolare. Perché in fin dei conti, questa non è operazione negatrice, ma operazione più intimamente costruttiva.

L ‘universale non ne soffre, ma queste pagine mi mettono in comunicazione e in contatto non con una astrazione uomo ma con questo uomo che ama, soffre, spera, ricorda, s’abbatte, si riprende, dubita, crede, s’amareggia, sogna, riflette, sceglie, vuole, attende. La ‘vicenda’, se così vogliamo indicarla, de i fuochi e la malinconia, è la vicenda caratteristica che si ripropone in ogni compagine lirica: l’evento centrale è individuale, persino «privato» si dica, ma non limitato e concluso; centrifugo, non centripeto. Il rischio di ogni ‘vicenda’ lirica è di consumarsi in una sorta di spazio privilegiato dove l’io dialoga con se stesso e spesso, in verità, col vuoto.
In Andrade questo rischio è evitato; il dialogo non è fittizio, ma reale. C’è veramente un tu, un voi cui egli si rivolge; e il poeta dice più noi che io. Basterà verificare sommariamente: le composizioni numerate I, IV, VI, VII, XIII, XVI, XVII, XVIII ( 10 su un totale di 21) hanno come soggetto noi: ci muoviamo, allunghiamo le ali, abbiamo innalzato santuari nell’aria, ci imprigiona, ci affacciamo, sorridiamo, beviamo, abbiamo visto, non dovremmo.

In altre composizioni (i numeri sono n e V: solo 2 su 21) il noi è circoscritto a due persone; in altre ancora (i numeri sono III, VIII, IX, XV: 4 su 21) il soggetto dichiarato è io. Alcune composizioni (i numeri sono III, XI, XXI: 3 su 21) mettono in scena un interlocutore cui il soggetto, io, si rivolge, ma l ‘interlocutore di XXI non è lo stesso di quello di III e XI: il soggetto, dunque, non si rivolge a un tu fittizio, ma a interlocutori che sollecitano in modi diversi la sua reattività. Alcune  composizioni, infine, hanno un tono di osservazione oggettiva, non impegnano un soggetto singolare (io) o plurale (noi); non vanno in direzione di qualche altro (tu, quale che sia ): trascrivono situazioni e persuasioni che sembrano guardate con distacco o con uno sforzo di oggettività, oppure fanno centro in una affermazione che non ha bisogno d’essere dimostrata perché ha in se .stessa la forza della sua verità (si tratta delle composizioni numerate rispettivamente con XIV, XIX, XX: 3 su 21 ).

Il noi, sommato in ogni sua articolazione, interessa, dunque, ben 12 composizioni su 21 (più della metà); l’io, sommato in ogni sua articolazione, interessa solo 7 composizioni: solo un terzo dell’intera raccolta.
Può sembrare ozioso eseguire questo genere di conteggi; ma ci sono tanti modi per capire di chi, e a chi, parla un poeta. Se dunque, scendendo –come dicevo prima – dall’universale al particolare leggendo il poema di Andrade correvo il rischio di circoscrivere, devo convenire che questo rischio non c’era ne mi pare necessario sforzarsi di vedere nella vicenda individuale del poeta una vicenda dell ‘uomo in senso generale. Di fatto questa poesia non ha tanto un protagonista individuale, un io; quanto un protagonista collettivo, un noi.
La voce che sale da questa poesia non è quella, non solo quella, di un ‘istanza privata, di un desiderio che si consuma in solitudine; è voce in cui si sono fuse e confuse altre voci che ne fanno, insieme, una sola. E quella voce è, di volta in volta, limpida e dura, ferma e appassionata: confessa e incita, esplora la memoria e sogna il futuro. Sa, fondamentalmente, che tutto è come offuscato se la libertà non illimpidisce ogni atto della vita; ma sa anche che c’è una libertà interiore che non può essere negata da nessuna coercizione.

«… nonostante tutto / ci amiamo» conclude il n. V.

«Nonostante tutto...». Ogni atto sembra nascondere un sottinteso, rimanda ad altro: così in XII:

A volte sorridiamo
prolunghiamo il nostro sangue nell’amata
accumuliamo lettere saluti profumi
persi nelle pieghe di città tristi
inalberiamo sogni che galoppano
sfrenate voglie di saltare
verso altitudini tessute con frammenti
di luce.

Questo tema della luce, che ne I fuochi e la malinconia è meno evidente, matura poi in quella raccolta inedita di Andrade che ho ricordato prima. Invasione di luce, che è libro un poco più complesso di questi Fuochi,  e quasi una sua ideale continuazione.
Nelle due opere emerge il contrasto tra una situazione in cui si vive – di dramma, di attesa, di tensione -e una che si vorrebbe realizzare – di conquista di libertà, di possibilità di scelta -.
Sembrano temi scontati, ma possono apparire tali solo a chi li guardi da lontano; diverso è per chi li vive. È chiaro che la poesia non acquista un maggiore valore solo perché si àncora a esperienze vissute da chi la scrive; è trasfigurata, conserva la sua forza anche quando si sublima nella poesia. Se ne avverte il peso, la consistenza, quasi.
Ci sono tanti modi per esprimere l’aspirazione alla libertà, ci sono tante forme che la libertà può assumere per ognuno di noi. Ciò che le accomuna è la forza del desiderio con cui ci protendiamo verso di essa.
L’occhio del poeta è più acuto, l’orecchio più attento. Ed ecco:

un miraggio di musiche antiche ci saluta
affettuosamente abbracciamo le nostre domestiche demenze
addestrate giorno dopo giorno notte dopo notte
fermiamo il battito del mondo per un attimo
per ascoltare il silenzio di lontani territori
sotto chiave.

«Lontani territori / sotto chiave»: come non leggervi la metafora di una patria negata?

Ma il poeta, per dire quello che ha da dirci, non fa un comizio, non una raccolta di firme. Ci sono situazioni che richiedono comizi e raccolte di firme.
Il poeta chiede solo che con lui, e con tutti coloro che egli fraternamente riconosce in se (il noi e, dunque, anche noi che siamo qui intorno a lui questa sera),«fermiamo il battito del mondo per un attimo / per ascoltare il silenzio di lontani territori / sotto chiave».

L ‘invito non è ad ascoltare un grido che salga dalla terra, ma un silenzio che è più terribile di un grido. Però l’invito è pacato, il tono fermo; intimamente dolente, ma di un dolore vestito di un pudore straordinario.
Rischiamo di lasciarci suggestionare dalla musica del verso e di non essere abbastanza attenti a ciò che il verso contiene. E Andrade alla musica del verso è attentissimo. La calcolata disposizione delle parole (mi fondo sulla traduzione che, certo, come ogni traduzione è altro dall’originale) mostra l’attenzione di chi la parola non la scrive soltanto, ma la sente risuonare come parola pronunziata, destinata a comunicare la sua ricchezza non solo attraverso il suo significato ma anche attraverso il suo suono.

Una nota meno appariscente della poesia di Andrade (mi si scuserà, spero, se procedo per impressioni e osservazioni un poco slegate) è quella dell’ironia. Non è un modulo che gli sia particolarmente congeniale; quando l’ironia c’è è amarissima. Basta vedere, nella composizione n. XIV, quei «cavalieri della .morte» che

«mettono serrature ai boschi / e se ne vanno prendendosi per mano a inaugurare monumenti / accademie /segreti cimiteri dietro le città».

Un’ironia che, come le altre modalità della scrittura di Andrade, è messa al servizio, fondamentalmente, di una poesia di intonazione civile. E proprio su questa valenza ‘civile’ la  raccolta si chiude, esprimendo, in una sorta di profezia, desiderio e speranza:

aldisopra della pestilenza
delle tue decorazioni che si scioglieranno sotto la neve
le ceneri e il sangue e i carcerati
si alzeranno nel loro prodigio
e i sottomessi vedranno i loro splendori
cadrà la tua superbia e sorgeranno le fragranze
ed il vento cancellerà
il tuo regno di tenebre.

Tenebre, oscura parola è l’ultima parola di questo libro di Andrade. Ma essa non sta là a suggellare di se la poesia di Andrade che, pur nei problemi drammatici che rappresenta, è intimamente luminosa, non canta il buio ma la luce. Tenebre è parola finale, ma non conclusiva; essa sta là solo perché vi si dice che il vento (simbolo della rivoluzione-libertà) cancellerà, cioè spazzerà via, le tenebre.
Se volete, il simbolismo è anche piuttosto ingenuo. Ma non date all’aggettivo ‘ingenuo’ un significato limitativo. Ingenuo perché vibrante di fede, quel simbolismo, e colmo di attesa. E se lo percepiamo per quel che vale realmente, allora sentiamo anche noi che veramente nel nostro cuore, come in quello del poeta, passa un soffio di quel vento che cancellerà le tenebre.

E sarà, questo, dono della poesia, e del poeta.

Martin Andrade

foto
Antonio Pintus
Roma

Pubblicata nel libro

i fuochi e la malinconia

Foto pubblicata in

Pensionante de’ Saraceni
Corriere Internazionale

a cura di Antonio Verri

Erreci Edizioni

Dicembre 1986

In morte di Martin Andrade

Antonella Costa – Figlia –
Pensieri sparsi raccolti su facebook
24 – 30 giugno 2013

En un último gesto romántico, papá dejó este mundo el día del cumpleaños de su amor. Ya caminan juntos otra vez.
In un ultimo gesto romantico, papà ha lasciato questo mondo il giorno del compleanno del suo amore.
Camminano insieme ancora una volta.

Tristeza honda. Y el irrepetible verde de tus ojos.
Profonda tristezza. E l’unico verde dei tuoi occhi.

Me seguirá la silenciosa pena de tu ausencia como un gatito gris, domesticado.
Mi seguirà la silenziosa pena della tua assenza come un grigio gattino, addomesticato

Un recuerdo borroso me muerde el puño de la camisa. Lo sacudo para seguir escribiéndote.
Un ricordo sfocato mi morde l’intimo. Io lo scuoto per continuare a scrivere.

Con cuánta furia bailábamos, el uno para el otro, como si hubiera sido para siempre.
Con quanta furia abbiamo ballato, l’uno all’altro, come se fosse stato per sempre.

Nunca me miraste desde tan lejos.
Non ho mai guardato da così lontano.

Sin atreverse a cortar tu hebra, la hembra infecunda desteje y llora, y da forma a un ovillo nuevo. Heredo esa dorada esfera, tesoro lúcido que enredaré en mis trenzas.
Non osando tagliare il filo, il femminile sterile pianto dà forma ad una nuova sfera.
Ho ereditato questa sfera dorata, lucido tesoro che custodirò fra le mie trecce.

Esta curva peligrosa de la madrugada te aprieta bajo su asfalto. Corro arriba, ciega, y con las manos mojadas.
Questa curva pericolosa del mattino stringe sotto l’asfalto.
Corro sopra, ciecamente e con le mani bagnate.

*

CORRISPONDENZE

*
—– Original Message —– From: Luciano Provenzano To: Undisclosed-Recipient:; Sent: Monday, July 01, 2013 5:01 PM Subject: Martin Andrade
Agli Amici che personalmente o attraverso la sua poesia hanno conosciuto Martin Andrade.
MARTIN COSTA ANDRADE è deceduto a Buenos Aires il 24 giugno scorso all’età di 76 anni, era nato infatti in Cile il 20 luglio del 1937.
Ho appreso la notizia attraverso le comunicazioni inserite dalla figlia Antonella Costa su FaceBook, che ho raccolto, provveduto a far tradurre e che includo in un pdf qui allegato insieme anche alla foto con la quale Antonella ha accompagnato la notizia.  (foto e pensieri inclusi in apertura di questa pagina web n.d.r.)
Lo ricorderò sempre come grande amico, maestro di vita e grande poeta.
Un caro saluto a tutti.
Luciano Provenzano

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—– Original Message —– From: Lino Angiuli  – Monopoli (Bari) To: lprovenzano@alice.it
Sent: Monday, July 01, 2013 5:09 PM Subject: Re: Martin Andrade
non è possibile, luciano. ci siamo scritti meno di un mese addietro: gli dicevo che nella corrispondenza tra verri e me pubblicata sul giornale di mauro marino si parlava di lui e avevo chiesto a mauro di inviargli per e mail il file. sono molto addolorato fino alle lacrime. come si fa a sostituire queste persone? questi doni che ci ha fatto la vita? luciano, ti prego, io non pratico facebook: cerca di avere la mail della figlia e comunicamela. sento il bisogno di scriverle. un abbraccio affettuoso nel nome e nel ricordo eterno di martin

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—– Original Message —– From: Maurizio Nocera – Lecce – To: lprovenzano@alice.it Sent: Monday, July 01, 2013 7:08 PM Subject: R: Martin Andrade
Carissimo Luciano, io non sto su FaceBook, per cui ti prego, se hai occasione di sentirti con la figlia di Martin, di porgerle anche le mie condoglianze. Grazie. Maurizio Nocera

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—– Original Message —–  From: architetto Enrico Romano To: lprovenzano@alice.it Sent: Tuesday, July 02, 2013 12:47 AM Subject: R: Martin AndradeSono addolorato: grazie, caro Luciano, per avermi comunicato questa triste notizia. Certamente è scomparso un GRANDE poeta!
Enrico

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—– Original Message —– From: Cesare Padovani To: Luciano Provenzano Sent: Tuesday, July 02, 2013 10:34 AM Subject: Re: Martin Andrade
Pure noi, caro Luciano, siamo stupiti per questa morte…… Grazie anche per questo tuo bel ricordo.
Un caro saluto. Cesare e Giovanna

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—– Original Message —– From: Marta Porcino To: Parabita_insieme@yahoogroups.com
Sent: Wednesday, July 03, 2013 11:14 PM Subject: R: [Parabita_insieme] Martin Andrade
Ho letto più volte le sue poesie, spaccati di immagini e di verità su questi luoghi di Puglia; una divenne l’incipit ad una mia pubblicazione. Sono molto dispiaciuta. Credo che, in un qualche modo, ci stupirà anche da lassù.
Marta

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—– Original Message —– From: campmary@l To: Parabita_insieme@yahoogroups.com Sent: Saturday, July 06, 2013 6:29 PM Subject: R: [Parabita_insieme] Martin Andrade
Mi unisco anch’io al dispiacere per la perdita di questo artista, di cui apprezzo i versi qui riportati. Maria Campeggio.

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—– Original Message —– From: sonicataldo@ To: Parabita_insieme@yahoogroups.com Sent: Saturday, July 06, 2013 8:00 PM Subject: R: [Parabita_insieme] Martin Andrade
Ricordo come fosse ieri Martin a casa di Aldo durante il suo soggiorno a Parabita, il via vai di amici e Luciano che tesseva le fila di un discorso più universale, che partisse dai rischiazzi, facesse il giro del mondo e qui tornasse.
Forse non tutti i discorsi e gli intenti di quegli anni e di certi avamposti hanno fatto i giri che immaginavamo ma certamente l’essere qua , dopo tanti anni,  a ricordare Martin Andrade ci fa capire quello che allora si è vissuto !
Sonia
SIAMO
siamo
l’eterno incubo di un essere
che impazzì
sognandoci
M. A.

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—– Original Message —– From: FRANCA CAPOTI To: lprovenzano@alice.it Sent: Sunday, July 07, 2013 10:25 AM Subject: Martin
Caro Luciano, (…) Ti mando ciò che ho scritto per Martin, usalo come meglio credi, un forte abbraccio, Franca

NOTTE DI SAN GIOVANNI
Se n’è andato l’indio dagli occhi di mare. Se n’è andato la notte di San Giovanni,q uella dei sabba, delle macare a congrega, delle noci da raccogliere verdi per il liquore.
Era passato a prendermi a prima sera per salire alla città vecchia.
Ricordo il bianco delle mura che una strana luce accendeva di trasparenze inusuali, tavole apparecchiate per la cena dietro porte socchiuse, corti a pergolato sparse nei vicoli e imbrici sghembe tra i lampioni. Non aveva voglia di parlare. Non era aria. Lamentava di non trovare più storie da cantare, era stanco, cercava un posto dove fermarsi. Un posto che somigliasse alla sua terra.
Là non poteva tornare. Non ancora almeno. E poi forse non aveva senso tornare. Lei non c’era più e molte cose erano cambiate. Non se ne sarebbe capacitato mai e gli avrebbe fatto male.
Cominciava il giro dei bar. Come sempre.
Le stradine del centro si erano riempite in fretta: odori voci colori confusione di corpi e pensieri. Lui ne passava attraverso, indifferente e distante.
Rivedo un’incertezza nel passo,a volte mi chiedeva di aspettare, di riprendere fiato. Davvero non era aria. Malesciana. Però non intendeva rientrare. Era troppo presto – diceva – non avrebbe comunque preso sonno e quella casa troppo vuota gli metteva tristezza.
Mi sembrò improvvisamente vecchio, come se gli anni, in un colpo solo, gli fossero caduti addosso tutti insieme, scavando pieghe agli angoli degli occhi, spegnendo il riso e il desiderio.
Mi lesse dentro e per distrarmi,allora, fermò una ragazza: voleva leggerle la mano,indovinare il destino. Poteva cancellare il punto in cui la linea si spezzava – raccontava – sapeva di incantesimi e antichi sortilegi. La donna accettò il gioco, si prestò al rito e si allontanò divertita, rassicurata quasi, di una vita lunga e felice.
Usava bene le parole. Incantava. Rievocava miti, sua salvezza e condanna.
Adesso le parole non bastavano. Non c’erano più quelle giuste, erano sparite con lei, versi spezzati, interrotti, perduti.
Aveva detto tutto in una volta, fissando il faro senza interrompersi e senza guardarmi.
Scendemmo al porto: ci venne incontro l’alito umido del mare mentre grumi di silenzio si addensavano piano.
Un’altra sigaretta. Un’altra birra seduti sul molo a piedi scalzi. Era buio denso,difficile immaginare il suo sguardo.
Ad un tratto si alzò, di scatto, mi abbracciò forte: – Malesciana –  disse – Malesciana. E sparì nella notte che finiva.
Aveva lasciato la bottiglia a metà e una scatola di latta: foto cartoline lettere legate con lo spago. Senza destinatario. C’era anche una carruba, proprio in fondo, con un nastro rosso come quello della festa di San Rocco e un pugno di terra di vigna,salmastra e dura.
Di lui non m’è rimasto altro.
Se n’è andato l’indio dagli occhi di mare. Proprio quella notte, la notte di San Giovanni.
FRANCA CAPOTI – luglio 2013

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—– Original Message —– From: Maria.Rosaria.Garzia@ To: Parabita_insieme@yahoogroups.com  Sent: Sunday, July 07, 2013 11:22 AM Subject: R: [Parabita_insieme] Martin Andrade
Mi dispiace per la scomparsa di questo poeta che ho avuto modo di conoscere e di cui conservo alcuni libri e sono contenta che Luciano, in tutti questi anni, ne abbia conservato l’amicizia.
Maria Rosaria Garzia

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—– Original Message —–  From: Carmine Tedeschi To: lprovenzano@alice.it Sent: Tuesday, July 09, 2013 8:54 PM Subject: R: Martin Andrade
Caro Luciano, ti ringrazio per la triste informazione che ho potuto leggere in ritardo perchè sono in campagna senza collegamento alla rete.
Sono rattristato, veramente scosso dalla notizia: certe persone te le immagini sempre uguali a quando le hai conosciute. Praticamente immortali. E in qualche modo Martin immortale lo è. Nei nostri ricordi e nei nostri pensieri, dove ha gettato un seme ancora verdissimo.
Ciao, ricordiamolo con affetto. carmine tedeschi

Altri interventi

Corrispondenze di Martin Andrade e Susana Degoy con Antonio Verri
raccolta curata da Maurizio Nocera, pubblicata su “Sud Puglia” e ripubblicata con ulteriori apporti su “Il Paese Nuovo”
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4 >>>>

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Paolo Vincenti: Martin Andrade, Sotto il ponte del tempo, recensione

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Martin Andrade – L ‘eclettico cileno innamorato di Parabita
di Aldo D’Antico
Pubblicato su Nuov’Alba – Rivista di Cultura e Società a cura dell’Associazione Progetto Parabita, anno XII n° 2 – Luglio 2013
Se n’ è andato anche lui. Ormai rischiamo di scrivere solo necrologi e con apprensione ci chiediamo anche “ma ce ne saranno altri come loro”?
Martin Andrade scappò via dal Cile dopo il golpe di Pinochet per non essere ucciso. Era un importante operatore della televisione cilena e rischiava come tanti altri di essere eliminato. Si rifugiò a Suzzara (Mantova), conobbe Luciano Provenzano che con molta generosità lo portò a Parabita e me lo “scaricò” addosso. Da allora tante volte l’ho ospitato a casa mia, lo abbiamo tenuto con noi (Verri, Conversano, Nocera, Errico, Scorrano e tanti altri) e spesso sotto il mio grande albero di carrubo abbiamo cenato, discusso, letto poesie, fatto letteratura.
Nel mio lungo girovagare per l’Italia (allora!!!), una volta andai a trovarlo a Suzzara, conobbi la moglie Susana Degoy e tenuto sulle ginocchia la figlia Antonella, oggi una apprezzata attrice. A Roma, dove vivevo ogni settimana, conobbi Benjamin, il punto di riferimento dei cileni esuli in Italia e su sua richiesta lo presentai ad un importante personaggio politico, che poi si fece carico di finanziare le loro attività. Conobbi il console cileno in Bulgaria, che ospitai per un paio di giorni a Parabita; il Cile era diventato un nostro referente e una nostra preoccupazione. Ormai Martin era diventato un Parabitano di adozione.
Verri gli pubblicò il libro “I fuochi e la malinconia” che presentai nel nostro paese alla presenza di tante persone. Intanto pubblicava su qualche rivista altre composizioni. Nel 1985 decisi di intraprendere l’attività editoriale e come primo testo, nella collana “Il Quadrato” a cura di Antonio Errico, uscì il volume “Generazione d’assenza” di Franca Capoti alla quale Martin aveva dedicato appositamente, come introduzione, una bella e significativa poesia.
Quando ormai si profilava la sua partenza scrisse “Congedo in forma di poesia”. Poi andò via, in Argentina, con la moglie. Ma il Salento gli era rimasto dentro. Continuò a scrivere in italiano poesie straordinarie che con la mia casa Editrice “Il Laboratorio” pubblicai nel 2004 nel volume “Sotto il ponte del tempo”. Un’altra avventura che ha significato la storia di Parabita alla quale aveva dedicato versi eccezionali.

Martin Andrade nel web (in Italiano)

– Martin Andrade letto da Danila Russo su Podcast Juice Radio Italia  >>>>

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– Poesie ritrovate: Martin Andrade, “I fuochi e la malinconia”| L’Altrove  >>>>>

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– Il Lieto Colle >>>>>

– Martin Andrade lettera 11/3/’85

Susana Degoy

lettera del

20 luglio 1986

«Dall’Argentina sulle tracce di mio padre»

Questa storia potrebbe essere stata scritta da Paul Auster. Dolci misteri e intrecci onirici. Viaggi della mente e viaggi transoceanici, viaggi dentro di sè. Ma quella di Antonella Costa non è una storia scritta da Paul Auster.

E’ una storia iniziata dai genitori per fuggire dalle dittature in Cile (il padre, Martin Andrade) e Argentina (la madre, Susana Degoy), è la storia di un incontro, di una lunga fuga fino in Italia, è una storia della nascita a Roma nel 1980, di una parentesi d’infanzia fra Mantova e Suzzara. E’ una storia del ritorno in Argentina, di una brillante carriera nel cinema. E, infine, è la storia di un fantastico ritrovamento: un’inaspettata traccia del padre proprio qui a Mantova, padre tra l’altro scomparso un anno fa.

Ma raccontiamo tutto dall’inizio. Antonella è un’attrice molto popolare in Sudamerica che, tra gli altri film, ha recitato da protagonista in “Garage Olimpo” e “Figli” di Marco Bechis ed ha avuto una parte ne “I diari della motocicletta”, il lavoro sul giovane Ernesto Guevara che è il secondo film sudamericano più visto nel mondo. Alcuni giorni fa l’attrice è stata al festival di Taormina per promuovere il cinema argentino e, quindi, è passata da Mantova. Perché? Perché qui a Mantova è stato ritrovato, da Alberto Facchini e Anna Mazzola, il testo originale di un lavoro teatrale scritto dal padre e messo in scena al teatro Sociale nel 1982. Il testo di “Oniria”, un lavoro che Antonella ha sempre associato al padre. E proprio ora che Antonella ha ultimato il lavoro di scrittura della sua “Oniria”, che nulla c’entra con quella del padre, ecco il segno tanto cercato e tanto sognato nel corso degli anni.

«Quando vivevamo fra Suzzara e Mantova – ricorda Antonella – mio padre lavorava a quest’opera. Sono stata sempre ossessionata dalla fotografia visibile sul manifesto e sul programma di sala, forse perché costituiva un simbolo di quello che fu il mio rapporto con mio padre: un uomo gigantesco, potente, onnipresente, e al tempo stesso sconosciuto o assente dal punto di vista di una bambina che lo percepisce, ma non lo vede. Nel corso degli anni riuscii a recuperare il manifesto, il programma di sala, l’elenco delle musiche e il nastro utilizzato nelle rappresentazioni, i bozzetti dei costumi, varie fotografie di prove e spettacoli. Sono anche in contatto con due degli attori. Però in tutti questi anni non sono mai riuscita a ritrovare il testo, né a incontrare qualcuno che me ne dicesse qualcosa. Tutti hanno amato condividere quell’esperienza, tutti la ricordano come un evento importante della loro vita, però non sanno dirmi di che si trattasse. Io ho un ricordo vivido del manifesto: un padre in ombra che tiene in braccio una bambina. Per me è sempre stata la rappresentazione di mio padre». Antonella è accompagnata da Maurizio Vasori, storico referente del Dlf, che aiutò la famiglia nel periodo mantovano. E proprio Mantova è ritornata nella vita dell’attrice. In modo inaspettato: «E’ incredibile che quel manoscritto fosse qui. Ora posso conoscere un pezzo in più di mio padre».

Passando alla sua attività da attrice, Antonella Costa ha una forte coscienza politica: «Quando ho fatto Garage Olimpo (che racconta la mostruosa dittatura di Videla in Argentina, ndr) non sapevo che avrei avuto un ruolo da protagonista. A Marco Bechis ho solo detto che non avrei fatto nulla che fosse contro la mia ideologia». Ma com’è camminare, oggi, per le strade argentine? Torturatori e torturati si possono incrociare in strada, nei negozi, negli uffici. «Da dieci anni la giustizia sta procedendo – spiega Costa – e circa 400 bambini che erano stati rapiti sono stati individuati. I torturatori non possono cancellare il passato: vanno presi. Personalmente, questa nuova fase storica mi dà la libertà di dire quello che penso senza preoccuparmi di sapere chi ho di fronte. E non è poco, anche se dentro tutti noi le tracce della dittatura sono indelebili». Quanto al cinema argentino, «il governo dà molti aiuti, e si fanno 200 film all’anno, un ottimo risultato. Si sperimenta molto e la sperimentazione è il sangue dell’arte». Antonella coltiva ora un desiderio: la cittadinanza italiana.

Martin Andrade

poesia

Luciano Provenzano

pubblicata in Fogli_e Bocci, 1984

CANTO

a Martin Andrade

Aperta la porta incontro il tuo
sorriso
Non chiudo il mio cuore al tuo
sguardo
freccia d’insidia che invita a
scivolare
sui piedi i polpacci il sedere per terra e
poi una capovolta
per ritornare in su e
salutarci:

Ciao Martin

«Todo es abanico
Hermano, abre los brazos.
Dios es el punto»
– Federico G. Lorca

«L’odore degli inverni
Tra le pagine estinte
Dei miei vecchi quaderni»
– Leonardo Sinisgalli

Portarti il mio dono
e tu la tua
fronte come una
sorgente millenaria
da cui scaturì nettare
e ancora oggi
pur tutt’ora giovane
sgocciolante
infaticabil favo

Favella e verve
parole e abbracci
non nascoste lacrime
per patrie lontane
co-identità velate

Barlumi di futuro in testa a rocce
scosse da
magma fluente e il sentiero
la lunga strada
tempestata di diamanti
a cui
soltanto briciole di
pane
son guida
per raccogliervi
in fondo
una corona atavica
abbandonata lì
da secoli
e mai più raccolta

Venitevi a prendere del
mondo la
bellezza le
note di
questo canto
la sinfonia
armoniosa
di una danza creata per
l’amore.

Bollicine d’aria
queste mie
parole
che s’alzano
a prolungare un
soffio e un
respiro
che ti dedico
come augurio per
un CILE e un
Mondo libero.