Luciano Provenzano –  poesie

con Federico Bimbo3

Slanci

a Federico

Sentire d’impervi sentieri
e d’ala pronta a solcarli
spiegato interiore volano
fra volti aperti a nuovo

Da oggi a domani sempre più questi tuoi
mentre da ieri ad oggi un po’ più questi miei

Ed è ruota a fondare
nuovo sguardo sul mondo
vita rinata.

Cos’è poesia

è dire del presente

all’infinito

di luce che si spande

in occhio

di un suono che balena

fra le mani

di un gesto che si tocca

con la lingua

di un sentire andare

fra le righe

di un tutto volto in niente

in un istante

rapina al cuore di sentiti

e battiti elargire a piene mani

in un  punto l’universo intero

tutta una vita in una sola ruga

in uno sguardo tutta la visione

in cerca di un incontro

fra contrari

da considerare ogni ferita aperta

giunge da dentro un senso

di pienezza

ogni incompletezza volge a chiusa

respiri uno ad uno inanellati

parole

a ravvivare immobili giacenze

quel tutto e più che si può

dire

qui è raccolto nell’’essenziale

fare

senso d’’essere nel mondo

è rivoltare

situazioni da stantie a nuove

rivolta coglie il verso in fondo

che trasforma il dato

in ricevuto.

Di viaggi e dove

Quando cala di fra le dita

questa voglia di muovere

la traccia di su e giù

e in lungo e in largo

guardo a vedere dove affiora il senso

se da un remoto angolo di andato

mondo in là da ieri e oltre

o dal venire attuale di

storie attive

nell’’ordinarietà dell’’oggi

o dallo sguardo in avanti

atteso a vederti

nell’’incedere di un arrivo improvviso

Vedo la punta cogliere

il segno di confluenza

di ogni dove e quando

e scioglie il grumo di

moti informi

flussi vaganti a mezz’’aria

ricollocando

nell’’interiore radice il punto da cui

il volo si diparte

E giunge

a dire di te

oltre frontiere e mari,

del tuo cuore ritrovato

fra le tue stesse mani.

Estate

Riscatto di un attimo

impresso dalla punta sul foglio

Stop

Per mari e monti

l’’incontro

cercato e atteso

Entra nello sguardo e vola

sulla diagonale del volto

verso la mano tesa

Ho bisogno, ho bisogno di te

Rimedia una carezza

incontro al fiore di ritorno,

il profumo antico

nella stagione di sole

Ti senti com’’eri

e c’’è da crescere ancora

Ma dove il coraggio e l’’energia?

Tutto raggiungere con un fiato

in gola

Nella remissione serale l’’onda placata

e il filo di vento ritratteggia

i contorni:

le cose di sempre in una luce nuova.

Il mare con un dito

a Martin Andrade e Susana Degoy

Occasione oltreoceano,

a portata di mano

lì per giungere

e nuovamente nel vento,

onda che va e ritorna,

nuova che lacrima gonfia

limpido sguardo sulle cose

di fatti, volti, circostanze

in fondo al giorno

Mare d’’attimi

d’’infinito tempo

colori a colori

nell’’immenso insieme

Sembianza nello scorrere

diventata altra

originario impulso

nel fondo

che rinnova

Eco a lambirlo

il riflesso di parola

sfiorarlo o tuffarsi in esso

è dire del cielo

toccato con un dito.

Condensazione

Guizzo dell’anima

fovilla

gemito del desiderio

del canto germoglio

Alla foglia la stilla

richiamo;

calia di linfa prodigiosa

Pretta scaturigine

da cui

limpida

l’acqua

l’ondulo

tratturo

del verso

disseta

La pietra schiusa

del destriero il corso

attinto.

Il suono di un contatto

la posata mano

al caldo seno

Ogni paura

smessa.

GIOIELLO DEL LOTO

Il brillio rifratto

nell’occhio profondo

come un

alveare

smisurato

dove s’inabissano

scrupolosamente a

ogni sguardo i

lembi di un

perimetro raccolto

che chiamiamo

immagine

visione

veduta o

carezza

Racchiude essa

la perla desiderata

la piuma immacolata

l’oasi creativa

il mare irrefrenabile

La pazienza posata su un tappeto affianco a

un flauto.

L’abisso in un sasso

in uno sguardo

ogni altro

raccogliere

In una sfera ogni moto fondere

ogni parola

generosa e viva

da qui in  oltre

infinito è  finitudine

filosofia gioca a poesia:

dalla ragione al cuore

da cammino a pausa

da certezza a dubbio

da sguardo a incontro

In un frangente

audacia e forza nel semplice respiro

ed un mondo nuovo si diparte

Cosa nella sera buia?

angolo di camino

o fango nella strada scivolosa

Spada che a mille trafigge ogni vissuto

ed ogni frammento serba opportunità

quella spada ha radice nel mio cuore

ne curo pure germogli e fioritura

Riconoscenza

a Vittorino Curci

Quando nulla di niente più sarà da dire

e di ogni cosa ancora tutto

a dirsi

L’oceano cercherà la goccia

il seme il frutto

la campana il suono

la giostra i bimbi

Di ogni cosa il contrario

sarà solo il complemento per soddisfare

la ricchezza nelle mani,

e diventeranno grandi queste

per reggere e contenere il mondo

Quando non ci affliggerà il tuono ed

ogni cosa inavvertitamente andrà

a collocarsi nel suo

alveo

C’è da sperare che il Polo

Nord non mangi il Sud

o viceversa

ma lambendosi diranno:

sono più ricco,

sei la mia possibilità;

da solo,

da solo

sarei proprio impossibile.

  La mia ferita

Ama la tua ferita, figlia
amala ch’è parte di te
tu sei quella ferita
quella ferita sei tu

Io sono la mia ferita
io ferito sono io
senza la mia ferita non sarei io

La mia ferita mi dice che mi lascio dietro
qualcosa che non sono più

Non sono più quel bambino
non sono più quell’integra realtà che ero un tempo
unito tutt’uno alla vita

Me ne sono staccato per crearne altra
e quel passaggio è quella ferita

Quando da uno stato realizzato,
pieno, gaudioso, che sembra
non finire mai, che durerà
tutta la vita, che la vita è quella:
spensieratezza senza fine e
aumenterà e potrà solo migliorare,
crescere e durare per sempre

E invece in un attimo, un frangente,
allo svoltare d’angolo, ad una notizia che giunge
la sicurezza che era
crolla improvvisa e mi lascia esterrefatto
e trasforma ogni cosa,
ed anche la luna che ieri era grande di luce intensa
questa sera scompare nella tristezza

Sii la tua ferita, figlio
che è il modo unico ed altri non ve ne sono
per crescere
e poter toccare il cielo

  Balbettio

Chi riprende ella notte cammino a segnare col passo il giorno che viene?

Apre ali, dice di tempi, racconta stagioni
e tutto in quell’unico dire strappato al vortice che ingoia ogni tempo e gesto.

Fermarsi e ripartire in uno e ripartire e fermarsi quello ancora in confusione fra andare e tornare.

Tutto volge in un unico dire ogni cosa:
non sfugge, sfuggo, cerco solo cosa possa determinare esplosione.

Potrei dire e ragionare con calma, essere esperto:
poche forbite parole a velar l’indicibile.

Da quel punto si dipana la traccia, il filo che va e sorprende,
diventa presenza, esce dalle righe e rientra,
perfora i cieli e s’inchioda per terra,
dice e tace, esce ed entra,
come per mare così per deserti muore e vive e vive e muore.

Dove altro cercare limite e infinito, riuscire a dire e poter tacere?
Qui adesso, tu, noi

  Passaggio

notte al giorno
come parola al silenzio
gocce di sentito intorno
quel che si poteva dire e non si è detto

livello dell’impatto, guardo quanto in qua
e imbacuccarlo in dentro che non si dica e non si sappia.

E se poi nasce?
e se dice e si sa, e si vede anche?

liberare il volo ad ogni cenno
di quel che dentro provo,
questa trasformazione da mille mondi
ad uno
tanti possibili
e questo che ora
mi vergogno a dire
ma semplicemente questo

tanto poco
appena percettibile
e non di più

e questo è tutto.

  

  

  poesia ritorna

frantumi fra solchi
qui e là muffe
montagne addosso a finestre
intendere di cosa

contrazioni e capovolgimenti improvvisi
detto l’ultimo – mi spaventa – bollettino:

di notte a piedi per la città desolata
e tutti rintanati in baule di plastica desiderosi di smetterla

ma come da dove in che modo quando e soprattutto
perché?

Uno che sia, intuire quell’uno
origine di quel che si vorrebbe
diciamolo
cambiamento

poi invocato e richiamato
e che è qui ad ogni passo e frangente
volere cosa che già c’è e non arriva
giacché c’è

volere cosa che non si sa se sia quella che si vorrà
volere cosa che si sa ormai di non volere più
smarriti insonni desideri
invernali bruciate delizie

è la fine di quel che più non può
che essere dismesso:
della diversità e dintorni
non più quel che di ieri
né di quel che domani per l’altro e l’altro ancora

come rivoli i frantumi che scorrono
non questa ancora l’ultima
prima del sole a mezzanotte

e struggersi nella favola che giunge a destino
per incontrare due occhi fra mille
e dire che tu?
No
Io ci sono,
Bastardo!

  generar poesia

Si scrive e si legge
o la si genera e germoglia?

Si alza e va per strada a mostrarsi
o nel letto abbraccia e seduce?

La guardo ed è immensa,
chiudo gli occhi ed è appena un punto di luce nel buio.

Cerca consenso e applausi
o quiete e distanza da ogni clamore?

Dice del suo fascino
o delle ferite del mondo e dell’anima?

È rintanata fra le righe
o l’urlo raccoglie d’ingiustizia patita?

È limpida e spaziosa
o tetra e racchiusa in sé?

Gira su se stessa e torna alla base
o alata va a sorprendere il sole?

Apre al desiderio
o declina in tristezza?

La colgo e sa di sale
e mi tormenta nel parto
E mentre dico di lei, lei già dice d’altro

Spunta sull’alba e a sera è ancora in giro
È già sfuggita mentre qui la dico
Ma questa è lei: applauso a riscoprirla.

  

  

  Parole

parole, erotico svelare
o avvolgimento in esse per non far vedere

Dire d’amare in parole
o fare la guerra e offendere con esse

Parole, elargizione tenera
quello che so e dico
offerta di esperienza e storia
Parole per far sapere di sapere
come dominio e potere

  Ritorno

All’amico Michele Frascaro, in memoria, 22-3-‘10

Con la mano sulla spalla di tuo padre
percepisco il tuo sentire con il suo
Quanto l’ombra che rimane
o la luce dilatata oltre il confine
in quel punto non si sa più che cosa sia

Ritorno tratteggiato fra gli sguardi
quasi possa dirsi che
nel viaggio ormai ci siamo tutti:
chi affacciato
chi sceso per intervallo breve
chi di ritorno trova che riprende il viaggio

e questo è quanto
torna ora rinnovato fra le dita:
la congiunzione fra quel che sei ed eri
attuale presenza che ancora vive
e resta

  

  

  Angelica

  ad Angelica Pirtoli, in memoria

Cerchiamo parole
parole per dirlo,
per morire e risorgere

parole vuote da riempire, fra dialoghi ormai sfatti;
chi cerca trova
in un pozzo…. le ossa

Angelica, un alito
su labbra spente

Chi ha parole da spendere?
a chi esternare l’orrore?

C’è tempo fra la tua corsa a cavallo
e il prossimo incubo stasera?

Angelica ormai alle spalle;
chi la ricorda?
Ne vale la pena parlare

Ormai assuefatti, si scantona,
e per l’ultimo acquisto la fretta di sempre

Angelica vola
su labbra sbiadite,
pronunciarla neppure sanno

orgogliosi che sia civiltà, del cazzo proprio
sputato negli occhi, esibito in vetrina

Angelica muore
Infami, vermi
più dignitosi anche i cani.

Ma se hanno potuto arrivare a tanto
nessuno può dirsi più estraneo

Infighettati per la sera, una sera malvagia
intanto che una bambina muore
fra braccia di passanti che non la reggono
e l’hanno buttata lontano
e con essa la parte più bella di umanità

Solo chieder perdono, potendo
a ritessere ali ad Angelica
e farla restare fra noi.

Il mio giardino

Il mio giardino è il cuore che batte il ritmo delle stagioni della vita

Il mio giardino la campagna che s’ apre a mezzogiorno inondata di frutti e
al mattino con le erbe fresche palpitanti di rugiada

Il mio giardino l’infanzia e quella terra accanto alla casa colma di fiori a
maggio, luglio, settembre, gennaio

Il mio giardino il tuo pube che s’ innalza fra fuochi
della notte a cantare l’ osanna alla luna e alle stelle

Il mio giardino la parola che cresce coltivata nel sogno
dell’ inverosimile ordinato dal respiro che lo agita e lo diffonde nel vento della sera

  

  

Natale

Fra sogni e attese,
sospeso il cuore.
Cosa cercare,
di cosa bisogno ancora?

Ruggisce l’intimo
brama sentirsi e sentire,
vedere e percepire
essere e dire d’esserci

Ma cosa in fondo,
quale la voglia
e il subitaneo impulso?

Ritrovare e ritrovarsi,
riconoscersi,
sentire di te,
il ritmo del tuo andare

Questo cerco
questo poterti dare:
uno sguardo
che ci scopre insieme
Ed un altro viaggio ancora
e nuovamente una stella fra le mani.

Terre di colore

 a Cesare Piscopo

Quando ti tuffi nel mare dei tuoi quadri

trai colori dal fondo a piene mani

e l’’azzurro del mattino si affastella

col vermiglio inabissato del tramonto

L’’argine di scogliera non trattiene

energia in vortice

che spruzza

un riflesso argenteo nell’’occhio

Sulle spalle del Ciolo  è addensata

la vastità di ogni possibile oltre

ma solo alzarsi al cielo giunge

ad aprire luce

Visioni in vetrina trasposte

nel fiondare del parto sulla tela

ardimento di un accumulo che

apre

sentieri nuovi nel sentire e dare.

  

  

Comprensione

a Gigi Scorrano

Mentre punti verso il cielo
il dito;
fai sapere che nulla intanto indichi

guardo e dico del senso profondo
d’indirizzo;
rispondi che è solo la distanza
che tu valuti

dico ch’è coperta dal soffio
del respiro;
mi dici d’esservi
come di burrone in mezzo

ti dico che con ali
lo si attraversa;
manifesti intento taciturno
sorridi del velo mosso
che adisce trasparenza

imprimi quel ruotare di parola
a illuminare il segno

cos’altro del resto quei cesti
di perle che vai a scrutare
a collocare insieme o a distinguerle?

su parola la casa
gli anni
le premure,

amicizie
l’onda di vigore
il moto ondoso di uno sguardo

fra dedizione umiltà e inconsistenza

inconsistenza propria di parola
umiltà di cuore nobile ed amico
e quella volontà
di seminare nel mare
un grido

che con Giona riportato a riva
giunge a dire
«Quanto perduto tutto
tutto è stato ritrovato!»

OLTREPAURA

Ebbene, lo ammetto

a volte ho paura

ho paura anzitutto a dire di aver paura

ho paura di non sapere tutto ciò che dovrei sapere

di non ricordare ciò che dovrei

dovrei dovrei

paura paura

bauh bauh

le paure del domani

la paura di non riuscire

la paura di non

non non

tanti tanti non

paura di baciarti? questa non più;

familiarizziamo ormai da una vita e i baci

sono diamanti lucenti fra noi

che rischiarano

ogni timore d’’ombra

ogni notte di paura

e ad ogni segnale incerto

offrono rinnovato impulso

per varcare il limite del freno di paura

e spiccare un volo di contatto ancora:

sei Tu in piena.

  

  

  

QUISTU È LU TIEMPU

A Rocco Coronese in memoria

Ulia cu torna ‘torna

lu tiempu te l’ulia

ca cate a ‘terra e la raccoj

una a una;

lu tiempu ca ne cuntentanne te nenzi:

cinque patruddï, petre pe’ sciucare,

pane e cummitoru

e spruscini la sira

pe’ mangiare;

lu tiempu senza fine

te na sciurnata cadda,

te na sira a nanzi u focalire,

te na matina alla scola, ca nu spiccia mai;

lu tiempu te tanti e tanti ca te passane te nanzi e

li cuardi e li nomini unu a unu,

uci e facce ca te cuntane ‘cora,

ca finché si vivu

vivene cu tie e

camperanno sempre intra lu core.

Quistu è lu tiempu ca

mai nu more,

e lu core ca se apre cu

raccoje

storie te mundu

ca cangia ogni momentu,

ma ca ulia cu torna sempre lu

stessu a dü momentu

quando te curgisti ca puru tie

poti lassa’ nu segnu

su ‘sta via

c’ave rivare a ‘celu,

ci ole Diu.

 È QUESTO IL TEMPO

Vorrei tornasse ancora

il tempo delle olive

raccolte

una ad una da terra

il tempo che ci accontentavamo di niente

cinque patruddï, piccole pietre per giocare

pane e pomodoro

e verdura selvatica la sera

per mangiare

il tempo interminabile

di una giornata calda,

di una sera presso il caminetto

della mattina a scuola che non finiva mai

il tempo nel quale tanti e tanti ti passano davanti

e li guardi e li nomini uno ad uno,

voci e volti che parlano ancora

che finché sei vivo

vivono con te e

vivranno sempre nel tuo cuore

Questo è il tempo che

mai muore,

e il cuore che si apre a

raccogliere

storie di mondo

che cambia ogni momento,

ma che vorrei tornasse sempre lo

stesso a quel momento

quando ti accorgesti che anche tu

puoi lasciare un segno

su questa via

che arriverà al cielo,

a Dio piacendo.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.