Sere d’Estate sull’Uscio di Casa
dal passato ad oggi il fresco della sera d’estate per rigenerare menti, cuori e relazioni
Saluto conclusivo
Chi è venuto se n’è innamorato.
Grazie a chi ha partecipato (fra le trenta e quaranta persone nelle 5 serate).
Grazie all’Amministrazione Comunale per il Patrocinio e lo spazio offerto, e al Consigliere Comunale Antonio Nicoletti per il supporto tecnico.
Angela propone che si prosegua con una chat a sviluppare un contatto sulla modalità di questi incontri. Proposta condivisibile!
La mia generazione (io ‘53) è destinataria di una grossa eredità pervenutaci dal nostro passato: la naturalità nelle relazioni umane con alla base il contatto diretto e immediato. Oggi i contatti e le relazioni sono fortemente mediati dal carattere stesso della vita caratterizzata dall’uso massiccio della tecnologia ad ogni livello e da iniziative pubbliche che mirano prevalentemente al coinvolgimento di massa, ciò a scapito di quel connotato di semplicità e umanità nell’incontro diretto e personale fra persone.
Sere d’Estate sull’Uscio di Casa ha inteso proporsi come spazio per rendere attuale quello spirito del passato che caratterizzava gli incontri fra persone, offrendo al contempo l’opportunità di riflettere sulle modalità con cui il dialogo e la relazione si sviluppa. Incontrare chi ci è vicino è opportunità preziosa per poter incontrare anche se stessi, e nell’incontrare se stessi si può maggiormente capire e comprendere chi ci è vicino. Questo aiuta ad affrontare con maggiore consapevolezza e gioia la propria vita.
Sere d’Estate ne verranno ancora anche in autunno, inverno e primavera!
L’idea iniziale
sere d’estate Sull’uscio di casa
Rara, oggi, ma alquanto diffusa un tempo, nel nostro Salento, la consuetudine delle famiglie a sedersi presso l’uscio di casa la sera, d’estate, con le porte aperte a far respirare le stanze dopo l’afa del giorno: momento di relax, di svago, occasione di socializzazione.
L’agevolezza a spostarsi, una maggiore ricchezza (che appare), cartelloni estivi sempre più densi e in ogni dove, ma soprattutto la rarefazione dei rapporti di vicinato hanno reso ormai retaggio quell’abitudine antica di sedersi vicino casa.
Vorremmo riscoprire il senso profondo che quella consuetudine aveva: la semplicità, l’immediatezza comunicativa, la possibilità di rilassarsi, l’opportunità di creare relazioni.
Non un surrogato ma un’esperienza nuova che fondi ad un tempo in sé la possibilità di svago, di crescita personale e nei rapporti; che nel significato di mettersi sull’uscio di casa contempli la possibilità di aprire la porta di sé come disponibilità ad entrare in relazione con chi s’incontra per sviluppare una comunicazione più soddisfacente, in un clima di fiducia reciproca nel contesto relazionale che si viene a sviluppare, per un senso di maggiore vividezza del proprio vissuto psicologico che ne può derivare.
sere d’estate Sull’uscio di casa
i lunedì di luglio 2024: 1 – 8 – 15 – 22 – 29
dalle 21 alle 22.30
Parabita – Atrio Sala Macine di Palazzo Ferrari (ingresso Municipio, Via Luigi Ferrari)
con Luciano Provenzano psicologo e poeta
Partecipazione Libera
Info (messaggi whatsapp): 368/583254
Come si realizzano questi incontri? Anzitutto, da dire che NON sono spettacolo; la presenza è già tanto anche solo ad osservare; quindi intervenire se e allorquando si ritenga.
Il posto: una scalinata sui cui gradini sedersi, con una maestosa mortella a lato e un po’ di rosmarino basso nella siepe.
Non sarà generico il dialogo, ma orientato al senso dell’essere insieme nel contesto, per le qualità espressive e di ascolto che si pongono, la consapevolezza di sé per il fluire del respiro e di emozioni che ne sgorghino.
Già presentarsi, chi lo desidera può, ma non è vincolante. Si porta di sé qualche esperienza, già ad esempio quella di essere qui ‘stasera: cosa mi incuriosisce e sollecita? Cosa mi aspetto? O un brano di libro o altra esperienza che dica di sé.
L’avvio del dialogo è fondamentale per il margine di fiducia che può caratterizzare l’incontro, e che può aprire ad una confidenzialità che permetta di condividere, con la migliore discrezione e tenerezza, ulteriori aperture discorsive di sé da parte di chi lo desideri.
Per favorire l’impulso vivificante iniziale, all’occorrenza può giungere utile anche la proposta di un tema che non è comunque vincolante in quanto l’incontro si sviluppa anzitutto dal dialogo spontaneo fra chi partecipa.
1 luglio 2024
proposta discorsiva:
« Stiamo perdendo la memoria. Andiamo perdendo soprattutto quella nostra umana originaria facoltà, grazie alla quale fin dalla preistoria ci bastavano pochi graffiti su una parete rocciosa perché ci fossero di stimolo per raccontare imprese che non finivano mai.
(…) Oggi la tecnologia più raffinata ha creato immense mnemotèche concentrate in un dischetto temendo di perdere Qualcosa di prezioso. Ma questo che si vuol salvare quasi sempre coincide con l’utile immediato e il più possibile in fretta, con ciò che serve per l’occasione, una sorta di conoscenza in serie della memoria, col rischio che poi tutto si squagli nel dischetto che si smagnetizza.
“Si può conoscere il presente e si è capaci di prevedere il futuro solo se si ha memoria di ciò che è stato”.
Attualmente sembra invece più funzionale essere protési unicamente nell’adesso, nell’usa e getta del pensiero, avere quel riferimento di memoria che occorre per apparire, essere imbottiti d’opinioni, anziché cercare di diventare sapienti.» Cesare Padovani
“… non so se augurarti che sia un incontro numeroso, ma che vi siano persone propense a creare una bella atmosfera…”
Sì, una bella energia, un sentirsi reciproco e aprirsi vicendevole, fra chi già si conosce e chi giunge alla novità dell’incontro, incuriosendosi quel tanto per aprire un filo di contatto che può crescere e addentrarcisi in rivoli narrativi d’esperienza. Essenziali note di riconoscimento reciproco ad ogni apertura, soprattutto per chi nuovo, ma anche di chi già c’era per qualche aspetto in più. Quindi il carattere emergente per ognuno: chi disponibilità immediata ad aprirsi, chi predisposizione a parola dominante, chi tendenza a voler essere scoperto, chi ascoltare senza dire.
Uno fra gli interventi, teso a cogliere per sé ciò che l’altro ha detto, quando non è mai ciò che l’altro ha detto ma sempre quello che io colgo dell’altro. “Puoi provare a rivolgerle una domanda per approfondire, piuttosto che prendere come presupposto del tuo dire ciò che tu ritieni che lei abbia detto.”
Quanto e come varia il respiro per una possibile fluidità nella relazione sciogliendo i nodi che possono frapporsi e per margini di poesia che possano sgorgare, con Sere d’Estate. A lunedì prossimo!
Restituzione, da Pietro :
“Abbiamo perso il contatto con il reale. È necessario tornare a rivolgere lo sguardo alle cose concrete, modeste e quotidiane. Le sole capaci di starci a cuore e stabilizzare la vita umana. Una massa di informazioni ci investe ogni giorno. Come ogni inondazione, anche questa agisce sulle nostre esistenze, spazza via confini, rimodella geografie. Ormai sono i dati e non più le cose concrete a influenzare le nostre vite. Le non-cose stanno prendendo il sopravvento sul reale, sui fatti e la biologia. E così la realtà ci appare sempre più sfuggente e confusa, piena di stimoli che non vanno oltre la superficie. ” (di Byung-Chul Han, Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale)
«..Orti coltivati appaiono improvvisi fra i dirupi: in quella macchia mediterranea che fra le pieghe di una natura aspra ti mostra fazzoletti di terra coltivata come piccoli paradisi perduti, sta la caratteristica specifica di quest’isola (Mytilene) dove canta ancora la testa di Orfeo e dove serpeggia la sua lyra dove meno te l’aspetti.
L’indifferenza e la stupida violenza si mostra solo là dove è introdotto il tecnologico, dove esplode “l’usa e getta”, dove l’uomo non sentendosi più Natura inforca una moto puzzolente per correre in città, s’ingozza di hot dog…
Il chiasso, lo stridore, i rumori assordanti investono con violenza anche chi vuole starsene tranquillo: sembra la rabbiosa risposta ai millenni di colloqui silenziosi che qui gli isolani hanno avuto con il Cielo, con il Mare, con le Capre, con il Vento …»
Cesare Padovani
*
Al tuo input dalla penna di Padovani sento questo:
L’ascolto, il SENTIRE – tranquillo, ricettivo e aperto – è forse l’unico antidoto alla cultura di consumismo, chiusura, isolamento e violenza.
E questo tipo di ascoltare, percepire e sentire richiede di essere pienamente presente. Presente, e pieno di meraviglia, anche e specialmente per le “cose” piccole o piccolissime o addirittura “invisibili “.Perché facendo questo, si vive concretamente l’unione e connessione di tutti i fenomeni in un unica casa, la nostra….la nostra terra.. il pianeta che ci ospita. Da lì può nutrirsi il gesto quotidiano e incessante di prendersi cura amorevole di tutto quello che ci è dato. Dono prezioso e mai scontato, attimo dopo attimo.
Grazie, Luciano, della nuova occasione di incontri stimolanti. Alla prossima!
«Che male può essere la solitudine? perché si soffre quando ci si sente abbandonati? e quale volto ha questo stato d’animo così confuso, ora disperato, ora muto, ora vuoto, che diciamo indistintamente “dolore”?
Da parecchi secoli si definisce con lo stesso termine ‘dolore’ un male fisico e un male psicologico e un male dovuto alla solitudine, all’abbandono, al tradimento. È proprio questa povertà lessicale ad appiattirne la percezione e la comprensione. Ed è proprio questa povertà che impedisce di ascoltare questi molteplici dolori avvolgenti e silenziosi. Non li si capisce per quanto ci arrecano di male mentre investono il nostro corpo assieme al nostro spirito, ma non li si ascolta per quanto ci possono arrecare come capacità di conoscenza mentre ci trafiggono.”» Cesare Padovani
Buon pomeriggio! Ecco la mia riflessione:
La solitudine è uno dei mali nella nostra società: ci si sente soli, si é soli ogni qualvolta che le nostre aspettative all’interno di una o più relazioni sociali vengono tradite.
I punti chiave credo siano proprio le alte aspettative e l’incapacità di star bene assieme a noi stessi, affrontarci (se non ci piace qualcosa di noi), farci compagnia, essere i nostri alleati.
Noi siamo i compagni di noi stessi, prim’ancora di esserlo degli altri: solo così, raggiungendo una serenità interiore, l’essere soli non fa paura e l’essere assieme agli altri diventa un’occasione preziosa che nasce spontaneamente e si alimenta con le relazioni.
Questo é ciò che manca nella società, questo é ciò che dev’essere curato e coltivato.
Cari saluti
Aurora Quarta
“Anche dopo aver raggiunto la terra ferma dall’isola di Lemno non mi abbandona l’immagine di un Filottete che vive anche nelle scene delle nostre esistenze…”
Filottete, arciere della flotta greca, nel viaggio verso Troia, con i compagni si ferma su un’isola per rifornirsi d’acqua; egli viene morso da un serpente e per la ferita putrida i compagni lo abbandonano a Lemno.
La battaglia sotto le mura di Troia dura ormai da anni. L’oracolo decreta che solo con l’arco di Filottete sarà possibile espugnarla. I compagni, memori, tornano per riprenderlo con loro.
Filottete: «Sono ormai dieci lunghi anni che vivo qui, e la solitudine riesce a cambiare l’uomo interamente e nel profondo. Ho imparato ad ascoltare ogni parte del mio corpo, a capire le frequenze dei battiti del mio cuore, a entrare in sintonia con i battiti del cuore di queste boscaglie così come so riconoscere ogni arbusto, ogni rumore, ogni differente grido di animale. Potrei mai essere ancora un guerriero? Sono tanto lontano da voi, voi che per tanti anni vi ho invocato per avervi vicini. (…) Noi brandiamo quest’arco con mani e pensieri oramai troppo lontani: voi, tendendo quest’arco, mirate a scoccare una freccia mortifera, per me quel gesto rappresenta invece un dono divino per capire l’esistenza. Per voi è uno strumento di morte, per me il sacro simbolo della vita, il senso profondo di ciò che sono , di ciò che siamo. Voi tendete l’arco per cancellare, per annientare… io per capire, per ricucire. (…) Mio scopo in questi anni è stato rimarginare le mie due ferite: la mia piaga e la mia solitudine. Tutt’altra cosa sarebbe invece ritornare guerriero.» Cesare Padovani [ripensando Sofocle]
sere d’estate Sull’uscio di casa
placato del giorno il sole acceso
storie antiche tornate nuove a sera
silenzi con la luna che ci guarda
sull’uscio di sé potersi dire e raccontare
e psiche_delicatamente ravvivare
O quell’ovattato silenzio la sera in campagna
quando giunge un brusio da una casa non vicina ma neppure lontana,
un parlottare tranquillo,
a momenti vivace,
un insieme di voci, segnale d’incontro,
con vociare di bimbi mischiato,
ambiente d’un tempo ora sempre più raro.
Questa da ricreare, immediatezza d’incontro,
dialogo aperto a più voci,
di restare, se occorre, a contemplare il silenzio,
magia di sentirsi presente nell’essere insieme







