Cesare Padovani

GIOVEDÌ 6 GIUGNO 2024
Nell’anniversario della nascita del suo illustre concittadino, e a distanza di dieci anni dalla sua scomparsa, il Comune di Nogara inaugura il Centro Studi dedicato a Cesare Padovani e rende omaggio a Maria Giovanna Milani, sua moglie e compagna di vita e di “avventure culturali”, che ne ha reso possibile la realizzazione

Cesare Padovani, Autoritratto

Già, sto ponendo mano al mio ritratto. Sta propriamente in questo mio por mano  lo sconfinamento del mio dover così fare nella consapevolezza del poter liberamente fare.

Posso, infatti, mancare la libertà solo se cerco di superare la mia situazione naturale e sociale senza prima assumerla, anziché unirmi, attraverso essa, al mondo naturale e umano, dove sto per andare a por mano. Sto dunque cercando di rappresentare il più possibile una mia supposta somiglianza?

Abbiamo già riflettuto su che cosa si vuole dis-velare in un ritratto: si vuole acciuffare qualcosa non abitualmente “visibile”. Il visibile, infatti, in quanto riconoscibile dal senso comune, è una riduzione di qualità, per il fatto che la “verità” del visibile fa perdere la traccia del profondo: non si riconosce nel verismo, come fedele copia del vero, bensì nell’«invisibile» offerto e provocato dal realismo, che si potrebbe definire come scelta opportuna che lascia intravedere.

In un mio testo, ho definito «verismo» come una porta spalancata sul quotidiano, mentre  «realismo»  come una scelta di elementi esclusivamente funzionali ad una textura narrativa, visiva, musicale, e così via.

Uno di questi volti  è il ritratto, è il mio volto ritratto.  E, in quanto tale, anche questo mio  volto ritratto, a chi lo guarda (e a me compreso che mi guardo in quello) non può non esprimere qualcosa.  D’accordo, è  difficile vedere  con acume critico, ma penso che l’intensità espressiva di un viso, se colta oltre le stereotipie del vero speculare, questa forza s’imponga e riesca a suscitare qualcosa anche in un guardante poco attrezzato.

E se, pure io, in quanto autore e in quanto soggetto del ritratto, mi chiedessi a chi possa appartenere quel volto siffatto, e non sapessi nulla del suo vissuto, anche in questo caso mi si potrebbe aprire uno squarcio sul suo mondo.

Allora, allora…

Allora non serve più confrontare il modello che ho davanti agli occhi: lo si rivive nell’affresco dipinto sulle pareti della mente.  Dalle tracce del riconoscibile (che mi fanno dire: sì, questo è…) si riparte per altri luoghi, per altre dimensioni, per altre emozioni, mantenendo saldo il nodo del carattere fattosi “figura” sulle pareti della mente.

E mentre tracciavo i solchi delle rughe sulla fronte — lo ricordo bene —non guardavo più l’immagine dello specchio né quella fotografata, perché stavo tracciando altri segni: stavo tracciando i solchi bustrofedici dell’aratura dei miei campi, quando da bambino seguivo l’aratro governato da mio padre. L’andirivieni irregolare, ma preciso nell’andatura, mi raccontava dei campi, ampi campi senza fine, perché a sedici anni non si riescono a capire gli orizzonti… e le nuvole d’autunno erano soffici coperte ricamate da mani di donne ancora per molti decenni odorose di bucato… e le corna lunate dei buoi davanti all’aratro si stagliavano nell’aria preannunciando le sere sempre più rapide di quegli ottobre segnati da coltri basse delle prime nebbie.

Sapevano diventarmi frammenti furtivi di lune, durante i furti compiuti dai compagni di Ulisse dei candidi buoi consacrati al dio Sole… Sapevano darmi quella illusoria sicurezza per cui il mutare delle cose del mondo era l’identica condizione per tutto il villaggio… E sapevano proteggermi…

Dai disegni delle coperte, ricamate o stampate o tessute o piovute dal cielo, si dipanano meandri geometrici che invadono gli spazi attorno a questo volto  (e che prendono il bandolo da questo volto) per non lasciare vuoto il bianco campo della carta. Perché i vuoti evocano paure, catastrofi imminenti, evocano tempeste, come i silenzi troppo prolungati, come i campi senza segni…

Così, il mio ri-tratto muore nella sua vita biologica, per ri-nascere nella tessitura  della mia esistenza.  Così, riprende in sé l’intero mondo di segni che gli confluiscono da ogni parte, perché io mi possa conoscere in questo mio rapporto con le cose….;

perché … non  è che i personaggi agiscono per rappresentare i caratteri, ma attraverso le azioni si assumono anche i caratteri, cosicché le azioni e le cose e il racconto intero costituiscono il fine nella narrazione…

Così, quello sguardo, … diventa come un polo d’un campo magnetico, un nodo di una rete di rapporti invisibili…

Se non sapessi chi potrebbe essere questo ritratto, forse capirei che mi trovo di fronte a un viso che sta ancora guardando i campi della sua adolescenza.

E per fortuna …abbiamo l’arte, che ci permette di non naufragare nella verità della fedele copia dal vero. Per fortuna c’è ancora chi mantiene umida la calce per continuare l’affresco dipinto sulle pareti della mente.

Per fortuna…

“Questa è la mia «calligrafia», una conquista che investe tutto il mio essere, il risultato ultimo di quel laborioso linguaggio del corpo teso a tradurre una intenzione o un bisogno”. Cesare Padovani, in La Speranza handicappata, Guaraldi, 1974

È stato definito “l’ultimo dei sapienti”. Cesare Padovani, l’intellettuale eclettico che ha animato la vita culturale di Rimini per mezzo secolo con interventi che, per interesse e profondità, sono andati ben oltre i confini locali per inserirsi a pieno titolo nel panorama filosofico e antropologico italiano, era nato a Nogara, in provincia di Verona e lì aveva lasciato evidentemente il cuore, se come ultima volontà ha chiesto che il suo patrimonio librario, gli appunti, le lettere di Pasolini, che lo hanno accompagnato per quasi un ventennio, e quanto costituiva per lui “tutta la sua vita culturale” potesse trovar sede a Palazzo Maggi, l’edificio rinascimentale che ospita la Biblioteca Comunale “Elisa Masini”.

Così il Comune di Nogara ha accolto l’offerta della consorte, Maria Giovanna Milani Padovani, individuando la sala più adatta ad accogliere il prezioso patrimonio ed ha dato inizio ad una ricerca finalizzata a concretizzarne il trasferimento, la catalogazione e la sistemazione in loco sulla base degli spazi, delle condizioni di sicurezza e della possibilità di utilizzo attivo, che sappia giustamente valorizzarlo.

Nel giugno 2018 (a ottant’anni dalla nascita) il Comune di Nogara dedicherà, dunque, a Cesare Padovani una sala di Palazzo Maggi (attuale sede della Biblioteca Comunale) con l’intenzione di costituire un “Centro Studi” a disposizione di studenti e ricercatori interessati alle discipline che sono state per lui oggetto di ricerca.

L’annuncio delle iniziative culturali che il Comune di Nogara intende avviare, per onorare la memoria del suo illustre cittadino (insignito nel 2013 della cittadinanza onoraria), sarà dato a Nogara il 6 giugno 2018, in occasione della presentazione dell’ultimo libro di Padovani (“Nuvole architettoniche” edizione curata da Paola Sobrero e Giuseppe Pazzaglia, per la casa editrice Pazzini di Rimini – marzo 2018), dedicato all’opera di Ilario Fioravanti, messo alle stampe con il contributo del Comune di Savignano sul Rubicone, grazie alla solerte opera di M. Giovanna Milani, con il sostegno di due tra i più vicini collaboratori di Padovani, Ennio Grassi e Vittorio D’Augusta, che ne hanno curato le prefazioni. L’evento sarà introdotto da Alessandro Cherubini (amico nogarese di Padovani) e presentato dagli Assessori del Comune di Nogara Isabella Soragna e Marco Poltronieri.

Cesare Padovani, nato il 6 giugno 1938, divenne famoso a quindici anni per un articolo pubblicato da un settimanale nazionale in cui si trattava della sua precoce attività poetica e letteraria, ma ciò che faceva meraviglia era il fatto che “Cesarino” (così veniva chiamato a Nogara e così venne conosciuto allora) fosse così dotato, precoce e produttivo, nonostante un grave handicap: era spastico dalla nascita, a causa di una lesione cerebrale causata dal forcipe. 

La risonanza di quell’articolo gli fece giungere una lettera di uno “sconosciuto e irrichiesto” Pier Paolo Pasolini (come ebbe a dire il mittente), dalla quale ebbe inizio uno scambio epistolare ventennale. Laureatosi in Lettere proprio con una tesi su Pasolini, Cesare Padovani iniziò ad insegnare e negli anni ’70 fu al centro di una vicenda mediatica che gli procurò la solidarietà di numerosi esponenti della cultura italiana (giornalisti, attori, letterati, tra cui Dario Fo): fu sospeso temporaneamente dall’insegnamento in applicazione della normativa, allora ancora vigente, relativa allo stato di “sana e robusta costituzione” richiesto per i dipendenti della pubblica amministrazione. Una raccolta di firme a livello nazionale fece rientrare il provvedimento e Padovani riprese a lavorare nel campo dell’istruzione. Trasferitosi a Rimini, non smise mai di studiare ed approfondire le sue ricerche sul linguaggio e sui linguaggi dimostrando una vivacità intellettuale e un senso dell’umorismo che avrebbero per sempre caratterizzato la sua eclettica presenza nel mondo culturale ed artistico italiano, portando i suoi contributi, con diverse pubblicazioni, in svariati campi del sapere dalla letteratura alla pedagogia, dalla filosofia alle arti visive, dalla filologia alle lettere antiche, dalla semiologia all’antropologia, dalla sociologia alla storia ed alle scienze della comunicazione (una curiosità: il titolo di un capitolo di uno dei suoi primi libri – “La speranza handicappata” – ispirò Edoardo Bennato, che ottenne da lui l’autorizzazione ad utilizzarlo a titolazione del suo album “Burattino senza fili”). Di particolare interesse è anche la sua produzione grafica e pittorica.

Ha collaborato con diverse università italiane e con l’Università di San Marino (ai tempi di Umberto Eco). Tra i molti intellettuali che hanno condiviso esperienze culturali con Cesare Padovani possiamo citare (senza voler fare torto agli altri)  il sociologo Ivano Spano (Università di Padova), l’ideatrice della Globalità dei Linguaggi Stefania Guerra Lisi (Università di Roma – Tor Vergata), il semiologo e musicologo Gino Stefani (Università di Bologna), lo scrittore e sociologo Ennio Grassi (Università di Urbino), l’artista e scrittore Vittorio d’Augusta, e molti altri, oltre a sua moglie, Maria Giovanna Milani, già docente di lettere e preside nella scuola secondaria, fotografa e sua collaboratrice in diversi eventi culturali.

Nel 2012 Cesare Padovani fu insignito della Cittadinanza Onoraria presso il Comune di Nogara e, dopo la morte avvenuta due anni dopo, il Centro Sociale Dogana (San Marino) gli intitolò, nel 2016, una sala per i meriti riconosciuti non solo in campo artistico e letterario, ma anche socio-pedagogico e didattico (fino agli ultimi giorni, aveva svolto, tra l’altro, intensa attività come consulente per le tesi di laurea di molti giovani universitari). Nello stesso anno, a Rimini è stato presentato uno spettacolo teatrale costruito su alcuni suoi saggi filosofici.

Parabita (Le) 1985

Parabita (Le) 2005

Federica Rega, per Paflasmos, Quotidiano di Lecce, 26.6.2009

Parabita (Le)
20 ottobre 2011
Presentazione di
Farfalle Aforismi
Inchiostri Crisalidi

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Cesare Padovani
Presentazione

Cesare Padovani (Nogara, Bassa Veronese 1938, Rimini 2014).
Si laurea in lettere e filosofia a Bologna con Luciano Anceschi. E’ stato docente di lettere alle scuole superiori e ha poi ottenuto un incarico all’Università di Urbino dove è stato docente di sociologia del linguaggio.
E’ stato collaboratore alla facoltà di Psicologia dell’Università di Padova.
Sue pubblicazioni:
  • La speranza handicappata (Guaraldi 1974),
  • Handicap e sesso: omissis (Bertani 1978),
  • Lo psicologo scalzo, con Giovanni Jervis, Ivano Spano (CLEUP, 1979),
  • Bruca tu che bruco anch’io (Aiep 1986). Suoi contributi figurano in testi di autori vari, in riviste specialistiche e in periodici locali e nazionali.
  • il Cittabolario, un vocabolario della città (AMIA ‘98),
  • Chi amia brucia (AMIA ‘99),
  • Autobiograffiata (ediz. del Comune di Rimini 1983),
  • A partire da Ippocrate, dizionario minimo sull’arte del medico (Aiep 2002)
  • con M. Giovanna Dilani, Aforismi visivi (Aiep 2000) e Facce di marmo (Aiep 2001),
  • Paflasmos – Il battito del Mar Egeo. Viaggio nell’anima della Grecia, Editore Diabasis , Anno2008,
  • Farfalle Aforismi/Inchiostri Crisalidi, di Cesare Padovani e Vittorio D’Augusta, ed. il Vicolo, Cesena 2011, (…) Farfalle uscite dal bozzolo della rubrica che Padovani teneva su Chiamami Città a Rimini, tessendo un colloquio con i lettori e con i pensieri e le parole di filosofi, scrittori, poeti. Da Parmenide a Eraclito, da Platone a Leopardi, un antidoto al “menticidio” indotto dai falsi miti d’oggi e, in filigrana, il dialogo con il Mito le cui immagini sono ancora oggi nutrimento per l’anima – come le “magiche grafie” di Vittorio D’Augusta, (…)
  • Da uomo a uomo, Racconti, in appendice il carteggio con Pier Paolo Pisolini, Editore Guaraldi, 2014
  • Nuvole architettoniche: «I miti nelle sculture e nello Zibaldone grafico di Ilario Fioravanti». Per i luoghi della memoria di Savignano sul Rubiconde, ediz. Illustrata, Editore Pazzini, 2018.
  • è stato vicedirettore di “Trim” del Dipartimento Cultura della Repubblica di San Marino
  • direttore della rivista di cultura ambientale “Scarabeo” di Rimini.
  • Dal 1978, consulente culturale del Dicastero Cultura di San Marino collaborando alla nascita dell’attuale Università degli Studi, promuovendo eventi e dando vita al Centro Sociale di Dogana, è stato promotore di iniziative e “guida” ai laureandi per le tesi.
  • coordinatore degli operatori sociosanitari dell’assessorato ai Servizi Sociali del Comune di Rimini per iniziative a favore degli anziani e degli handicappati.
  • Ha prodotto opere di pittura, disegno e grafica, esposte in mostre collettive e personali. E’ “formatore” di docenti e tiene corsi d’aggiornamento.
  • relatore in conferenze, corsi d’approfondimento e seminari di linguistica, teoria dell’immagine, retorica, mitologia…
  • Nell’agosto 2004 ha scritto il testo Filottète in Galilea per una rappresentazione teatrale.

Cesare Padovani
auto-Presentazione
2011

E’ nato a Nogara nella Bassa Veronese nel 1938, ora vive a Rimini dal 1967. Si è laureato in lettere e filosofia a Bologna (1965) con una tesi in Estetica sulla Poetica di Pier Paolo Pasolini, presso la cattedra di Luciano Anceschi-Barilli.  E’ stato insegnante di lettere alle scuole superiori; ha quindi ottenuto un incarico all’Università di Urbino (‘71/’73) dove è stato docente di sociologia del linguaggio; e nel biennio ‘78/’80 è stato assistente alla facoltà di Psicologia dell’Università di Padova.

Ha pubblicato parecchie opere tra cui: La speranza handicappata (Guaraldi 1974), Handicap e sesso: omissis (Bertani 1978), Lo psicologo scalzo, con Giovanni Jervis, Ivano Spano (CLEUP, 1979), Bruca tu che bruco anch’io (Aiep 1986). Suoi contributi figurano in testi di autori vari, tra cui La scuola maggiorenne (Sansoni ed.1982), e in riviste specialistiche, tra cui “Psicoterapia e Scienze Umane” (Angeli ed.). Ha dato molti contributi scrivendo su “Accaparlante” (CDH Bologna, per la ed.Erickson).

Tra il 1987 e il 1999 è stato vicedirettore di “Trim” organo del Dipartimento Cultura della Repubblica di San Marino. E’ stato fondatore e direttore della rivista di cultura ambientale della provincia di Rimini “Scarabeo”. Nell’ultimo ventennio ha pubblicato: il Cittabolario, un vocabolario della città (AMIA ‘98), Chi amia brucia (AMIA ‘99), e con M.Giovanna Milani Aforismi visivi (Aiep 2000) e Facce di marmo (Aiep 2001). I testi più recenti sono: A partire da Ippocrate, dizionario minimo sull’arte del medico (Aiep, 2002);  Paflasmòs, un percorso rapsodico attraverso paesaggi dell’anima greca, (editore Diabasis, 2010 seconda edizione).

Dal 1978 al 1999 è stato consulente culturale del Dicastero Cultura di San Marino, collaborando alla nascita dell’attuale Università degli Studi, promuovendo eventi quali ESTATE 2, PROVOC’ARTE, e dando vita al Centro Sociale di Dogana, dove ha operato in qualità di promotore di iniziative e come “guida” ai laureandi per le tesi. Inoltre è stato coordinatore nel biennio ‘80/’82 degli operatori sociosanitari dell’assessorato ai Servizi Sociali .del Comune di Rimini per iniziative a favore degli anziani e degli handicappati, fra le quali ESSERE O PRODURRE.

In campo artistico, ha prodotto parecchie opere di pittura, disegno e grafica, esposte in mostre collettive e personali. Per la sua personale nel 1983 alla “Galleria dell’Immagine” di Rimini, ha pubblicato il catalogo Autobiograffiata. (ediz. del Comune di Rimini). Ora, quest’ultima opera – ampliata e introdotta da Vittorio D’Augusta – è uscita per l’editore di MusicArTerapia dell’Università Popolare di Roma, diretta da Gino Stefani(2010). Da due anni è invitato come relatore al Corso Nazionale di Formazione sulla Globalità del Linguaggio, metodo ideato da Stefania Guerra Lisi.

Ha collaborato ad alcuni periodici locali e nazionali, tra i quali “Chiamami Città”, “Corriere Romagna”, “Repubblica”, “la Voce”; e nel 2009 sono apparsi due interventi su “Graphie” (ed. il Vicolo).

Per parecchi anni è stato “formatore” di docenti, ed ha tenuto corsi d’aggiornamento sia privatamente sia per incarico del Ministero, dell’IRSAE e del Provveditorato agli studi di Rimini, e dell’Università di San Marino. E’ relatore a conferenze, corsi d’approfondimento e seminari di linguistica, teoria dell’immagine, retorica, mitologia…, e per un ventennio ha seguito i laureandi nella costruzione della tesi (tra il 1999 e il 2001 questa attività è stata svolta come servizio pubblico per conto della Provincia di Rimini). Nell’agosto 2004 ha steso il testo teatrale Filottète in Galilea, che è stato rappresentato in San Giovanni in Galilea. Per l’editore il Vicolo è uscito Farfalle Aforismi / Inchiostri Crisalidi, 70 miti assieme a 70 disegni diVittorio D’Augusta.

Ora sta lavorando per dare alla luce un nuovo romanzo.

CESARE E GIOVANNA

Da quarant’anni insieme, ne hanno fatte di cotte e di crude.

Hanno insegnato, scritto, dipinto, fotografato e, soprattutto, viaggiato.

Complici in parecchie marachelle culturali, hanno saputo vivere intensamente varie epoche d’espressione artistica, lasciando in parecchi cuori i segni (forti, o dolci, o ironici, ma sempre di fermo impegno) del loro passaggio.

Ora, nella loro “terza età” non si possono considerare “pensionati” perché hanno ancora un sogno: ma, per pudore, è meglio non rivelarlo.

Le pagine dedicate a Cesare Padovani il giorno dopo  la sua dipartita
– Rimini, 18 ottobre 2014 –

Ciolo, Leuca, Salento 2011, Cesare con affianco la moglie Giovanna Milani, in casa di amici.

Pasolini e il giovane paraplegico Discorsi da «uomo a uomo»

Davide Brullo – Mar, 04/11/2014

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/pasolini-e-giovane-paraplegico-discorsi-uomo-uomo-1064745.html

La macchina sfreccia «a tutta velocità» sulla strada statale che passa per Ferrara, verso Ortisei.

Nell’abitacolo c’è Pier Paolo Pasolini. Estate 1955. Atterrato a Villa Prenker, piglia la penna. La scrittura è nervosa e verticale. «Non vorrei che il mio libro ti avesse scosso troppo violentemente e ti avesse con troppa brutalità posto di fronte a certi aspetti della vita che tu non conosci». Pasolini sta parlando di Ragazzi di vita . «Non dovrebbe – secondo la morale corrente – essere un libro per ragazzi: soprattutto per un ragazzo come te (e com’ero io, alla tua età)». Sta scrivendo a uno dei suoi primi discepoli. Si chiama Cesare Padovani, abita a Nogara. Due anni prima, il 16 maggio del 1953, Pasolini ne fa la sua preda: «Scusa se intervengo così, sconosciuto e irrichiesto, nella tua vita» Su Oggi ha letto alcune poesie di Padovani, in dialetto veronese. Così, di getto, il geniale scrittore, che ha da poco compilato, per Guanda, la decisiva antologia sulla Poesia dialettale del Novecento , scrive al ragazzino.

Cosa spinge Pasolini, in procinto a diventare Pasolini, il più scandaloso scrittore italiano del secondo Novecento, a scrivere a un paraplegico di 15 anni con il tic per la poesia? La furibonda ansia di Pasolini di cannibalizzare la vita. Nello specifico, la chiave di volta è la dedica che PPP graffia su una copia di Tal cour di un frut : «A Cesarino Padovani come a un antico me stesso miracolosamente nuovo». Nel precoce genio del paraplegico, Pasolini rivede se stesso: la fuga nella poesia in dialetto («Devi sapere che anche io a diciotto anni ho cominciato a scrivere dei versi in dialetto»), la diversità. Radicale, radiosa («La mia malattia non era fisica né nervosa, ma psicologica»). Pasolini vuole in Cesarino un discepolo obbediente. E lo trova. Padovani segue i suoi dettami («Ti consiglio senz’altro il Ginnasio e il Liceo»), ne è sedotto (nel 1965 si laurea con una tesi sulla poetica di Pasolini, a Bologna, relatore Luciano Anceschi, «la tua tesi era molto bella», risponde PPP), ne realizza gli ordini estetici («Credo di capire che in te prevarrà la vocazione critica su quella poetica»). Padovani, artefice di una folgorante stagione intellettuale ai margini dell’impero, a Rimini, insieme a Piero Meldini e a Giuseppe Bonura (futuri premi Strega e Campiello), è stato, in effetti, saggista anticonformista, autore, negli anni ’70, di due testi, La speranza handicappata e Handicap e sesso: omissi s, che sbrindellavano i luoghi comuni, trattando, per la prima volta, ferocemente, i rapporti tra diversità assoluta e eros.

Il legame epistolare con Pasolini, pubblicato in parte da Nico Naldini nei due volumi Einaudi delle Lettere di PPP (ormai introvabile), durato dal 1953 al 1965 (nell’ultimo biglietto « Uccellacci e uccellin i mi occupa», mugola Pasolini, «sto scrivendo poi tanto, nottetempo e nelle mattine domenicali»), risorge nel volume, tra poco edito da Guaraldi, Da uomo a uomo (pagg. 264, euro 15), insieme a trenta racconti di Padovani.

Il quale non ha potuto ammirare l’esito del suo lavoro: Cesarino, geloso del suo manipolo di lettere pasoliniane, è mancato, a 75 anni, un paio di settimane fa. Trasuda affetto e violenta vitalità, il grumo di lettere, narra mille momenti mancati (ad esempio, la gita a Padova, «Vi devo vedere Giotto: sarebbe assai bello andarci insieme»). E un paio di consigli letterari da tatuarsi sul petto. Primo: «Non divenire subito merce». Secondo: «Sii geloso di quello che fai, abbine un assoluto pudore». Lo spudorato Pasolini ritiene che nel pudore riposi il carisma del genio. Bello.

Corrispondenza fra Cesare Padovani e Vittorino Curci poeta e musicista di Noci (Bari)

Corrispondenza fra Cesare Padovani e Vittorino Curci (Noci – Ba)

Il giorno 11/gen/2012, alle ore 11:05, Vittorino Curci ha scritto:

Caro Cesare,

ho chiesto tempo fa a Luciano il tuo indirizzo di posta elettronica perché volevo complimentarmi con te. I tuoi scritti mi hanno dato una grande gioia. Dopo il nostro incontro a Noci cominciai a sfogliare “Plaflasmos”, così, distrattamente, per farmi una vaga idea della tua scrittura. Ma fui ben presto catturato dalla magia di una parola “originaria”, affrancata dal rumore fastidioso del nostro tempo. Ti dissi, quando ci incontrammo, della mia vecchia e incrollabile passione per Pavese, il primo autore a introdurmi nel mondo fascinoso del “ritorno”, ma il tuo libro mi ha spinto ben oltre facendomi scoprire il significato e la meraviglia di un “nuovo equilibrio”, dove i poeti, come “tutti i grandi ciechi acquistano viste più profonde”.
Le tue pagine su Filottete che, abbandonato dai compagni, nella solitudine impara ad amarsi e ad amare, sono indimenticabili. Per tutto questo, e per tant’altro che non sto qui a dire, ti ringrazio davvero di cuore.
Sono grato a Luciano per averci fatto incontrare.
Spero di rivederti presto.
Un abbraccio

Vittorino

_________________

Da: Cesare Padovani
Oggetto: Re: Un saluto
Data: 12 gennaio 2012 13:01:23 GMT+01:00
A: Vittorino Curci

Caro Vittorino,
ti ringrazio per questi tuoi calorosi apprezzamenti, e me li conservo gelosamente sapendo da quale sensibilità e cultura provengono.
Hai toccato corde profonde. Anch’io ringrazio Luciano di averci portato a casa tua per poter conoscerti…
Anche da parte di Giovanna ti assicuriamo che, passando da quelle parti, verremo a farti un saluto…….
Intanto un abbraccio.
Cesare.

p.s. Mi permetto di allegarti uno dei 25 miei racconti inediti: ho scelto non a caso Il merlo sapendo delle tue passioni e competenze musicali.

da Martin Andrade – Buenos Aires

—– Original Message —–
From: martinandrade..@hotmail.com
To: lprovenzano@aliceposta.it
Sent: Sunday, May 01, 2005 5:00 PM
Subject: RE: Cesare Padovani nel Salento-1-

Luciano caro: Complimenti per l’iniziativa di fare conoscere il pensiero del carissimo e sempre ricordato Cesare Padovani. Senza dubbio, lui lo merita per il suo instancabile lavoro di dare a noi altri la possibilità di capire ed arricchire la propria vita. Con Susana abbiamo parlato parecchio sia di lui sia della sua moglie, con i quali siamo stati insieme a San Marino in occasione di una conferenza su García Lorca fatta da Susana che, insieme a me, li saluta con affetto tramite te. E a te caro Luciano,  vada il nostro pensiero di amicizia e i migliori auguri per gli incontri che stai organzzando per il caro Padovani. Martin

Maurizio Nocera, La Grecia nel Cuore, Il Paese nuovo, Lecce, 12.luglio 2009

Un viaggio quello di Cesare Padovani. Un viaggio fatto a volte con un’automobile normale, altre volte fatto su un incredibile triciclo: un Sulky. Un mezzo mobile «a tre ruote, senza portiere e la cappotta di tela dipinta a gabbiani, una grossa borsa piegata dietro, una tanica, una macchina da scrivere portatile, un libro, un bastone» (p. 41). E con questo incredibile mezzo che Padovani diviene anche lui mitico viaggiatore alla «ricerca curiosa e stupita [delle sue] radici, tranquilli [lui e sua moglie] come se il [loro] vivere si fosse fermato lì», in Grecia.

[…]

Su «il Paese nuovo» (giovedì 25 giugno 2009) leggo un intervento (“La poetica del non-equilibrio “, p. 7) del poeta parabitano Luciano Provenzano, che dà notizia della venuta in Salento dello scrittore Cesare Padovani per presentare (26 dello stesso mese) il suo ultimo libro “Paflasmós. Il battito del mare Egeo. Viaggio nell’anima della Grecia “ (Reggio Emilia, Edizioni Diabasis 2008, pp. 284, euro 12). A dialogare con l’autore nell’Auditorium “Sigismondo Castromediano” saranno «quattro nomi della cultura salentina: Marilena Cataldini, poetessa, Silvano Palamà, ricercatore della Grecia Salentina, Federica Rega, giornalista, Gino Santoro, docente di Storia del teatro, che saranno coordinati dal filosofo Giovanni Invitto».
Aggiunge poi che il libro è una rapsodia di luoghi della grecità, scritto da un autore la cui condizione fisica è di notevole difficoltà (Cesare è seduto su una sedia a rotelle) che, per Provenzano però, è proprio questa condizione che costituisce l’elemento fondante il pensiero divergente di Padovani, per il quale l’ordine precostituito e associato all’equilibrio, nella sua costruzione filosofica, si converte in disordine e viceversa.
Tanto basta per convincermi di andare ad ascoltare questa presentazione. E però non vado solo per questo perché, a sorreggere l’invito, c’è il mio grande amore per la Grecia, la culla della radice del pensierosi ciò che noi chiamiamo Occidente, il cui punto focale è appunto quell’angolo di pianeta.

Pa-flas-mós
E della Grecia, dei suoi miti, dei suoi dèi e dei suoi umani (di ieri e di oggi), di ciò che era e di ciò che è,e di tanto altro ancora scrive Cesare Padovani in questo suo incantevole “Paflasmós”, che per l’autore significa quel particolare sciabordio del mare che «accompagna il lettore tra odori, rumori, visioni e anfratti di sapienza della Grecia meno conosciuta, per scorgene il tragico vigore antico, ma anche il pigro dormiveglia delle attese. “Paflasmós rinvia all’“andimámalo, parola magica nella lingua greca moderna, per raffigurare l’andirivieni dolce delle onde che si spengono sulla battigia e subito tornano verso il mare». “Paflasmós” è ancora questo, che traggo da un dialogo di Padovani con la moglie Giovanna, che gli chiede cosa significa questa parola. Risponde: «Prova a ripeterlo, scandendo le tre sillabe senza però staccarle: ““Pa-flas-mós”. Quale immagine ti suscita? / “Pa-flas-smòs”? Non saprei, forse il “pa” e il “flas” riproducono il rumore dell’acqua che si riversa sulla riva… / Appunto, quell’onda leggera e sottile che spegne i suoi bisillabi sulla battigia e sulle fiancate delle barche…» (p.74)

Con questa breve spiegazione del significato della parola “Paflasmós”, comincio a scoprire lo spessore di questo straordinario scrittore, che allo stesso tempo è filosofo, poeta, narratore, glottologo, artista della parola, che scolpisce il suo pensiero sulla pagina attraverso un linguaggio nuovo ma allo stesso tempo antico quanto antiche sano le parole degli umani.
“Paflasmós “ è un libro che si legge tutto d’un fiato e che ti giunge inatteso sul corpo come zefiro crepuscolare la cui origine sta nelle sorgenti di un sapere generoso e coinvolgente, proprio così com’è l’affiato poetico di Padovani, che dal suo volto di cerbiatto curioso, ti accorgi della tensione con cui va alla ricerca dei perché socratici ma anche degli assiomi imperturbabili parmenidei. ‘Paflasmós” è una storia che sembra avere un non inizio e neanche una prevedibile fine. E un libro che a qualsiasi pagina tu lo apri, ti offre subito un grande respiro di un sapere umano ampio e affascinante, incuneato nelle viscere profonde di quell’ancestro dove risiedono le radici della nostra cultura millenaria, la cultura della grecità, che per noi salentini è anche magnogrecità.
Essenzialmente sono questi i motivi che mi hanno spinto ad aprire ‘Paflasmós”, a leggerlo con una certa avidità. Qualche problema però mi è sorto nel momento in cui ho cominciato a leggere le sue pagine con la finalità di recensirle, perché esse sono tutte dense di significati filosofici e poetici. C’è tanta rapsodia in “Paflasmós”, e bellezza letteraria, incanto superlativo. La voglia allora non è quella di scrivere una recensione, ma di fare tutt’intera la riscrittura del testo. Ma questo non si lo può fare, perché uno deve essere e deve rimanere l’autore, Cesare Padovani, il quale dice di avere scritto i XII capitoli di ‘Paflasmós” quasi fossero le dodici fatiche di Ercole due delle quali gli si sono presentate come quasi impossibili.

Come Ercole
Scrive: «Così [come Ercole] io pure mi sono trovato a lottare con il mio “Leone”: contro tutte quelle forze che ostacolano il cammino della mia scrittura, e che tentano di rovinare il raccolto: la “stanchezza, la mia stessa età, le discontinuità dello stile, le mie paure….” […] Ho ripulito le “Stalle “della mia scrittura che, abbandonata da mesi, e a volte per anni, stava imputridendo nella retorica: sono stato aiutato, nello scovare gli anfratti più nascosti e ammuffiti, da fiumane di sguardi scrupolosi di chi ancora mi ama. “Pulisci qui, equi, togli là, riprendi, taglia, riapri, rivedi…”» (pp. 167-168).
E poco oltre, raccontando la sua scrittura come un viaggio, ricorda: «Da solo o insieme a Giovanna [la moglie], ho ripercorso in lungo e in largo il continente greco e le isole, ho ascoltato i linguaggi della Magna Grecia, accompagnando la mandria dei miei “Buoi” fino ai pascoli più remoti perché tutto quello che andavo arando si contaminasse e prendesse 1’ “humus” di altri miti, dì altre leggende, di nuovi dialetti incontrati». Un viaggio, dunque, quello di Cesare Padovani, un viaggio fatto a volte con una automobile normale, altre volte fatto su di. un incredibile triciclo, che Padovani si è fatto costruire e col quale scopriamo che ha attraversato praticamente tutta la Grecia, a volte con infinita gioia, altre con dolce “nostalghìa”, infine con dolorosa malinconia per quel dolore “non-ritorno” che c’è sempre in ogni “taxidi” (viaggio). Interessante questo suo Sulky, che ce lo descrive come un mezzo mobile «a tre ruote, senza portiere e la capotta di tela dipinta a gabbiani, una grossa borsa piegata dietro, una tanica, una macchina da scrivere portatile, un libro, un bastone» (p. 41). E con questo incredibile mezzo che Padovani diviene anche lui mitico viaggiatore alla «ricerca curiosa e stupita [delle sue]

radici, tranquilli [lui e la moglie] come se il [loro]
vivere si fosse fermato lì», in Grecia (p. 41).
Si chiede quanti sono gli altri mitici viaggiatori greci che sin da bambino lo hanno affascinato, pur sapendo che spesso non di un loro “kalò taxìdi” (buon viaggio) si è trattato, ma di viaggi accompagnati dal dolore malinconico del non ritorno, come accadde a «Giasone partendo dal Pilon con gli Argonauti alla volta della Kòlkide […] e ad Agamennone staccando gli ormeggi dall’Eubea alla volta di Troia [. . .e a] Odysséo [alla ricerca di Itaca]» (p. 9).

Verso dove?
E ora, quali le sue mete? Egli conosce la Grecia, la sua millenaria storia. Per più di trent’anni l’ha percorsa in lungo e in largo, nell’entroterra e sulle isole. Eppure non è mai riuscito ad essere convinto di averla conosciuta per davvero fino in fondo. Ecco allora che il suo viaggio diviene una sorta di “Odissea” alla ricerca del Mito, «che si costruisce durante il viaggio stesso, che è il racconto mitico di un viaggiatore senza itinerario sicuro ma che coincide con il proprio modo di esistere. E dunque questo — egli si dice — il mio mito o il mio viaggio o anche la metafora del percorso dei miei anni vissuti?» (p. 22). Andare dunque verso quale meta? Quale incontro? Sicuramente verso il ricordo del non ritorno, che l’autore sente come spessore dell’anima, come incrocio di sentimenti di bellezza e di nostalgica “Melanconia “ (Aristotele) per quello che ha nella mente e per quello che poi i suoi occhi verificano nella realtà concreta. Ecco allora che il suo viaggio si dirige verso luoghi che il Mito ha fatto divenire archetipi ancestrali. Attraversando con la nave la baia di Vathì, davanti al porto di Itaca, Padovani non può non sfuggire al Mito che maggiormente lo avvince: quello di Ulisse. Scrive di osservare «grossi uccelli annoiati [che] protestavano al [suo] lentissimo passare [della nave], come fossero interrotti nel loro rito di raduno che si ripete da più di trenta secoli, dal regno di Laerte. Da qui Ulisse parti, e qui ritornò dopo vent’anni. Qui Ulisse era atteso» (p. 43). Ma lui, Cesare Padovani, è forse atteso da qualcuno? Oppure è lui che attende qualcun altro?
Un fatto è certo alla sua mente: anche lui si sente come i mitici viaggiatori greci e, come «erede [delle mitiche] “nostalgìe”, pone orecchio a tutte le sensazioni, abbandonando le epiche imprese, per accingersi ad un viaggio come un cammino tra i sentieri dell’animo greco» (p. 10). Ed ora, per lui, andare alla ricerca del Mito Greco, è come scrivere una, no, anzi due lettere che raccontano il suo viaggio: una lettera alla moglie Giovanna e l’altra ad un caro amico —Antonio – che di casa sta a Nàfplio, nel Peloponneso.

Il Mito
Tante sono le vicende che l’autore incontra sul suo percorso come anima che sente vivo il Mito del non ritorno che, attraversando ancora l’Italia, il Gargano, alla volta di Bari, il suo porto, la nave che lo trasporterà a Patrasso, constata che «la Grecia è già qui: ci sta schiudendo le porte, traboccante di aromi e di miti» (p. 27).
Le porte del Mito si sono spalancate, ed è in quel momento che egli “sente” nella carne e vede in trasparenza la dimora degli dèi sul Parnaso, e vede Dodòna arcaica col suo santuario delle Grandi Madri mediterranee che «hanno dato le loro forti impronte a queste civiltà”» (p. 50). E vede ancora Itaca, «isola stracolma di simboli» (p. 62), e Delphi, il Mantèion, le Meteore, Capo Sounion.

Leros, l’isola dei poeti
Il suo primo e vero approdo è a Leros, l’isola dei poeti e delle olive dell’ex tassista Petràs. Padovani scrive il perché proprio questa isola, e lo fa con una risposta della moglie a una sua domanda: ((“Perché Leros è la pantofola che cerchiamo da tempo” […] La infili e ti adagi in quell’incredibile “issichìa” [… quella] specie di tranquillità che riesce a sprofondarti in quella sua natura, fatta di sole, di mare, di passeggiate, e fatta di silenzi, di aromi e di chiacchiericci da villaggio sul far della sera» (p. 34).

Mytilene, un’isola tutta al femminile
Poi ci sono tappe intermedie, dovute a guasti al suo Sulky oppure a deviazioni del cammino della vita. La sua seconda tappa è certamente “Mytilene, un’isola tutta al femminile”, una sorta di «foglia di platano che galleggia sull’Egeo» (verso del poeta Odysseo Elitys), dove «un tempo rotolò la testa di Orfeo» che tuttavia continuò «a cantare risvegliando passioni amorose». «Anche adesso scrive Padovani — è possibile udire in particolari sere d’estate gli arpeggi dell’aria tra le fronde degli alberi e una voce dolcissima come quella di chi cerca per sempre il suo Bene» (p. 53). Ed è qui, nell’antica Mytilene che egli va alla ricerca e trova il Museo “Teriàde” (l’artista greco sperimentalista amico di Picasso, Matisse, Chagail, Prevert) che da tempo voleva vedere. Però, «di solito il museo dà tristezza, perché raccoglie resoconti sottovetro, perché non sa raccontare; ma in questo caso, invece, diventa un felice “punto di partenza” per introdursi nei segreti dell’isola. Se Mytilene rimane nascosta, non si fa scoprire facilmente, occorre scovarla attraverso questo deposito di segni, cominciando da quell’avventura e la scoperta, come una Grande Femmina che ti a1- braccia costantemente con le rientranze delle baie, con le fessure sensuali delle gole tra monte e monte, anche seni e natiche di una figura che non si “vede eppure si avverte, l’Isola assopisce, fa perdere le tracce della sua natura» (pp. 56-57). E ancora se «Samos è l’isola della filosofia e della matematica, Mytilene è l’isola della musica e della lirica, ma è anche l’isola della “prudenza”, della “sophrosìne “: di quel cauto procedere che segna un particolare tipo d’intelligenza, quella che recupera ogni elemento offerto, anche il più spontaneo, in vista di un progetto» (p. 58). Dopo avere intascato «dei sassi bianchissimi raccolti sulla spiaggia di Eréssos, villaggio dove Saffo nacque» (p. 59), Padovani e la moglie Giovanna lasciano Mytilene salutati dai dolci versi della divina Sacerdotessa: «Siete venuti, bene avete fatto:/ io vi aspettavo./ Mi avete rinfrescata l’anima / che bruciava d’amore» (p. 60).

A Kos, l’isola del vento
Raggiungere l’isola Kos, per Padovani non è più un problema. Complice anche la copertina del libro di Ilya Prigogine — “Fine delle certezze – sulla quale egli osserva «nuvole in un brano di cielo che vengono imbrigliate da reti geometriche» (p. 61). Per l’autore, ma anche per tutti noi, Kos è l’isola del vento (il “Meltemi” «forte e incessante vento del Nord», è la mitica terra di Ippocrate e della medicina (qui regna il suo dio, Asclèpio), ma, per Padovani, è anche «l’isola degli umori e delle incertezze» (3. 62). Strano no? L’autore scrive di incertezze e si porta dietro quel libro di Prigogine, il cui titolo è l’esatto contrario. Interessante è poi la sua riflessione a proposito di Kos, il cui nome è abbastanza curioso: «a pronunciarlo — scrive — sembra un colpo di tosse, Kos, proprio questo luogo mitico dove ebbe origine la scienza della salute […] Kos assomiglia più d’ogni altro luogo all’animo umano, e questo “panorama” mutevole e “ventoso”, certo non lo riconosceresti in nessun tipo di cartolina» (p. 62). A Kos, Padovani è interessato a rivedere i resti archeologici della spettacolare Clinica dello storico medico Ippocrate, del V secolo a. C., non dimenticando di dire che da quel tempo in poi qualsiasi medico, per essere ritenuto tale, è tenuto al famoso “Giuramento“, da lui formulato, assieme al concetto del “segreto professionale”, nel 430 a. C. Scrive: «Attraverso profumi di bosco, ciuffi di erbe aromatiche e officinali, tracce di fonti termali d cui ancora escono fili d’acqua, attraverso scale d’accesso a ciò che resta di antiche piscine, a corridoi, stoe, piazzole, alla conca del teatro, abbiamo raggiunto il punto più alto del complesso. Qui ancora rimangono le basi del colonnato del tempio di Apollo, dove gli antichi potevano dialogare col loro dio e affidarsi alla sua misericordia, quando ogni cura rimaneva inefficace. In questo modo ho sentito battere il cuore di Ippocrate: terapeuticamente o amorevolmente, non so più quale sia e se ci sia la differenza. E, qui, il vento da millenni la fa da padrone di casa, ci si affida a lui come a chi si prende cura della salute. Il vento, come volesse sferzare arbusti, piante, animali, esseri umani, forme e pensieri che si ergono implacabili nelle rispettive testarde certezze della propria salute» (p. 64).

Chio, l’isola di Omero e di Fiottete
Dopo Saffo (Mytilene), Ippocrate (Kos), per Padovani non poteva succedere che Chio, l’isola che tutti noi, e lui per primo, immaginiamo essere quella di Omero o degli Omeri. «Non so -scrive- chi possa essere stato, ma me lo immagino, questo vagabondo Cantautore dalla memoria formidabile. Senz’altro, durante il suo peregrinare, deve aver raccolto a piene mani gli umori e i gusti e i modi di dire di quelle molte genti che andava conoscendo, nei suoi soggiorni. viaggiando dall’Anatolia al Mare Jonio. “Seléne “o “Selèna “o “Selànna “che dicesse, era sempre la Luna a cui si riferiva, e tutti lo capivano. Cieco, forse malinconico, spaesato come lo sono i poeti che non trovano riconoscimento dove sono nati, ma di certo felice di esistere, carico di quella “felicità” particolare che la curiosità riesce a darti, me lo immagino, anche nella sua difficoltà d’inventare ogni volta una storia adatta a “quel posto “, e di tenerla a mente, poi, nella tappa successiva. Non esistendo ancora l’alfabeto deve aver adottato strategie geniali per i suoi “promemoria“: con molta probabilità erano protesi offerte dalle forme naturali che andava toccando, oppure offerte dal suono di una parola che ne richiamava un’altra, oppure ancora dalle cadenze ritmiche del verso epico che, dopo un certo piede, ne faceva succedere un altro nella cui scansione entrava solo “quel “ bisillabo, o “quel “polisillabo. […] la maggiore virtù di Omero era quella con cui più che altri sapeva entrare tutt’intero nello spirito del personaggio che andava cantando. Parlava, innanzitutto, per bocca di Odysséo ma sapeva essere anche Ettore, era Acheo tra i Greci ma era anche Troiano tra i lutti della famiglia di Priamo, nel presagio di Cassandra o nel dolore di Andròmaca» (pp. 69-70).
Fondamentalmente Padovani si reca a Chio per Omero, per questo scrive: «vi siamo ritornati, in quest’isola, stavolta soltanto per riposare, per ritrovarci, per restare con noi, in “bonaccia “» (p. 71) che in greco si dice «galìni » che così è «quando il mare è talmente piatto». A Chio, l’autore s’incanta davanti ai sassolini di varie forme che la moglie gli raccoglie sulle spiagge. Il divertimento consiste nel dare delle forme alle pietre che per Giovanna diventano una sorta di catalogo indecifrato, un sillabario da decifrare. Pietruzze-alfabeto quindi, pietre semplicemente rotonde come bottoncini. Padovani scrive che a Chio ha rintracciato la «pietra ben levigata» sulla quale «compare, sbiadito, il nome OMERO, e si racconta che da qui, da questo pulpito monolitico, il poeta cantasse ed educasse» (p. 81). Semplicemente straordinario: è chiaro che forse tutto ciò è solo una leggenda, ma il fatto che un animo sensibile come quello di Cesare Padovani l’abbia rilevato fa sì che noi sentiamo questa storia come un qualcosa che ci emoziona e ci fa felici.
Chio è pure l’isola del mito di Filottete, figlio di Peante, che partì con gli Achei per combattere a Troia, ma fu abbandonato sull’isola di Lemno a causa del fetore che emanava da una ferita al piede. Si narra che furono Ulisse e Neottolemo a riprenderlo e condurlo ad Ilio sulla base di quanto aveva previsto l’oracolo, e cioè che mai sarebbe caduta la città se non fossero state scagliate le frecce di Eracle, possedute appunto da Filottete. Padovani si serve di questo mito per narrare l’avventura di un brutto naufragio accaduto a lui e alla moglie assieme ad altri greci mentre navigano appunto verso l’isola.

A Lemmo e poi, Atene
Il viaggio li porta dunque a Lemno, là dove il mito voleva esserci la dimora di Hefèsto, con la sua officina attrezzata per forgiare le armi agli eroi e alle divinità greche, dove, attraverso una ricerca etimologica, Padovani individua forse il luogo (“Lùchna”, “Photià”, “Phanaràki”) dove crede di individuare «la probabile zona in cui avrebbero sostato imbarcazioni greche alla volta di Troia, e sia rimasto qui il mitico arciere tessalo Filottete, abbandonato dai compagni perché “puzzava” in modo insopportabile» (p. 89).
Il soggiorno ad Atene diviene per l’autore l’occasione per ripensare la filosofia (Parmenide, Holderlin, Calvino e, soprattutto, il filosofo Heidegger, il quale «non ha scritto nessuna guida turistica, ma ha messo [lui] “in cammino verso il linguaggo “ autenticamente greco, mostrando[gli] la chiave di certe “voci” che hanno [avuto] il potere di far[gli] dire quell “ah, ora capisco!” che esclama Àgave quando nelle “Baccanti “riconosce il figlio o Edipo quando riconosce la madre, oppure Penelope quando finalmente convinta abbraccia il suo Odysséo» (p. 33).
E qui, in Atene, cominciano le sue prime amare riflessioni: Scrive: «Da alcuni decenni, Atene, giorno dopo giorno è sempre più una città invisibile […] Atene non è più l’Atene degli anni Sessanta e Settanta: di lei è rimasta l’Akropoli strangolata da strade e rumori […]Soprattutto alla Plaka mi piaceva qua e là sostare, curioso […] Ora Atene è chiassosa, agitata, e tutta questa tranquilla esplorazione non sarebbe più possibile» (pp. 114-116). Padovani se la prende con una certa idea di turismo, tanto da indurlo a scrivere: «Stiamo perdendo la Grecia, stiamo dimenticando la sua grecità» (p. 138). Il suo viaggio-racconto volge ormai al termine.

Dove la Luna vaga sul mare
Ritorna a Nàfplio, espressamente «per goder[s]i ancora dal suo porto lo spettacolo della luna vagare su questo ampio golfo dell’Argolide a cui s’affacciano, e vi guardano da poco lontano, le Acropoli dei maggiori miti del Peloponneso: quella di Larissa che sovrasta Argo, quella di Tirino, di Midèa, e, dalla parte opposta a dove mi trovo, quella di Lema dove Hèracles furente ancora è là che sta uccidendo l’Ydra» (pp. l4-149). Quindi Epidauro e il suo mitico teatro, fino a spingersi poi nella «mitica regione di Lerna, in questa oasi di verde e di zampilli d’acqua che sgorga spontanea, [dove anche qui] è arrivato lo zoccolo più distruttivo del progresso. Costeggiando l’intero golfo di Argos, da Nafplio si raggiungeva in mezz’ora Myli, dov’era la fonte Animòni. Quell’acqua stava a gorgogliare da alcuni millenni la sua storia amorosa. Bastava ascoltarla quand’era ancora una vergine Ninfa […] Addio Amimòni.  / Chi può aver progettato questo stupro, chi ha voluto tutta questa violenza?» (p. 16 1-162).

La cattura del “pensiero”
Per Cesare Padovani il colpevole è « questo nuovo modello di “tèchné “ [che] ha preso la parola, si è  imposto come un nuovo Dio, catturando in sé il pensiero. Da qui, da questa espropriazione dell’umano dall’uomo, prende inizio il moderno senso della “téchno-loghia “» (p. 164). A questo punto, il ritorno verso Itaca (che poi sarebbe il ritorno verso qualsiasi luogo delle origini) diviene per l’autore un viaggio di malinconia disperante: «Andarsene da qualcosa che si ama è provare “nostalgia” ancor prima del momento del distacco. Come la vita, un viaggio del genere non può non mantenere in sé quel residuo malinconico del “dolore del non-ritorno”»(p. 167).
In tutto il viaggio-racconto, il nume ispiratore dell’opera di Cesare Padovani è Pier Paolo Pasolini, che gli scrisse alcune lettere negli anni 1953-65, alcuni frammenti delle quali sono messi a mo’di introduzione: «. . .Stiamo percorrendo la stessa strada — scrive Pasolini— [. . .] continua a lavorare con lena e con fiducia, come hai fatto finora […] Ricorda che non avrai più tanto desiderio di sapere e di amare come in questi anni e devi selvaggiamente approfittare, leggere e imparare come un pazzo… […] Ti ho lasciato ragazzo, e ti ritrovo giovane uomo, con tutta la ricchezza della gioventù».
Cesare Padovani ha dedicato il libro «a Maria Giovanna / amorosa complice / lungo comuni sentieri», un libro che ha un «Ritmo / intenso e dolce / come lo sciacquìo/ del mare Egeo / in cui l’autore ha posto / e rinnova le sue radici / Paflasmós viene stampato/ nel carattere Simoncini Garamond/ su carta Arcoprint delle cartiere Fedrigoni / dalla tipografia SAGI di Reggio Emilia / per conto di Diabasis / nel settembre / dell’anno / duemila /otto» (dal colophon).

Nel 1974 e nei due anni successivi, d’estate ebbi a lavorare, per conto del Comune di Reggio Emilia, in una casa di vacanza, con i bambini, a Riccione. Esperienze bellissime, innovative sotto l’aspetto pedagogico e relazionale. Ci si relazionava anche col territorio, con le risorse che offriva. Conobbi ad esempio il CEIS – Centro Educativo Italo Svizzero  – di Rimini, con quella grande figura di umanista ed educatrice che è stata Margherita Zoebeli. Ci si avvalse anche di una compagnia di animatori teatrali, per sviluppare attitudini espressive-creative con i bambini. Di questa faceva parte Cesare Padovani. Nacque amicizia;  e se pure Cesare se n’è volato in cielo nel 2014, questa pagina testimonia che essa fra noi dura ancora.

(Luciano Provenzano curatore della pagina)