Un laboratorio poetico

copertina della raccolta di poesie “Petali scarlatti e rosso porpora”

Articolo di Giordano Remondi, La Gazzetta di Mantova, 17/07/ 1981

L’interessante ed anche provocatoria proposta di un giovane mantovano alla ricerca di una propria identità

Luciano Provenzano si sforza di comunicare – segnalato al premio «Poesia Giovane 80» con «Petali Scarlatti e Rosso Porpora»

 

Luciano Provenzano è un giovane poeta mantovano della «neo-avanguardia» che come molti suoi colleghi, si sforza di comunicare qualcosa a tutti. Infatti non indulge alle complicazioni fumose degli sperimentatori passati, né d’altro canto scivola nella banalità. Così è risultato fra i segnalati all’incontro nazionale «Poesia Giovane 80» promosso dallo Stabile di Poesia di  Bergamo, proprio in occasione della sua opera prima dal titolo «Petali Scarlatti e Rosso Porpora», tre delle quali gli hanno consentito il successo in questo nuovo tipo di concorso che non prevede classifiche e graduatorie di tipo classico, ma solo la scelta delle «promesse», cioè dei poeti che hanno la così detta «stoffa».

La raccolta è una specie di laboratorio: alcuni tentativi non riescono; altri sono semplici «biglietti» in versi; altri ancora fanno il verso a temi già sfruttati; altri invece denotano un linguaggio maturo, già formato con una struttura riconoscibile. Ed è di questo linguaggio in via di costruzione che intendo parlare, perché mi sembra il germe di un futuro stile da coltivare. Infatti s’intravede l’uso tipico di un codice che emerge, pur a fatica, in mezzo a varie immagini sparse; si delineano le cellule tematiche  intorno alle quali il poeta ti concede di appartenere alla sua esistenza, facendoti vivere i segni (o i simboli) che incidono sulla sua vita. È noto ormai che la poesia rimane tale se non si fa schiava di un messaggio ideologico già precostituito. Oggi la cosa è sempre più chiara: almeno al suo inizio il poeta si sforza di superare l’intellettualismo di coloro che si degnano di «sganciarti» delle idee e delle filosofie in versi.

A tale scopo mi piace trascrivere subito la poesia più riuscita di Provenzano, in quanto riassunto degli esperimenti precedentti; ed è significativo che sia proprio l’ultima della raccolta, la XXV:

ODE PICCOLA

Linfa serena di vita  / ripercorre su e giù / canali misteriosi di contatto multiforme // Sfere intangibili racchiudono ipotesi smarrite di futuro / dove l’importante è nascosto o / forse non esiste // Barlumi di luci / pulviscolo di silenzi / l’aria è vita / ampio il respiro / fragole i desideri per chi / non è stanco di chiedere // Canto d’uccelli accompagna / schiudersi di petali vellutati / capezzoli danzanti / al sole del primo mattino //  Prolungati sguardi lungo / distese metamorfosi  / fiori lucenti di aurore boreali // Agili dita ricercano pieghe sottili  / insinuandosi fra… //  L’irragiungibile è sempre a un passo / gioca con l’eterno egli / mio malgrado / pattinando beato / su scogliere accidentate.

La poesia potrebbe telegraficamente essere ricordata con una espressione calzante il genere dell’ode: «Morte negata». Tracce di vita sulla terra: questo un possibile sottotitolo. Ode, appunto: un canto che si apre alla partecipazione, per sottolineare i momenti comuni; ma ode piccola, perché i termini si riferiscono ad esprerienze quotidiane. Le metafore sono legate al vissuto comune a tutti i militanti della sinistra vecchia, nuova e nuovissima – e quindi vicina a Marx e basta (niente trattini! I classici non sono di un partito, né fondano sette, né vivono le situazioni, né comandano, né – al limite! – ispirano alcuna strategia-anti!!! Vivono per…)  e tuttavia non sono metafore cariche di immagini del tutto usuali: come si addice a chi vive per immaginare  «cose nuove», appunto, «il sogno di una cosa» di Marx e di Bloch (Ernst). E pertanto l’abbandono lirico non rimane una comunicazione intima, ma diventa colloquio di uno fra i tanti: con se stesso, con i molti, col mondo, alla ricerca di «ipotesi smarrite di futuro». È l’inizio mai percepibile subito – le sfere che racchiudono le ipotesi sono dette «intangibili»… – di un togliersi da un centro fisso, assoluto, che dà morte e non riconcilia con la vita. Che cosa fanno le sfere? Ruotano, credo! Sono visibili o invisibili? Dipende! Se ascolti sono dentro le ruote; se guardi, chissà, forse bisogna sempre andare oltre, per non restare accecati! Sarebbe bello….!!!

Ma perché scelgo «morte negata» mentre il poeta non ne parla? La esorcizza, forse? avrebbe, allora, gli occhi bendati?

E qui mi lascio guidare dalle stesse parole dell’autore, senza andare oltre il testo nella sua forma letterale. Non sprecherebbe la parola «ode» se non si trovasse in profonda sintonia col bisogno collettivo di vivere una esistenza sociale al di sopra della mera «vegetazione»; altrimenti canterebbe i suoi lamenti funebri o i suoi furori o le sue piccolo-borghesi illusioni, o i suoi proletari tradimenti… La sintonia col bisogno di vivere si forma dallo stesso inserirsi nella crisi della nostra civiltà, che è già entrata nello stadio della decomposizione (dopo i tramonti e le disgregazioni già dette e ridette nel Novecento…) Siamo in presenza di una ferita mortale che ci lacera il significato del privato e del pubblico, facendoli danzare davanti a noi con clamorosi scambi delle parti, con labirintiche visioni; eppure, mai come adesso il bisogno di sconfiggere la morte lottando, amando, provocando, è stato così contraddittorio. Per cui non si sa più che cosa occorra negare né negare di negare; è qui che allora nasce il bisogno di decentrarsi, di spostarsi, per entrare in contatto diretto, in-mediato con la vita, magari «in piccolo» per provare nel laboratorio privato ciò che la scena della storia ti rivolge direttamente indietro, con le sue forze che coltivano crisi e raccolgono morte…

Forse il poeta non è ancora riconciliato con la vita, completamente; nel contatto con i quattro elementi (trovateli, trovateli…!) la sua immaginazione sembra spaurita; e allora? Come si fa a mediarli? Dove sta la globalità del discorso?

«L’irragiungibile è sempre a un passo / gioca con l’eterno egli / mio malgrado / pattinando beato / su scogliere accidentate». E forse il gioco fra la vita e la morte è molto più in-mediato del discorso globale. Non occorrono le mediazioni. La mente si riposa, anzi va in pensione, sempre che «le agili dita» del corpo vivano della loro storia, e sperimentino il mondo, si sentano vive in se stesse, non già nella storia delle identità e differenze dell’Altro…

E allora si potrebbe ricominciare «a non stancarsi di chiedere»…

_ _ _ 

*) copertina a cura di Pietro Lusvardi che trasforma un’opera di Man Ray, “Object of Destruction” (1932), inserendo delle  labbra sul metronomo al posto dell’occhio. 

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.