presentazione alla raccolta poetica Condensazione

 

Vittorino Curci per Condensazione 
di Luciano Provenzano, Edizioni “Il Laboratorio”, Parabita, 1988,
Pubblico incontro, Parabita  10 marzo 1990

Premetto che non farò un intervento critico su “Condensazione” . Sono qui nella veste del poeta/amico, del testimone di parte, del militante passionale. Il che significa che non andrò, come si dice, per il sottile.

Luciano Provenzano, io e alcuni altri poeti della stessa generazione (come Raffaele Antini di Foggia, i salentini Fabio Tolledi e Salvatore Torna, che ci ha lasciato qualche anno fa, i giovani baresi che ruotano intorno alla rivista “Escamotage”, altri ancora sparsi qua e là come Pino Dentico di Gioia del Colle, Francesco Giannoccaro di Monopoli, ecc.) costituiamo oggi in Puglia un piccolo drappello di ostinati combattenti per l’affermazione di una nuova idea di poesia. Vi chiederete: “nuova” rispetto a che cosa?

Essenzialmente -questa la mia, la nostra risposta – rispetto a una tradizione svuotata e imperturbabile nonostante le profonde trasformazioni sociali e antropologiche del tempo. Con questo non voglio dire che siamo organizzati in una specie di gruppo. Il nuovo che esprimiamo è un processo non intenzionale, una evidenza registrabile solo a posteriori e per la quale, da un capo all’altro della regione, ci siamo poi incontrati.

Ogni poeta in questo drappello ha una sua precisa fisionomia. Ognuno si è costruito una sua poetica che è profondamente diversa da quella dell’altro. Il dato che ci accomuna l’abbiamo scoperto in un secondo momento, constatando che il nostro lavoro si stava allontanando sempre più dalla cosiddetta tradizione, sia quella mediocre di una sana poesia di provincia “genuina” come i prodotti della terra, un po’ citrulla ma onesta e senza grandi pretese, sia quella orfica, nazional-impopolare, vagamente ispirata e finta, che si diparte dal cuore più milanese (e milanista-berlusco-mondadoriano) della storica e stanca linea lombarda.

Le quasi quotidiane invettive del povero Toma contro i vecchi e nuovi appaltatori della Poesia Italiana Contemporanea non erano poi così infondate. Più passa il tempo più mi convinco che Totò avesse capito tutto e che la sua reazione istintiva, in termini anche di scrittura, sia tuttora valida e praticabile.

Lontano dagli interessi della società spettacolo, quel poco di poesia che oggi in Italia viene pubblicato e distribuito professionalmente, è nelle mani di un paio di combriccole letterarie che, tra Roma e Milano, si muovono con la stessa logica delle oligarchie politiche. La gestione dei contratti editoriali è affidata alle regole auree del “ciò che lasci è perduto”, del “do ut des”, del “uno a me, uno a te e questo” (vi lascio immaginare il gesto) “agli altri”. Tra non molto, sono convinto che, così come accade in altri settori, anche in poesia avremo il fenomeno della figliolanza d’arte: il grande poeta Tizio figlio del grande poeta Caio.

Se a Milano, nello stesso condominio è possibile trovare due o anche tre poeti insigni, degnissimi delle attenzioni di Marco Forti o di Giovanni Raboni, al Sud, per centinaia e centinaia di chilometri quadrati, state pur certi che non esiste un solo poeta meritevole di essere letto e conosciuto. Chi ha la sventura di nascere da queste parti, il velleitario di queste aree depresse, è bene che non si sforzi più di tanto. Per i prossimi vent’anni almeno, i giochi sono belli e fatti. Rassegniamoci quindi e godiamoci lo spettacolo dei più caparbi, (alcuni dei quali hanno anche tentato l’iscrizione alla Lega Lombarda…).

Nell’attesa di tempi migliori c’è chi bestemmia come un turco e chi invece, nella condizione  assolutamente libera in cui si trova, scopre i sapori di una strana felicità.

Dopotutto, dove sta scritto che i giochi sono chiusi? Chi potrebbe seriamente arrischiare, a prova di pernacchia, un giudizio definitivo sulla poesia del nostro tempo? Su, siamo seri! Forse le cose sono molto più semplici di come le pensiamo. Ad ogni modo, ciò che mi preme ricordare è che in queste zone depresse della poesia è possibile imbattersi talvolta in poeti straordinari. E il fatto che siano trascurati dall’industria culturale, ce li rende ancor più graditi.

Io e Luciano ci siamo conosciuti durante una singolare manifestazione da me ideata: una 24 ore non stop di poesia dal titolo “Dalle cinque della sera”. Si è tenuta per due soli anni, nel 1986 e ’87, a fine primavera, in una masseria settecentesca della campagna di Putignano. (Un fatto curioso: il nome della Masseria è Monterosso, identico cioè al nome della località della riviera ligure dove Montale scrisse buona parte di “Ossi di seppia” .Non so se la nostra Monterosso produrrà nel tempo capolavori della stessa portata ma di sicuro le amicizie letterarie che ha consolidato costituiscono per noi valori di non trascurabile importanza.)

La manifestazione cominciava alle cinque del pomeriggio del sabato e, con letture continue, si procedeva ininterrottamente per ventiquattro ore fino alle 17 della domenica. Naturalmente vi erano momenti con grande partecipazione di pubblico, ed erano quelli più contesi dai vari poeti per mettersi in mostra. I problemi sorgevano a notte fonda, all’alba, alle prime ore del mattino quando la maggior parte del pubblico e dei poeti andava via.

E’ lì che è nata la mia amicizia con Luciano, nelle zone d’ombra segnate dalla spettacolarizzazione della nostra esperienza, nel momento più difficile in cui, lottando contro la stanchezza, il sonno e chissà quante altre cose, dovevamo sforzarci di mantenere accesa la piccola fiammella della poesia e, con essa, lo spirito stesso, quasi  agonistico, della manifestazione. Da allora ci siamo incontrati più volte per realizzare insieme qualche progetto editoriale (come il fascicolo di Bosco delle Noci da me curato sulla “Poesia in Puglia: Anni Ottanta e Sesta generazione”) o per alcune letture in vari paesi della regione: a Corato, a Turi, e anche qui a Parabita, alcuni anni fa, d’estate, nella villa Comunale.

“Condensazione”. Nella breve ma succulenta nota di poetica che chiude il libro leggiamo che lo spazio della poesia è “il tratto di congiunzione fra sogno e realtà”. In questo senso la parola è il dono che nasce dal rischio, dal continuo smarrirsi e ritrovarsi del poeta, dello sforzo che egli compie di toccare “l’attimo che si dilata e si espande”.

Per accostarsi alla poesia di Luciano è necessario spogliarsi di ogni pregiudizio. La sua parola nasce dal silenzio della vita, da una determinante assenza di memoria.

Chi pronuncia quella parola è un io-noi che ha cognizione delle sue forze e ha scoperto che è possibile scoprire.

Tutto quindi risuona come fosse la prima volta. Il quotidiano diventa la meta di un lungo viaggio nello spazio e nel tempo. La lezione, più o meno, potrebbe essere questa: quanto più ci estraniamo dalle regole della comunicazione poetica tanto più ci ritroviamo impregnati di umanità e partecipi di un destino più grande.

I testi mi danno l’idea di parole distillate una dopo l’altra con la serenità, la gioia e l’incoscenza di chi non vuole distaccarsi dalle strade luminose del presente e non si preoccupa affatto di trovarsi un albergo per la notte. Vi percepisco la suggestione di paesaggi indagati con gusto geometrico e senza furore. 

Sorvolo sui temi per richiamare brevemente l’attenzione sul momento musicale, sulle martellanti irregolarità dei versi. Si tratta per lo più di versi brevi, spesso composti da una sola parola. Ciò imprime al testo un particolare, andamento ritmico, direi – grosso modo – solenne e tragico.

La scansione nitida delle sequenze accresce uno dei caratteri peculiari di questa poesia: la sua vaga e sofferta religiosità. Al contrario di quanto fanno di solito i poeti orfici, campioni di nascondimento, Luciano è un poeta della rivelazione. Mi fermo qui. Oltretutto l’evidenza della poesia non può essere spiegata. Ancor meno giustificata. Marina Cvetaeva ha scritto: “Non concedo a nessuno il diritto di giudicare i poeti. Perché nessuno sa. Soltanto i poeti sanno, ma loro non giudicano mai”.

E’ sufficiente leggerle, le poesie di “Condensazione”, e possibilmente ad alta voce, per rendersi conto dell’intelligenza che le sorregge. Ma non si tratta solo di intelligenza, che da sola non basta per aversi una poesia di valore, c’è pure in esse quel momento di sintesi emotiva che tanta poesia di oggi sembra aver smarrito.

Un poeta che si pone e trova soluzioni a problemi del genere è un poeta che ha navigato a lungo e che, soprattutto, ha chiuso i conti con i notai della tradizione.

Questo non vuol dire che la tradizione sia stata rifiutata. E’ stata semmai assimilata e condotta, per gli aspetti più convincenti, all’interno di nuove poetiche che nessuno si illude siano le migliori di questo mondo. Più problematiche, forse, sì. E anche più rischiose.

Del resto, che divertimento ci sarebbe a scrivere versi se poi non si corresse qualche rischio? C’è al riguardo un prezioso insegnamento di Faulkner: “Io giudico la riuscita di un’opera dal rischio del fallimento che essa comporta”.

Un insegnamento che, a quanto pare, Luciano ha fatto abbondantemente suo. 

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Il disegno di copertina ed altri 4 all’interno del libro sono di Pietro Lusvardi

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