Quale “normalità” dopo il coronavirus?

Un banale ritorno alla “normalità”, dopo il coronavius non è ciò che Luca Isernia auspica, e ne dice le ragioni in quest’articolo pubblicato come post fu FB

Tutti vorrebbero tornare alla normalità. Io, no.Non voglio tornare alla “normalità”. 
Mi spiego.
Non voglio tornare ad una “normalità” in cui le strade e le piazze della mia città sono congestionate dal traffico di auto e camion e autobus che, tutti insieme, per necessità o per comodità pigra e indolente dei miei concittadini, si aggirano come trottole impazzite e producono l’orribile cacofonia strazia orecchie che è la colonna sonora delle nostre giornate. Perversa colonna sonora i cui strumenti sono clacson assordanti suonati per un nonnulla e il rumore di centinaia di motori, che, dai loro tubi di scappamento, ci vomitano addosso miasmi inquinanti, puzzolenti, pestiferi. No, non voglio tornare a quella “normalità”.
Guardate come è bella la nostra città in questi giorni, che pure sono di angoscia e di dolore. Le piazze sono aperte, linde, accoglienti. Sembra sussurrino al viandante: “Prego, accomodati, ti aspettavo”. Sono quelle che dovrebbero sempre essere e per le quali sono nate. Sono a misura umana. Sono per gli uomini che vi dovrebbero passeggiare e che, quando questo incubo sarà finito, dovrebbero ritrovarsi di nuovo insieme proprio lì, in piazza, a gruppi, a crocchi, a capannelli: per chiacchierare, per scherzare un po’, per dialogare, per confrontarsi, per discutere. “La piazza italiana è da sempre il centro dell’intelligenza della comunità. Ci vediamo in piazza, andiamo in piazza, scendiamo in piazza… proprio nella piazza affluiscono pensieri ed incontri, affari e promesse”, diceva Andrea Emiliani. Lo sanno bene i nostri nonni, specie i contadini alla giornata (i “sciurnatari”). In piazza attendevano che il fattore del signorotto locale passasse e li reclutasse per il lavoro nei campi per l’indomani. La piazza era allora anche il luogo dell’attesa e della speranza.
Guardate le vie. Mi sembrano così larghe e spaziose, adesso, come quando si era bambini e vi si poteva giocare. Nella cosiddetta “normalità” di prima non si vedevano più bambini in strada: “È pericoloso, ci sono le macchine”, si preoccupano di dire le mamme, soprattutto quelle che accompagnano con l’auto ragazzi già cresciutelli a scuola, in palestra, ecc., anche se questi luoghi distano solo qualche centinaio di metri da casa. “Ci sono le macchine”, ripetono preoccupate, come un tempo si diceva “c’è l’uomo nero”.
No, non voglio tornare alla “normalità”. A quella “normalità” in cui, camminando per strada, si abbassa la testa e si tira dritto, facendosi i fatti propri. Adesso, invece, sento il bisogno di salutare tutti, fare loro un cenno benevolo con gli occhi, perché la bocca è imbavagliati da una mascherina. Oppure fare un cenno con la mano a quell’uomo che sta dall’altra parte del marciapiede, che non conosco, che non mi conosce: ma sento, oggi più che mai, che è mio fratello, perché “il dolore è eterno, ha una voce e non varia”.
No, non voglio tornare alla “normalità”. A quella “normalità” in cui le persone trascorrevano giornate intere, interi fine settimana ammassati, stritolati, schiacciati gli uni sugli altri nella bolgia infernale dei centri commerciali. Risucchiati nella follia dell’acquisto compulsivo e nell’ossessione isterica della corsa all’“offerta speciale”: compra-compra-compra, altrimenti non si può più produrre-produrre-produrre e i lavoratori perdono il posto. Ecco, ritorniamo alla minaccia della “normalità”. Il lavoro o la salute. Il lavoro o l’ambiente. Il lavoro o gli affetti. Abbiamo dimostrato, in questi giorni, che non è necessario andare tutti i giorni a fare la spesa e, meno che mai, è necessario farlo la domenica. Chi ricorda quando i negozi erano chiusi il giovedì pomeriggio e la domenica? La festa era festa. Era riposo. Per tutti. Chi ricorda quando i negozianti abbassavano la saracinesca dei loro locali al passaggio di un corte funebre? Pietà d’altri tempi. Ora le macchine incalzano invece i poveri parenti che seguono il feretro. Gli automobilisti non spengono neanche il motore dell’auto e, forse, sono tentati di strombazzare come si fa quando è scattato il verde e il guidatore davanti non si decide a partire.
Oggi ci ritroviamo “lontani ma vicini”. Quando torneremo alla “normalità” ci ritroveremo nuovamente “vicini ma lontani”; e allora no, non voglio tornare alla “normalità”, a quella “normalità”, in cui la gente non faceva la fila per acquistare quello che serve per vivere, stando bene attenta a distinguere il necessario dal superfluo, ma faceva la fila per acquistare l’ultimo modello di I-phone o, peggio, per osannare e ricoprire d’oro l’ultimo idolo (pop-star o calciatore), mentre si continuava (e si continuerà, purtroppo) a dare l’elemosina agli operatori sanitari, alle forze dell’ordine, agli insegnanti, a coloro che lavorano nei supermercati, agli operai delle fabbriche e agli impiegati dei servizi essenziali, pubblici e privati: tutte quella persone, cioè, che nell’emergenza hanno tenuto in piedi il paese… e sono morti.
No, non voglio tornare alla “normalità”. A quella “normalità” in cui la scuola era una noia e un insopportabile sacrificio per molti studenti, che, quando vedevano l’insegnante varcare la soglia dell’aula, si lasciavano scappare mugugni di insofferenza e di dispetto. Oggi qualche ragazzo comincia a pensare che la scuola non sia poi così male, almeno come fatto sociale, come luogo di incontro. Che non sia una cosa affatto scontata e alcuni studenti, alla fine della video lezione, si lasciano scappare un “Le vogliamo bene, prof!”. Aveva ragione Erasmo: l’amore tra chi insegna e chi apprende è il primo gradino verso la conoscenza.
No, non voglio tornare alla “normalità” di un’Europa che, nei sogni e nei desideri di Monnete e di Schuman, di Spinelli e di De Gasperi, di Zweig e Rolland, doveva essere una comunità solidale e mutualistica, in cui le culture, affratellate, si fondevano pur nel rispetto delle singole tradizioni. L’Europa si è rivelata, purtroppo, una somma di ciechi egoismi e il luogo della lotta cinica di tutti contro tutti, all’insegna del “si salvi chi può”. Chi ricorda più il monito del mio povero don Lorenzo Milani: “Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. 
No, cari amici, non voglio tornare a quella “normalità”.

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Casarano, P.za S. Giovanni, foto di Salvatore Crusi

 

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