Il Vuoto Pieno

di Marco Vignali

La fisica quantistica ci mostra come lo spazio non sia vuoto. Tutta la materia è costituita da energia e si condensa nell’ uomo a livello della coscienza individuale. Attraverso la meditazione possiamo amplificare il “campo” energetico sperimentando più elevati livelli di consapevolezza.

Una delle caratteristiche più interessanti della moderna meccanica quantistica è che secondo questa teoria il vuoto non sia realmente tale. I fisici quantistici hanno scoperto che gli atomi materiali sono formati di vortici di energia in costante vibrazione e rotazione. La materia può pertanto essere definita contemporaneamente un qualcosa di solido (particella) e un campo di forza immateriale (onda). Quando si studiano le proprietà fisiche degli atomi, come la massa ed il peso, gli atomi sembrano materiali e si comportano come se lo fossero; ma quando gli stessi atomi vengono descritti in termini di potenziale elettrico e di lunghezza d’onda, rivelano le caratteristiche e le proprietà dell’energia (onde). Il fatto che l’energia e la materia siano la stessa identica cosa, è esattamente quello che Einstein intendeva con la formula E=mc al quadrato. In parole chiare questa equazione dice che l’energia (E) è uguale alla materia (m=massa) moltiplicata per il quadrato della velocità della luce (c). Einstein aveva capito che non viviamo in un Universo fatto di oggetti materiali distinti e separati da uno spazio vuoto. L’Universo è un tutto indivisibile e dinamico in cui l’energia e la materia sono così strettamente interconnessi che è impossibile considerarle entità separate, l’Universo è un insieme integrato di campi energetici interdipendenti in un reticolo di interazione. Al livello della fisica sub-atomica esistono solo campi di energia, che vibrano o si propagano per onde (come la luce): l’aspetto “solido” della materia è solo un risultato grossolano dovuto al gioco delle forze sub-atomiche, le quali derivano da un unico campo fondamentale che Einstein definì “campo unificato”. L’universo, che sembrava intrinsecamente materiale, ha rivelato che la sua essenza fondamentale è pura energia immateriale.

Il flusso di informazioni in un Universo quantistico è di tipo olistico, ovvero vi è una connessione energetica, globale, costante e fluida. Infatti le cellule del nostro corpo sono intrecciate in una complessa trama di canali comunicativi. In un interessante studio di quarant’anni fa dell’Università di Oxford il Prof. Mc Clare calcolò e mise a raffronto l’efficienza del trasferimento delle informazioni tra segnali energetici e segnali chimici nei sistemi biologici. Sappiamo che gli organismi viventi devono ricevere e decodificare i segnali ambientali per sopravvivere. Infatti la sopravvivenza è direttamente collegata alla velocità e all’efficienza nel trasferimento dei segnali. Lo studio stabilì che la velocità dei segnali elettromagnetici è di 300.000 km al secondo, mentre la velocità della trasmissione chimica è inferiore a un centimetro al secondo. Nelle molecole fisiche, le informazioni che possono essere trasportate sono direttamente collegate all’energia disponibile nella molecola stessa, rimane una piccola quantità di energia, poiché la gran parte viene consumata nell’accoppiamento termo chimico usato per il trasferimento dell’informazione. Ciò ci dice che i segnali energetici sono 100 volte più efficienti dei segnali fisico-chimici.

L’energia si condensa nell’essere umano attraverso la coscienza, ovvero attraverso la capacità di sperimentare se stessi e il mondo circostante in strati unificati di conoscenza e consapevolezza. Soggettivamente, questi stati emergono quando la mente sperimenta sistematicamente stadi più astratti e fondamentali nello sviluppo del pensiero. Pertanto, allorquando la mente diviene meno localizzata dai limiti specifici di un pensiero, la consapevolezza diventa corrispondentemente più espansa. Quando l’impulso più debole di un pensiero o di una sensazione viene “trasceso” in questo modo, la coscienza è lasciata da sola a sperimentare se stessa. Questo è esattamente ciò che avviene durante l’attività meditativa!
L’importanza che tutte le culture del mondo attribuiscono al potere curativo della preghiera e dell’intenzione porta inequivocabilmente l’attenzione sulla componente non fisica e intangibile del processo di guarigione. L’odierna fisica quantistica ci propone un modello in cui la nostra coscienza attraverso due sue proprietà, l’attenzione e l’intenzione, è in grado di influire sulle particelle subatomiche cambiandone il contenuto informativo. Questo è il potere che tutti possiamo esercitare nell’interagire con la nostra fisiologia e patologia. Non è un caso che molte tecniche di meditazione o di visualizzazione se ne servono con successo.

L’evidenza sperimentale più concreta per una descrizione più profonda della coscienza, basata sulla teoria dei campi, è l’Effetto di Super-radianza, o Effetto Maharishi, prodotto dalla pratica collettiva della Meditazione Trascendentale. Questi sono dimostrazioni consistenti di effetti di campo estesi della coscienza che hanno retto alla prova di molte ripetizioni consecutive su una varietà di scale.
Il comportamento fisico osservato di questi effetti sociologici sono fortemente indicativi di un effetto di campo. Fin dal 1972 (Le Scienze #45, 1972) un semplice sistema di Meditazione Trascendentale introdotto da Maharishi Mahesh Yogi, ha dimostrato di produrre notevoli effetti benefici sulla psicologia e sulla fisiologia dei praticanti, come documentato ormai da centinaia di ricerche scientifiche. Maharishi sostiene che con questa tecnica la mente può percepire i livelli più sottili della realtà fisica (fino al “campo unificato”) e può raggiungere uno stato “quantistico” che produce “coerenza” nelle onde cerebrali.

Un effetto straordinario, più volte verificato da vari Istituti di ricerca, è il cosiddetto Effetto Maharishi: in certe condizioni la coerenza generata da soggetti in meditazione si propaga nello spazio (il che è perfettamente accettabile nella nuova concezione), influenzando positivamente la popolazione circostante. Esso non provoca forzature della volontà ma solo un piccolo incremento dell’ordine mentale – che permette un funzionamento cerebrale più naturale e libero da stress – ed è rilevabile statisticamente mediante lo studio degli effetti sugli indici sociologici (minori incidenti e malattie, minore criminalità, miglioramenti economici, ecc.).
Riassumendo, possiamo, attraverso l’espansione della nostra coscienza, modificare la forza del campo energetico. E modificare il campo energetico significa che ognuno di noi ha il potere di cambiare il mondo.

Marco Vignali, 1986,  Pavullo, Modena, psicologo clinico e psicoterapeuta Biosistemico, iscritto all’ordine degli psicologi dell’Emilia Romagna >>>

  • Immagine di Yuri Schwedoff

Luca Isernia: Quale “normalità” dopo il coronavirus?

Un banale ritorno alla “normalità”, dopo il coronavius non è ciò che Luca Isernia auspica, e ne dice le ragioni in quest’articolo pubblicato come post fu FB

Tutti vorrebbero tornare alla normalità. Io, no.Non voglio tornare alla “normalità”. 
Mi spiego.
Non voglio tornare ad una “normalità” in cui le strade e le piazze della mia città sono congestionate dal traffico di auto e camion e autobus che, tutti insieme, per necessità o per comodità pigra e indolente dei miei concittadini, si aggirano come trottole impazzite e producono l’orribile cacofonia strazia orecchie che è la colonna sonora delle nostre giornate. Perversa colonna sonora i cui strumenti sono clacson assordanti suonati per un nonnulla e il rumore di centinaia di motori, che, dai loro tubi di scappamento, ci vomitano addosso miasmi inquinanti, puzzolenti, pestiferi. No, non voglio tornare a quella “normalità”.
Guardate come è bella la nostra città in questi giorni, che pure sono di angoscia e di dolore. Le piazze sono aperte, linde, accoglienti. Sembra sussurrino al viandante: “Prego, accomodati, ti aspettavo”. Sono quelle che dovrebbero sempre essere e per le quali sono nate. Sono a misura umana. Sono per gli uomini che vi dovrebbero passeggiare e che, quando questo incubo sarà finito, dovrebbero ritrovarsi di nuovo insieme proprio lì, in piazza, a gruppi, a crocchi, a capannelli: per chiacchierare, per scherzare un po’, per dialogare, per confrontarsi, per discutere. “La piazza italiana è da sempre il centro dell’intelligenza della comunità. Ci vediamo in piazza, andiamo in piazza, scendiamo in piazza… proprio nella piazza affluiscono pensieri ed incontri, affari e promesse”, diceva Andrea Emiliani. Lo sanno bene i nostri nonni, specie i contadini alla giornata (i “sciurnatari”). In piazza attendevano che il fattore del signorotto locale passasse e li reclutasse per il lavoro nei campi per l’indomani. La piazza era allora anche il luogo dell’attesa e della speranza.
Guardate le vie. Mi sembrano così larghe e spaziose, adesso, come quando si era bambini e vi si poteva giocare. Nella cosiddetta “normalità” di prima non si vedevano più bambini in strada: “È pericoloso, ci sono le macchine”, si preoccupano di dire le mamme, soprattutto quelle che accompagnano con l’auto ragazzi già cresciutelli a scuola, in palestra, ecc., anche se questi luoghi distano solo qualche centinaio di metri da casa. “Ci sono le macchine”, ripetono preoccupate, come un tempo si diceva “c’è l’uomo nero”.
No, non voglio tornare alla “normalità”. A quella “normalità” in cui, camminando per strada, si abbassa la testa e si tira dritto, facendosi i fatti propri. Adesso, invece, sento il bisogno di salutare tutti, fare loro un cenno benevolo con gli occhi, perché la bocca è imbavagliati da una mascherina. Oppure fare un cenno con la mano a quell’uomo che sta dall’altra parte del marciapiede, che non conosco, che non mi conosce: ma sento, oggi più che mai, che è mio fratello, perché “il dolore è eterno, ha una voce e non varia”.
No, non voglio tornare alla “normalità”. A quella “normalità” in cui le persone trascorrevano giornate intere, interi fine settimana ammassati, stritolati, schiacciati gli uni sugli altri nella bolgia infernale dei centri commerciali. Risucchiati nella follia dell’acquisto compulsivo e nell’ossessione isterica della corsa all’“offerta speciale”: compra-compra-compra, altrimenti non si può più produrre-produrre-produrre e i lavoratori perdono il posto. Ecco, ritorniamo alla minaccia della “normalità”. Il lavoro o la salute. Il lavoro o l’ambiente. Il lavoro o gli affetti. Abbiamo dimostrato, in questi giorni, che non è necessario andare tutti i giorni a fare la spesa e, meno che mai, è necessario farlo la domenica. Chi ricorda quando i negozi erano chiusi il giovedì pomeriggio e la domenica? La festa era festa. Era riposo. Per tutti. Chi ricorda quando i negozianti abbassavano la saracinesca dei loro locali al passaggio di un corte funebre? Pietà d’altri tempi. Ora le macchine incalzano invece i poveri parenti che seguono il feretro. Gli automobilisti non spengono neanche il motore dell’auto e, forse, sono tentati di strombazzare come si fa quando è scattato il verde e il guidatore davanti non si decide a partire.
Oggi ci ritroviamo “lontani ma vicini”. Quando torneremo alla “normalità” ci ritroveremo nuovamente “vicini ma lontani”; e allora no, non voglio tornare alla “normalità”, a quella “normalità”, in cui la gente non faceva la fila per acquistare quello che serve per vivere, stando bene attenta a distinguere il necessario dal superfluo, ma faceva la fila per acquistare l’ultimo modello di I-phone o, peggio, per osannare e ricoprire d’oro l’ultimo idolo (pop-star o calciatore), mentre si continuava (e si continuerà, purtroppo) a dare l’elemosina agli operatori sanitari, alle forze dell’ordine, agli insegnanti, a coloro che lavorano nei supermercati, agli operai delle fabbriche e agli impiegati dei servizi essenziali, pubblici e privati: tutte quella persone, cioè, che nell’emergenza hanno tenuto in piedi il paese… e sono morti.
No, non voglio tornare alla “normalità”. A quella “normalità” in cui la scuola era una noia e un insopportabile sacrificio per molti studenti, che, quando vedevano l’insegnante varcare la soglia dell’aula, si lasciavano scappare mugugni di insofferenza e di dispetto. Oggi qualche ragazzo comincia a pensare che la scuola non sia poi così male, almeno come fatto sociale, come luogo di incontro. Che non sia una cosa affatto scontata e alcuni studenti, alla fine della video lezione, si lasciano scappare un “Le vogliamo bene, prof!”. Aveva ragione Erasmo: l’amore tra chi insegna e chi apprende è il primo gradino verso la conoscenza.
No, non voglio tornare alla “normalità” di un’Europa che, nei sogni e nei desideri di Monnete e di Schuman, di Spinelli e di De Gasperi, di Zweig e Rolland, doveva essere una comunità solidale e mutualistica, in cui le culture, affratellate, si fondevano pur nel rispetto delle singole tradizioni. L’Europa si è rivelata, purtroppo, una somma di ciechi egoismi e il luogo della lotta cinica di tutti contro tutti, all’insegna del “si salvi chi può”. Chi ricorda più il monito del mio povero don Lorenzo Milani: “Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. 
No, cari amici, non voglio tornare a quella “normalità”.

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Casarano, P.za S. Giovanni, foto di Salvatore Crusi

 

Francesca Stanca: Giugno 2019 – Mohamed

Ci sono le lunghe giornate, quelle che hanno sulle spalle ore su ore, ma il rifletterci su è più forte del sentirne la stanchezza e allora ti fermi ancora a pensarci. Sono quelle giornate che immagini ed attendi per mesi, costruendo a piccoli passi la strada per renderle possibili, a mani vuote raccogli quello che la strada ti offre, provi a metter lo sguardo su ciò che può fiorire – e soprattutto- rifiorire. Coltivi con cura nelle giornate di brutto tempo, nelle giornate di forte vento tieni duro per non far volare via la motivazione e la speranza, provi a trasmettere la tua fiducia in una giovane mente che sa di potersi fidare solo di se stessa. Mohamed è arrivato da lontano, tanto tempo fa, ma nei suoi pochi anni ha dovuto imparare molto di sé, della sua famiglia, della sua terra in Africa e dell’Italia. Penso al suo coraggio per arrivare fin qui nell’incertezza del mondo
e della vita, in un continente non suo, ma che vive. Ricordo il suo continuo sfuggire dei nostri
primi incontri, il suo scivolare via tra le pressioni familiari e la tradizione, perdersi facilmente e non saper dove andare- eppure era arrivato dall’Egitto all’Italia da solo. Il suo crescere poco in un momento in cui aveva molto da imparare e sentire su di sè, il far fronte alle richieste di altri non riuscendo a capire quali fossero le proprie. Il suo rimboccarsi le maniche e farcela, sentirsi adulto nel mondo che avrebbe dovuto proteggere la sua minore età. Di minore Mohamed aveva poco, se non l’altezza. Fuggire per mesi, di città in città da sud a nord, sui treni della risalita senza biglietto,
ma con tanta speranza. Il suo corpicino allora esile, il suo lottare tra ciò che gli veniva chiesto e il suo voler crescere e capire cosa diventare. Lui impasta il suo futuro tra le mani, è molto abile a preparare pane e pizza, vedi i suoi occhi felici quando sporco di farina ti racconta di quando da piccolo vedeva sua madre fare il pane in casa. E quella casa lui te la fa assaporare quando socchiude la porta della cucina nella nostra comunità e prepara quelle che lui chiama simpaticamente le “crepe” egiziane per la cena di tutti, una variante delle crepes tradizionali. Il sapore dell’impasto ha molto di più che farina, acqua, olio e sale, ha la fiducia in un mondo che vuole costruire per lui e i suoi affetti. Un giorno mi ha chiesto dove si trova il cuore perché a volte sente battere così veloce che gli sembra di averne due. Io ho pensato che per sopportare quello
che ha vissuto lui forse un solo cuore non basta per davvero. E’ qui che ha trovato uno spazio per crescere, tra noi e con noi. I suoi occhi marroni che sorridono sotto i suoi bei capelli ricci, che porta fiero insieme al suo essere arabo. Quando ho visto Mohamed per la prima volta sentivo solo il suo soffrire e mi sono chiesta cosa si potesse fare per aver cura di quella sofferenza che lui portava così grande nel suo giungere ed allontanarsi da ogni città, una sofferenza nel corpo e
nella mente. Decisi che l’avrei aspettato, sicura che un giorno si sarebbe sentito pronto per non fuggire più, e che il momento giusto l’avrebbe sentito. Passarono dei mesi in cui non si fece vedere ai nostri appuntamenti, io lo pensavo qualche volta nel suo non esserci e quando lo incontravo per caso gli ricordavo che, quando avrebbe voluto, ci avrebbe sempre trovati lì. Un giorno passò per caso, un’altra volta si fermò in piedi davanti alla porta senza suonare, ma c’era e lo sapevamo entrambi. Poi un giorno attraversò il cortile e vide insieme a me un gruppo di ragazzi,
lui sempre molto simpatico e socievole si unì. Sono molto contenta, sento che sta facendo un
passo in avanti. Viene con noi ad un appuntamento medico, nel tragitto gli spiego che tra le cose che avrebbe avuto in comunità erano previsti dei controlli sanitari, tra le altre cose di cui avrebbe beneficiato. Il mio intento era quello di fargli capire che qualcuno si sarebbe occupato di lui.
Questo per fargli capire che non sempre doveva essere lui ad occuparsi e preoccuparsi della sua famiglia, ma che aveva il diritto che qualcuno si preoccupasse di lui. Pochi giorni dopo era davanti alla porta, l’osservavo da una finestra sul lato del cortile e lo vedevo esitante, ma poi convinto.
Non mi sbagliavo, lui suonò e andai subito ad aprirgli: era arrivato il momento, il suo. Chiese se era ancora valida la proposta dell’inserimento in comunità. Sapevamo entrambi che questo avrebbe comportato altri litigi in un clima familiare burrascoso ed altalenante, ma quel giorno lui ha tirato fuori tutto il suo coraggio e per la prima volta ha fatto una scelta, la sua prima vera scelta. Aveva messo in moto tutto quel movimento verso la crescita che oggi possiamo riferire di
lui e in meno di due ore avevamo una grande valigia in cortile. Ricorderò sempre il momento in cui entrò in macchina, senza parlare, con gli occhi svegli e curiosi che volevano chiedere dove l’avremmo portato. La valigia pesava, come forse tutta la sua vita raccolta in poche cose, ma non si fece aiutare, la portò con forza fino in comunità, facendo presagire che di sacchi di farina ne aveva veramente caricati tanti su quel corpino esile e che dimostrava aver meno anni della sua giovane età. Ha faticato e lottato con i suoi genitori e parenti, per mesi ha urlato in arabo al telefono e per settimane non ha chiamato casa provando tantissima nostalgia per la sua mamma
e il suo fratellino più piccolo, che aveva lasciato neonato al momento del viaggio. Ricordo il suo respiro affannato per non saper come fare, il timore per il tempo che scorre e il dover trovare necessariamente una soluzione, l’ho visto e sentito impantanato in una crescita che stava avvertendo anche lui, tumultuosa e fresca, come il suo stare tra gli altri. La paura di non farcela e il coraggio che ha avuto nel sapersi lasciare andare in una comunità che è diventata per lui casa e famiglia. Tra pochi giorni sarà un anno esatto da quella valigia pesante portata con fierezza e davanti a me ho un ragazzo tanto cresciuto, non solo in altezza. Un ragazzo che è riuscito a
sostenere tanto e farsi sostenere, a giorni con delicatezza ed altri giorni a fatica.
Non è più fuggito, mi ha detto che non vuole scappare da noi adesso che ci ha trovati. Non vuole scappare un’altra volta dalla sua casa, il cuore adesso è uno e anche se a volte fa male – come dice lui – ora sa dove si trova e ci mette su la mano per dirmi che è emozionato, e che quando si sposerà in Egitto siamo tutti invitati nella sua casa. In questa frase sono stata io a sentirmi accolta. Accolta nei suoi cari affetti, in quel momento ho respirato la bellezza del mio lavoro.
Mohamed non era riuscito a studiare tanto in Egitto, qui non pensava si potesse studiare visto il suo mandato familiare del venire in Italia per spedire denaro alla famiglia. Per un anno ha frequentato saltuariamente la scuola, poi quando è arrivato in comunità ha ripreso a frequentare, nella stessa scuola perché in fondo è un ragazzo che si affeziona tanto ai luoghi e alle persone. Ed oggi, finalmente, ha ottenuto quello che per lui era un traguardo importante: la licenza media, che gli sembrava impossibile da raggiungere, a volte inutile per uno come lui che deve solo lavorare.
Ma quest’esame gli ha permesso di fermarsi, riconoscere e riconoscersi in un paese non suo, con una lingua non propria, gli ha permesso di credere in se stesso e nelle sue possibilità, ma soprattutto negli altri e ancora nel mondo. Gli ha dato speranza in un mondo che ne ha data poca, soprattutto per lui che è stato la speranza di tutta la sua famiglia e dei suoi parenti che hanno raccolto i soldi per il viaggio in una colletta che lo fa sentire sempre in debito nei confronti della famiglia. Un giorno mi ha chiesto di andare in camera sua, era in videochiamata con la sua mamma e voleva che io e lei ci conoscessimo. In quel momento mi sono sentita importante per
lui, ho intravisto ciò che eravamo riusciti a costruire, era davanti ai miei occhi. A questa lunga giornata ci siamo arrivati piano, in un anno, ma le sue spalle ora sono più forti, la sua crescita ha fatto da sfondo in questo anno insieme. Ora è pronto, pronto per saper che può farcela e che noi siamo tanto orgogliosi di lui, di quello che è riuscito a fare e diventare. Mi sembra ancora di sentirlo dire al padre, in arabo, che in Egitto in sette anni non era riuscito a finire la scuola, ma in Italia ha preso la terza media, che per lui e la sua storia è come se oggi si fosse laureato. Per l’impegno, la perseveranza, il coraggio e la fatica. Perchè ogni giorno abbiamo dovuto spianare
dubbi, preoccupazioni e tante paure, per rendere percorribile quella che oggi ci sembra una strada fattibile. Ci sono volute tante lunghe giornate, alcune anche tempestose e che hanno messo a dura prova la pazienza di affrontare ogni suo sfuggire, ma fin qui ci siamo arrivati e di strada ne abbiamo fatta. Ora con Mohamed ci sono passi in più sulle strade che sceglierà di percorrere e se si dovesse perdere sa di non essere solo. E a chi mi dice che è venuto da solo in Italia dall’Egitto su una barca, come se il peggio fosse passato, vorrei dire che il suo barcone ha
imbarcato acqua, ma non ha perso la speranza di arrivare a destinazione, il coraggio sta lì e in chi resiste nonostante la deriva. Alla lunga giornata di oggi ci siamo arrivati con i tanti piccoli passi di un anno insieme.

Settembre/Dicembre 2019 – Mohamed
L’estate di Mohamed è stata molto travagliata, abbiamo cercato lavoro in lungo e largo e siamo stati in vacanza in montagna con tutti i ragazzi ospiti della comunità. Questa è stata per Mohamed la seconda vacanza con noi, lo scorso anno il suo inserimento in struttura era stato fatto da poche settimane. Questa volta si è sentito la mascotte del gruppo, capitanando tutti gli altri con gioia ed emozione. Prima di partire mi ha chiesto di preparare insieme la valigia, durante la preparazione ha tanto parlato di sé facendo un paragone con l’anno precedente, come se facesse un elenco delle sue conquiste raggiunte. Mi ha spiegato in cosa si sente diverso prima di questa partenza e a me è sembrata un’autovalutazione sul suo percorso. Mohamed ricerca spesso momenti come questi in cui si confronta con me sul suo stato attuale, su quello che ha raggiunto, su come si sente e come vive l’avvicinarsi della maggiore età. E’ un ragazzo particolarmente ansioso e sente il bisogno di organizzare, a lungo termine, le sue giornate. Stando a casa da scuola e preoccupandosi per quest’estenuante ricerca di lavoro io ho cercato di impegnarlo il più possibile nella vita comunitaria della nostra struttura, fornendo impegni fissi che sembravano tranquillizzarlo. Abbiamo riservato degli spazi in cui ho fatto con lui un orientamento al lavoro, scrivendo un cv, simulando un colloquio di lavoro oppure spiegandogli le basi fondamentali di un contratto di lavoro. Lui ha chiesto di poter stampare delle copie di cv da portare nelle panetterie e nelle pasticcerie di zona, ed in completa autonomia si è occupato di questa distribuzione, autopresentandosi negli esercizi commerciali sperando di avere una marcia in più. Non è ancora maggiorenne, mancano due mesi al compimento dei suoi 18 anni. Una pasticceria lo richiama per una giornata di prova e lui si prepara per mostrarsi al massimo delle sue capacità, è motivato e interessato, mi chiede di riaprire delle riviste di pasticceria che abbiamo in struttura per ripetere i termini di base di preparazioni dolciarie e utensili, per “fare bella figura nel giorno di prova”. In quel momento nei suoi occhi è enorme il bisogno di quel lavoro, o meglio, il desiderio di quello che per lui è uno spazio conquistato in cui cui sentirsi capace ed apprezzato. Arriva il giorno della prova lavorativa e lui è emozionato come non mai, si sveglia presto dicendo che non è riuscito a dormire, si prepara e con quel sorriso contagioso varca la porta, dicendomi che la sua pancia non lo lascia tranquillo. Quella prova è andata bene per la valutazione delle competenze di Mohamed, ma non può essere assunto, allora la nostra ricerca continua. Lui nei giorni seguenti ha difficoltà a riposare, mangia poco e non sorride. Pensa di aver sbagliato qualcosa e allora mi chiede di fare altri corsi perché forse non è abbastanza preparato per quello che i datori di lavoro richiedono. Gli spiego che non è possibile l’iscrizione ad un altro corso professionale perchè la maggiore età è vicina e l’accoglienza nel progetto purtroppo ha una scadenza. E’ in questo momento che riesco a parlare con Mohamed per la prima volta di quello che avverrà dopo il suo compleanno. Io avrei voluto preparare meglio questo discorso con lui, soprattutto perché conosco la sua sensibilità alle preoccupazioni e la sua perdita di appetito e insonnia che seguono. Inizio ad affrontare con lui il discorso in punta di piedi e lui con tenerezza mi dice “devo lasciare la mia casa per la seconda volta”. Fortunatamente Mohamed trova lavoro dopo pochi giorni in un ristorante pizzeria con un contratto fino al 31/12. Ci concentriamo su questa nuova esperienza con l’accordo che lui
sarebbe rimasto con noi per tutta la durata di questa borsa lavoro. Mohamed si impegna
tantissimo, il datore di lavoro mi richiama complimentandosi per la puntualità, la precisione e la predisposizione a lavorare bene di Mohamed. Con molta contentezza riferisco al ragazzo il rimando positivo e i suoi occhi brillano di forza e passione. Nel frattempo è giunta la maggiore età e abbiamo fatto una grande festa, alla quale ha partecipato anche la sua famiglia dall’Egitto con una videochiamata, Mohamed è stato tanto felice, circondato da tutte le persone che gli vogliono bene, e non sono poche! Cominciamo a ragionare sul seguito e sul suo percorso di autonomia abitativa, sperando nel buon esito di un’assunzione che possa garantirgli l’affitto di una stanza con altri ragazzi e la regolarizzazione della sua permanenza in Italia. Fissiamo dei momenti concordati per aggiornarci su questo e la presenza di uno spazio definito aiuta Mohamed a gestire l’incertezza di questi mesi. Il datore di lavoro ha richiesto una proroga del contratto di altri tre mesi, un tempo che permette a Mohamed di aumentare il suo bagaglio di competenze e a noi operatori di trovare soluzioni abitative e di inclusione più adatte alle sue esigenze. Ogni settimana io e Mohamed ci confrontiamo sull’andamento delle sue giornate lavorative, sulla gestione del tempo libero, sulle relazioni con i colleghi, sulle nuove mansioni in pizzeria che gli vengono assegnate e prepariamo, con delicatezza, la sua uscita dalla struttura. Per uno come Mohamed ci vuole del tempo, del tempo dedicato a lui e alla sua vita in cui ci sentiamo come artigiani del futuro, costruendo insieme un passo per volta per le altre strade che si presentano e che
Mohamed percorrerà. Con la nostra speranza, e il nostro augurio, che non serva un’altra
traversata del Mediterraneo come quella che ha fatto da solo e a 14 anni, ma con la certezza che non si sentirà più solo in ogni nuova esperienza.

La foto: cartellone a Trento, per il centenario della nascita di Chiara Lubich, con una sua frase che la si coglie in stretta assonanza col senso vero e profondo del presente articolo.

Rosa Casilli – COMUNIC-AZIONE

 

La comunic-azione scritta è l’azione di “mettere in comune”, attraverso un codice riconosciuto da chi scrive e da chi legge, un prodotto in lingua (italiana) che viaggia lungo un canale (e-mail), atto a mantenere viva la stessa comunicazione, tenendo presente che l’accento posto sul messaggio trasmesso, anche se in forma assertiva, di per sé si costituisce in funzione “poietica”(=creativa) del linguaggio ed implica un arricchimento reciproco nelle relazioni umane. Continua a leggere

Rosa Casilli – Amicalità

Per l’occasione, rileggendo il Libro di Giobbe (il capolavoro letterario della corrente sapienziale), su una parola si è appuntata la mia attenzione: amico/i. Intanto, parto dal testo dei Proverbi che dice: ”Un amico vuol bene sempre, è nato per essere un fratello nella sventura.”(Prov. 17, 17). Di poi il sapiente ricorda: “Le ricchezze moltiplicano gli […]

Luigi Scorrano – poesia della scuola

Testo di RINGRAZIAMENTO letto da Luigi Scorrano per il conferimento della cittadinanza onoraria che a Lui è stata attribuita dalla Città di Casarano (Lecce) –  23 ottobre 2015, Aula Magna Liceo Scientifico “G.C. Vanini”