Di luce e ombra

Quel cogli l’attimo per trasformarlo in eternità, parte tutto da qui, dal saper_ poter_riuscire a cogliere, e offrirgli l’impulso, il senso – che dir si voglia – di attinenza e pregnanza, vicinanza all’esistere. Parte tutto da qui, in effetti, da quanto si è prossimi, intimi col flusso d’esistenza in sé o quanto si è alieni, estranei, distanti, inconsapevoli, passivi, ottenebrati, fuori.
Essere dentro è narrare, raccontare, far emergere, tirare fuori, portare dentro. Essere alieni è quanto sfugge, il non detto, guardare senza vedere, parlare senza dire, vivere senza accorgersi dell’attimo in corso, dell’opportunità di uno sguardo, una parola, una carezza.

Racchiudere in ogni istante tutta l’esistenza e lasciarla fluire.
Di troppi infiniti, quindi, di quando si vuole l’eterno in una briciola, ed è proprio lì che poi sfugge, che a furia di dire, mi distanzio. Il bandolo è il fatto, l’accaduto, quando quel giorno, quella circostanza…, e reperirlo è sempre un rischio, giacché vi è sempre un’invenzione, una scelta da compiere, che quel personaggio o fatto o circostanza la ricreo, la reinvento, la sottraggo all’oblio in cui era depositata e la faccio rivivere. Ma poi: perché proprio quella o quello? perché proprio ora? e come mai in quel modo e non in altro? È la mia mancanza,
ciò che mi manca, il mio bisogno di completezza; e ammetto che quel giorno, quel fatto m’è rimasto impresso, lo riprendo e lo amplio nella descrizione, lo espongo. Come di questa notte il sogno. Lavoro a Lecce; mi preparo al week-end; raccolgo le carte numerose e le metto in borsa. Sono solito lasciarla in ufficio, la borsa successiva. Quel giorno decido di portarmi la borsa a casa. Sul pullman converso per tutto il tragitto con colleghi. Scendo a Parabita scordandomi la borsa sul pullman. Me lo fa presente un collega (senza né volto né nome) che arrivati a Casarano si accorgono che qualcuno mi rubato la borsa lasciandomi però tutto il contenuto. Perfino il contenuto di una chiavetta, il ladro prima di portarsela via anche quella, avrebbe dato al mio collega la possibilità di copiarsi i file su un’altra. Ma il collega non aveva idea di chi fosse il ladro, né sapeva che quello stava facendo un furto, del resto i contenuti di cartella e chiavetta il ladro me li stava lasciando tutti, per cui non lo si sarebbe mai detto un ladro. Mi sveglio ancora in sogno e sono contento di ritrovarmi tutti i documenti, che intanto mi ero già ripreso; al contempo mi rammarico per aver scelto di portarmi la borsa quando invece di solito la lasciavo in ufficio. Perché ho scelto di portarmi la borsa? È per iniziare a scrivere anche a casa, cosa che sto facendo, ed è per dare continuità ad un lavoro già avviato. Sta cambiando qualcosa, e d’importante. Questo blog è la mia borsa di lavoro che dall’ufficio sto trasferendo a casa. Sto entrando nella prospettiva di fra un anno concludere il mio lavoro nei consultori della ASL, avendo raggiunto il traguardo previsto di 42 anni, mesi e qualche giorno di servizio complessivo, iniziato con i bambini di Reggio Emilia, proseguito con i ragazzi di Mantova, gli amici del Centro Sociale dell’allora Ospedale Psichiatrico anche a Mantova, e dal 1983 presso il consultorio familiare a Parabita, e in questi ultimi anni presso il Distretto Socio-sanitario di Casarano. Fotogrammi che sfilano, d’esistenza. Prenderne al volo qualcuno è già arbitrio. Perché uno o l’altro? E la ragione c’è e va scorta e detta. Se fosse, partirei dalla nascita e ancora prima. Dall’essenza che intimamente connatura l’umano. Che Dio esalta l’umano e mai lo deprime; che ogni percorso è dato all’uomo per sperimentare la propria umanità; che scienza e fede si contemplano a vicenda e mai si ostruiscono; che eros e agape si siedono alla stessa mensa; che per cercare la non dualità  si può gustare la dualità, come due occhi che integrano lo sguardo e due orecchie l’ascolto. Posso provare vergogna a percepire Dio presente; mi può debilitare sentire io aver bisogno di un soffio da fuori, quasi non basti a me stesso, che da solo, da solo non sarei capace a riuscire a sentirmi sufficientemente vivo, bastante a me stesso. Un Dio da fuori, che plasma, opera, è di là presente. Oppure un essere dentro di Dio, che potrebbe però addirittura risultare ancora più inquietante. Io, dentro me stesso, un Altro? e scritto addirittura con la maiuscola, mentre “io” semplicemente minuscola? Mi sovverte, mi cambia identità; mi pone certamente più problemi. Se è fuori, almeno so che è lì (presunto) ma se proprio dentro, questo del tutto impossibile! dio ce ne guardi (che con la minuscola lo dico pure). Pacatezza nel profondo nel nascere di Dio, e nella sua luce vedere la luce (*).

E di tutto, cosa_quanto_quando rivelo o nascondo? E scrivo e mostro, svelo, ed è questo l’intento: mettere in luce, far nascere una sequenza fra l’attimo in qua, l’attuale fra le mani, presente ad un possibile tu, e la riserva interiore di vissuto ed esperienza, il filo che tratteggia e congiunge le due polarità: l’adesso presente e l’allora memoria. E ci si può imbattere, nel suo fluire_dipanarsi in angoli reconditi, punti in sospeso, aree grigie, punti neri. Di fatto è l’intero percorso del filo ad essere riposto in ombra, e la scrittura_narrazione ve lo svela. Ordinariamente, quindi, quel filo è in ombra finché il tratto svelato non cala sul foglio a vedere la luce. Ma è pur vero che c’è ombra più ombra in dentro, punti sepolti sotto l’esperienza in ombra, punti che mai diresti_direi, eppure il filo vi ci va a passare in mezzo; e allora che fare di quei punti in ombra d’ombra? Sorvolare o passarci in mezzo?
Il mezzo, questo, semplicemente mira ad uno svelamento, liquido_fluido rendere l’accadimento, oltre l’ombra. Ma quanto si può_riesce d’infrangere ombre calate su recondite esperienze? Può_che sia anche l’ombra a sostenere l’esistere, o perlomeno ad esserne testimonianza, come umana_corporea presenza che giunge a determinarsi confine fra il filo di luce e l’ombra prodotta. E ciò a partire da luce, e ombra come semplice assenza di essa. E sarebbe_è da ritenere_ritengo_mi piace che sia così. Ma poi, invece, religione e sentito profondo popolare giunge che anche ombra abbia entità in sé e possa per questo giungere perfino ad aggredire luce. Che dire? PERICOLO! EVITARE SUSCITARE OMBRE! Vi sarebbe confine, quindi, fra dicibile ed indicibile, quello oltre il quale l’ombra intenta ad infrangere la luce?

M., signore anziano, giorni addietro, diceva della sua depressione attuale, e di una fase analoga vissuta in giovinezza, e sbalordendo anche i familiari presenti al colloquio diceva che quella di allora gli fu causata dal fatto che per alcuni giorni si recò – motivi non precisava – a vivere in una casa abitata tu moniceddhu. Se l’era tenuto segreto per tanto tempo, ma ora che l’aveva svelato , difendeva questo suo convincimento! Si meravigliava che figlia e genero manifestassero meraviglia a questo suo dire e cercassero di indurlo a ritenere fantasia una tal cosa.

È vita a suscitare ombre, di fatto, quando non si vorrebbe, né le si aspetta. Chiarezza al mattino, nello svegliarsi, sicurezza nel poggiare i piedi a terra, una parola, un sorriso con chi affianco, bevanda e cibo per ritemprarsi, la propria opera per un vivere insieme, è quanto giova. Ma qualcosa è no: che non c’è o non arriva o non c’è più: era in luce ma eccola uscita dal visibile, e collocata -dove?- se non in ombra? Quel qualcosa che non c’è o non è più, è ombra. Come può figura d’ombra -che non è, quindi- essere pronta ad aggredire luce? Il non essere in sembianza d’essere! giunge ad essere anche se già inconcepibile semplicemente a dirsi_ritenersi! Comprensibile però nell’assumersi_percepire sé realtà incorporante luminosità di vita e bellezza di natura e mondo, equilibrio fra cielo e terra, ma sostenuti da un intangibile atto detto di volontà. Fa sì, esso, che per quanto orientati alla luce con possibilità di andarvi verso, sia anche di porgere ad essa le spalle ravvedendovi ombra, la propria di presenza in contro/luce.
Volitività, quindi, base per ogni possibile essenziale orientamento a visioni luminose e di chiarezza, o per incertezze e tumulti d’ombra. Ed è dire di necessità_capacità di percepire il carattere di percorsi e spazi abitati, connotati sempre, è risaputo, per l’umano vivere, di intersecate ombre e luci, ma nutrendo al contempo in sé il segreto sentire verso dove ogni sguardo_gesto_azione può prendere vita, come già per naturale propensione questa begonia in salotto, alacremente protesa alla finestra.

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