Rocco Coronese, attualità della sua proposta

Altamente meritorio che l’Amministrazione Comunale di Parabita abbia inteso valorizzare il ventennale della dipartita di Rocco Coronese per ricordarne la figura e l’opera e per rilanciarne al contempo il messaggio della sua esperienza artistica; ed è sì politica ma con connotato di genuina visione culturale per la modalità con cui la si è messa in opera. È una rara volta in cui ad essere e ad essersi coinvolte sono state tutte le Associazioni (ne mancava una soltanto di quelle conosciute ed attivamente operanti nel territorio) per un programma impegnativo, su più giorni, dal 23 luglio al 5 agosto 2022, con varie iniziative sviluppatesi a vari livelli, per festeggiare l’estro creativo di Rocco, rievocarne gli aspetti salienti, rilanciare la proposta essenziale, quel Centro di attività per la Comunicazione – Museo del Manifesto.  Rocco, un amico, un artista, un umanista, un futurista (nel senso che sa guardare al futuro), un astrattista (nel senso che astrae dal reale forme ed immagini che ne rappresentino l’essenza), un figlio del popolo, quasi un fratello.

“Il solco è ancora fresco”, locuzione titolo dell’intera manifestazione, ripresa da una poesia dello stesso artista “…O sole / della tua fatica, / campo di libertà / della tua giovinezza, / il solco è ancora fresco.”

Molteplici e variegate le iniziative messe in opera:

  • Inaugurazione della nuova sede del Museo del Manifesto, un bene che dopo decenni ritorna fruibile per cittadini, studiosi e appassionati, con avvio della digitalizzazione di tremila manifesti su circa 70.mila dell’intera collezione;
  • Collocazione di una scultura di Rocco Coronese, gentilmente donata dalla famiglia, nella piazza Umberto I a Parabita
  • Intitolazione di uno spazio pubblico dell’area urbana, ora ”Largo Rocco Coronese” ;
  • Tre convegni/conferenze:
    • 23 luglio convegno in piazza, dal titolo “Il solco è ancora fresco”, in cui si è considerata la figura di Rocco Coronese come artista. Sono intervenuti il sindaco di Parabita, dott. Stefano Prete, la moglie e la figlia di Rocco Coronese, il prof. Lorenzo Madaro e la prof.ssa Loredana Rea.
    • 2 agosto, alle ore 20, presso Palazzo Ferrari, l’incontro dal titolo “Costruzione dello stereotipo del femminile: parole e immagini dai manifesti cinematografici erotici”, con Adriano Allora e Loredana De Vitis, moderatore Prof. Antonio Romano.
    • 5 agosto “Rocco Coronese. Il solco è ancora fresco” inerente i manifesti di Rocco Coronese e la sua attività grafica, con prof. Luca Bandirali, prof. Antonio Romano, dott.ssa Carolina Gatto, dott.ssa Cecilia Solamito, dott. Tommaso D’Antico e dott.ssa Valeria Giannelli.
  • Due mostre:
    • “Spazi Ir-reali” copie di manifesti cinematografici del Museo del Manifesto affissi in vari punti della Città mediante una iniziativa collettiva di attacchinaggio;
    • foto storiche dell’esposizione del 1976, presso il Giardino degli Incontri Centro Solidarietà Madonna della Coltura.
  • Laboratorio grafico/creativo per bambini e ragazzi, a cura dell’ IISS “Enrico Giannelli”;
  • Raccolta di video-esperienze e ricordi di chi ha personalmente conosciuto Rocco Coronese, a cura di Parabitalife, e consultabili sulla omonima  pagina facebook.

Affidata al Centro Studi Giuseppe Serino l’organizzazione dell’intera manifestazione, con l’iniziativa propulsiva di Giuseppe Fai,  l’accorta regia di Carolina Gatto e la discreta ma altamente competente guida di Antonio Romano,  l’Amministrazione Comunale s’è riservata un ruolo di supervisione, affiancamento e pur sempre attiva partecipazione che ne ha permesso la migliore riuscita.

M’è sorta in animo e scrittura una poesia in questi giorni, “Fucina d’umano” dedicata a Rocco, che la pensavo da anni lontani, da quando egli mi diceva sempre nell’incontrarmi: di cosa scrivi, di cosa tratti, di cosa guardi, di cosa vedi? e: vedi di scrivere, vedi di guardare, vedi di non far passare inutilmente l’attimo. Che già poi si volgeva e salutava altri, che era sempre pieno di tanti impegni, con tanti giornali sotto al braccio, tante idee per la mente, tante persone da incontrare, e la sua famiglia, le sorelle a Parabita, presso cui andare. Lo vedevi qualche giorno e poi non più, ma lo rivedevi che era passato un mese e non sapevi se era restato o era partito e ritornato. Si, perché andava anche al Ciolo, sua residenza di paradiso in terra, ed in motorino giacché egli mai guidata l’auto, e da Parabita circa 50 km, che non è poco, con Benelli o Garelli cilindro 45.

“Che l’arte debba uscire dai templi riservati agli addetti ai lavori, scendere nelle piazze, nelle strade, nelle fabbriche, nei comuni luoghi dove la gente vive e si incontra”, scriveva Giovanni Seclì a commento della mostra “Sculture nella città” promossa nel 1976, una mostra che sorprese Parabita con opere in ferro di Rocco realizzate presso l’Italsider di Taranto e collocate in alcune piazze cittadine, per far diventare queste  “presenze d’arte” (così le definì Toti Carpentieri)  parte integrante della città stessa, con l’intento di determinare  “l’urto dell’imprevedibilità, la sorpresa di realtà contrapposte, la tensione che si materializza in un taglio, in una piegatura non casuali (…)”, ne scriveva lo stesso Rocco in quell’occasione.

L’intento e l’impegno di Rocco è stato di valorizzare e tenere vivo, egli, figlio di braccianti agricoli, il corroborato spirito della terra con la genuinità e l’immediatezza dei rapporti umani e il senso profondo della fatica e del lavoro, nel contesto della metropoli romana, gli aleatori mondi dell’arte, le maglie flaccide della modernità.

Era un animatore di vita e di rapporti, ancor prima di essere un artista; o era artista proprio in quanto animatore di vita e di rapporti. Nelle sue iniziative tendeva a coinvolgere le persone, a promuovere l’iniziativa diffusa. L’attacchinaggio collettivo realizzato nei giorni scorsi ha tanto di quello che si faceva in quegli anni, quando si aprì il Museo del Manifesto, o in occasione della mostra del Manifesto Polacco, quando si andava in giro di notte ad attaccare manifesti, e sul far di quell’alba trovai mio padre sul portone di casa appena alzato ed io di ritorno, e ci salutammo, lui un po’ dubbioso sul quel che avevo potuto fare fino a quell’ora, ma quando gli dissi di Rocco mi sorrise.

*

Fucina d’umano

       a Rocco Coronese – in memoriam

 

Rocco, la stagione ieri

da portare a oggi

e a domani ancora

 

la stagione piena degli incontri

la vividezza degli sguardi

del voler fare insieme

stare insieme

già solo a salutarsi per la strada

e dire chi c’è e chi non più

di cosa da fare

del progetto

 

lo sguardo all’incrocio della luce

sulla pietra che rifrange

la linea che porta da qui

in poi a ritrovare ogni passo andato

ogni sguardo che su quella s’è fermato

 

nell’ordinarietà dei giorni

col treno di sempre

giungi come non mai partito

tua terra nel cuore

di quanto duro

coltivarla

con entusiasmo rinnovato all’ora

 

chiamare in dentro per

aprire in fuori

caratterizza il fare col tuo

dire

finestre sui

confini

aperte

per quel che giunge

improvviso e nuovo

a dare luce e comprensione

ad ogni passo

 

idee a fondere dentro

quella carcara * che fu

e anche oggi

per notti e giorni

trasformare pietre in bianca calce

passaggio ardente

fra rapporti e prospettive

con la stella del domani

sulla fronte.

(Luciano Provenzano)

 

* carcara, pl. carcare – dialetto salentino: costruzioni a trullo formate da pietre vive e trasformate in fornaci nelle quali per giorni e notti ininterrottamente degli uomini si alternavano per alimentarle con fuoco di ramaglie per fare la calce. Completato il ciclo si smontava il trullo per vendere il ricavato e dopo alcuni giorni si rimontava e riavviava un altro.

*

da consultare

Paolo Vincenti http://www.iuncturae.eu/2018/07/19/per-rocco-coronese/

https://www.facebook.com/CentroStudiSerino.Parabita/posts/pfbid029HBvSYK3Jeejhz8pQfkCUTxyxSYAn5GrUot83opNPcr3YyWpFSZ6ZYueZHp5L7Bjl

Fratellanza

Due fratelli di cui ognuno ha ignorato per anni l’esistenza dell’altro, e che pur a distanza di molti anni, arrivano ad incontrarsi.

Quale “normalità” dopo il coronavirus?

Un banale ritorno alla “normalità”, dopo il coronavius non è ciò che Luca Isernia auspica, e ne dice le ragioni in quest’articolo pubblicato come post fu FB

Tutti vorrebbero tornare alla normalità. Io, no.Non voglio tornare alla “normalità”. 
Mi spiego.
Non voglio tornare ad una “normalità” in cui le strade e le piazze della mia città sono congestionate dal traffico di auto e camion e autobus che, tutti insieme, per necessità o per comodità pigra e indolente dei miei concittadini, si aggirano come trottole impazzite e producono l’orribile cacofonia strazia orecchie che è la colonna sonora delle nostre giornate. Perversa colonna sonora i cui strumenti sono clacson assordanti suonati per un nonnulla e il rumore di centinaia di motori, che, dai loro tubi di scappamento, ci vomitano addosso miasmi inquinanti, puzzolenti, pestiferi. No, non voglio tornare a quella “normalità”.
Guardate come è bella la nostra città in questi giorni, che pure sono di angoscia e di dolore. Le piazze sono aperte, linde, accoglienti. Sembra sussurrino al viandante: “Prego, accomodati, ti aspettavo”. Sono quelle che dovrebbero sempre essere e per le quali sono nate. Sono a misura umana. Sono per gli uomini che vi dovrebbero passeggiare e che, quando questo incubo sarà finito, dovrebbero ritrovarsi di nuovo insieme proprio lì, in piazza, a gruppi, a crocchi, a capannelli: per chiacchierare, per scherzare un po’, per dialogare, per confrontarsi, per discutere. “La piazza italiana è da sempre il centro dell’intelligenza della comunità. Ci vediamo in piazza, andiamo in piazza, scendiamo in piazza… proprio nella piazza affluiscono pensieri ed incontri, affari e promesse”, diceva Andrea Emiliani. Lo sanno bene i nostri nonni, specie i contadini alla giornata (i “sciurnatari”). In piazza attendevano che il fattore del signorotto locale passasse e li reclutasse per il lavoro nei campi per l’indomani. La piazza era allora anche il luogo dell’attesa e della speranza.
Guardate le vie. Mi sembrano così larghe e spaziose, adesso, come quando si era bambini e vi si poteva giocare. Nella cosiddetta “normalità” di prima non si vedevano più bambini in strada: “È pericoloso, ci sono le macchine”, si preoccupano di dire le mamme, soprattutto quelle che accompagnano con l’auto ragazzi già cresciutelli a scuola, in palestra, ecc., anche se questi luoghi distano solo qualche centinaio di metri da casa. “Ci sono le macchine”, ripetono preoccupate, come un tempo si diceva “c’è l’uomo nero”.
No, non voglio tornare alla “normalità”. A quella “normalità” in cui, camminando per strada, si abbassa la testa e si tira dritto, facendosi i fatti propri. Adesso, invece, sento il bisogno di salutare tutti, fare loro un cenno benevolo con gli occhi, perché la bocca è imbavagliati da una mascherina. Oppure fare un cenno con la mano a quell’uomo che sta dall’altra parte del marciapiede, che non conosco, che non mi conosce: ma sento, oggi più che mai, che è mio fratello, perché “il dolore è eterno, ha una voce e non varia”.
No, non voglio tornare alla “normalità”. A quella “normalità” in cui le persone trascorrevano giornate intere, interi fine settimana ammassati, stritolati, schiacciati gli uni sugli altri nella bolgia infernale dei centri commerciali. Risucchiati nella follia dell’acquisto compulsivo e nell’ossessione isterica della corsa all’“offerta speciale”: compra-compra-compra, altrimenti non si può più produrre-produrre-produrre e i lavoratori perdono il posto. Ecco, ritorniamo alla minaccia della “normalità”. Il lavoro o la salute. Il lavoro o l’ambiente. Il lavoro o gli affetti. Abbiamo dimostrato, in questi giorni, che non è necessario andare tutti i giorni a fare la spesa e, meno che mai, è necessario farlo la domenica. Chi ricorda quando i negozi erano chiusi il giovedì pomeriggio e la domenica? La festa era festa. Era riposo. Per tutti. Chi ricorda quando i negozianti abbassavano la saracinesca dei loro locali al passaggio di un corte funebre? Pietà d’altri tempi. Ora le macchine incalzano invece i poveri parenti che seguono il feretro. Gli automobilisti non spengono neanche il motore dell’auto e, forse, sono tentati di strombazzare come si fa quando è scattato il verde e il guidatore davanti non si decide a partire.
Oggi ci ritroviamo “lontani ma vicini”. Quando torneremo alla “normalità” ci ritroveremo nuovamente “vicini ma lontani”; e allora no, non voglio tornare alla “normalità”, a quella “normalità”, in cui la gente non faceva la fila per acquistare quello che serve per vivere, stando bene attenta a distinguere il necessario dal superfluo, ma faceva la fila per acquistare l’ultimo modello di I-phone o, peggio, per osannare e ricoprire d’oro l’ultimo idolo (pop-star o calciatore), mentre si continuava (e si continuerà, purtroppo) a dare l’elemosina agli operatori sanitari, alle forze dell’ordine, agli insegnanti, a coloro che lavorano nei supermercati, agli operai delle fabbriche e agli impiegati dei servizi essenziali, pubblici e privati: tutte quella persone, cioè, che nell’emergenza hanno tenuto in piedi il paese… e sono morti.
No, non voglio tornare alla “normalità”. A quella “normalità” in cui la scuola era una noia e un insopportabile sacrificio per molti studenti, che, quando vedevano l’insegnante varcare la soglia dell’aula, si lasciavano scappare mugugni di insofferenza e di dispetto. Oggi qualche ragazzo comincia a pensare che la scuola non sia poi così male, almeno come fatto sociale, come luogo di incontro. Che non sia una cosa affatto scontata e alcuni studenti, alla fine della video lezione, si lasciano scappare un “Le vogliamo bene, prof!”. Aveva ragione Erasmo: l’amore tra chi insegna e chi apprende è il primo gradino verso la conoscenza.
No, non voglio tornare alla “normalità” di un’Europa che, nei sogni e nei desideri di Monnete e di Schuman, di Spinelli e di De Gasperi, di Zweig e Rolland, doveva essere una comunità solidale e mutualistica, in cui le culture, affratellate, si fondevano pur nel rispetto delle singole tradizioni. L’Europa si è rivelata, purtroppo, una somma di ciechi egoismi e il luogo della lotta cinica di tutti contro tutti, all’insegna del “si salvi chi può”. Chi ricorda più il monito del mio povero don Lorenzo Milani: “Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. 
No, cari amici, non voglio tornare a quella “normalità”.

***

Casarano, P.za S. Giovanni, foto di Salvatore Crusi

 

presentazione alla raccolta poetica Condensazione

 

Vittorino Curci per Condensazione 
di Luciano Provenzano, Edizioni “Il Laboratorio”, Parabita, 1988,
Pubblico incontro, Parabita  10 marzo 1990

Premetto che non farò un intervento critico su “Condensazione” . Sono qui nella veste del poeta/amico, del testimone di parte, del militante passionale. Il che significa che non andrò, come si dice, per il sottile.

Luciano Provenzano, io e alcuni altri poeti della stessa generazione (come Raffaele Antini di Foggia, i salentini Fabio Tolledi e Salvatore Torna, che ci ha lasciato qualche anno fa, i giovani baresi che ruotano intorno alla rivista “Escamotage”, altri ancora sparsi qua e là come Pino Dentico di Gioia del Colle, Francesco Giannoccaro di Monopoli, ecc.) costituiamo oggi in Puglia un piccolo drappello di ostinati combattenti per l’affermazione di una nuova idea di poesia. Vi chiederete: “nuova” rispetto a che cosa?

Essenzialmente -questa la mia, la nostra risposta – rispetto a una tradizione svuotata e imperturbabile nonostante le profonde trasformazioni sociali e antropologiche del tempo. Con questo non voglio dire che siamo organizzati in una specie di gruppo. Il nuovo che esprimiamo è un processo non intenzionale, una evidenza registrabile solo a posteriori e per la quale, da un capo all’altro della regione, ci siamo poi incontrati.

Ogni poeta in questo drappello ha una sua precisa fisionomia. Ognuno si è costruito una sua poetica che è profondamente diversa da quella dell’altro. Il dato che ci accomuna l’abbiamo scoperto in un secondo momento, constatando che il nostro lavoro si stava allontanando sempre più dalla cosiddetta tradizione, sia quella mediocre di una sana poesia di provincia “genuina” come i prodotti della terra, un po’ citrulla ma onesta e senza grandi pretese, sia quella orfica, nazional-impopolare, vagamente ispirata e finta, che si diparte dal cuore più milanese (e milanista-berlusco-mondadoriano) della storica e stanca linea lombarda.

Le quasi quotidiane invettive del povero Toma contro i vecchi e nuovi appaltatori della Poesia Italiana Contemporanea non erano poi così infondate. Più passa il tempo più mi convinco che Totò avesse capito tutto e che la sua reazione istintiva, in termini anche di scrittura, sia tuttora valida e praticabile.

Lontano dagli interessi della società spettacolo, quel poco di poesia che oggi in Italia viene pubblicato e distribuito professionalmente, è nelle mani di un paio di combriccole letterarie che, tra Roma e Milano, si muovono con la stessa logica delle oligarchie politiche. La gestione dei contratti editoriali è affidata alle regole auree del “ciò che lasci è perduto”, del “do ut des”, del “uno a me, uno a te e questo” (vi lascio immaginare il gesto) “agli altri”. Tra non molto, sono convinto che, così come accade in altri settori, anche in poesia avremo il fenomeno della figliolanza d’arte: il grande poeta Tizio figlio del grande poeta Caio.

Se a Milano, nello stesso condominio è possibile trovare due o anche tre poeti insigni, degnissimi delle attenzioni di Marco Forti o di Giovanni Raboni, al Sud, per centinaia e centinaia di chilometri quadrati, state pur certi che non esiste un solo poeta meritevole di essere letto e conosciuto. Chi ha la sventura di nascere da queste parti, il velleitario di queste aree depresse, è bene che non si sforzi più di tanto. Per i prossimi vent’anni almeno, i giochi sono belli e fatti. Rassegniamoci quindi e godiamoci lo spettacolo dei più caparbi, (alcuni dei quali hanno anche tentato l’iscrizione alla Lega Lombarda…).

Nell’attesa di tempi migliori c’è chi bestemmia come un turco e chi invece, nella condizione  assolutamente libera in cui si trova, scopre i sapori di una strana felicità.

Dopotutto, dove sta scritto che i giochi sono chiusi? Chi potrebbe seriamente arrischiare, a prova di pernacchia, un giudizio definitivo sulla poesia del nostro tempo? Su, siamo seri! Forse le cose sono molto più semplici di come le pensiamo. Ad ogni modo, ciò che mi preme ricordare è che in queste zone depresse della poesia è possibile imbattersi talvolta in poeti straordinari. E il fatto che siano trascurati dall’industria culturale, ce li rende ancor più graditi.

Io e Luciano ci siamo conosciuti durante una singolare manifestazione da me ideata: una 24 ore non stop di poesia dal titolo “Dalle cinque della sera”. Si è tenuta per due soli anni, nel 1986 e ’87, a fine primavera, in una masseria settecentesca della campagna di Putignano. (Un fatto curioso: il nome della Masseria è Monterosso, identico cioè al nome della località della riviera ligure dove Montale scrisse buona parte di “Ossi di seppia” .Non so se la nostra Monterosso produrrà nel tempo capolavori della stessa portata ma di sicuro le amicizie letterarie che ha consolidato costituiscono per noi valori di non trascurabile importanza.)

La manifestazione cominciava alle cinque del pomeriggio del sabato e, con letture continue, si procedeva ininterrottamente per ventiquattro ore fino alle 17 della domenica. Naturalmente vi erano momenti con grande partecipazione di pubblico, ed erano quelli più contesi dai vari poeti per mettersi in mostra. I problemi sorgevano a notte fonda, all’alba, alle prime ore del mattino quando la maggior parte del pubblico e dei poeti andava via.

E’ lì che è nata la mia amicizia con Luciano, nelle zone d’ombra segnate dalla spettacolarizzazione della nostra esperienza, nel momento più difficile in cui, lottando contro la stanchezza, il sonno e chissà quante altre cose, dovevamo sforzarci di mantenere accesa la piccola fiammella della poesia e, con essa, lo spirito stesso, quasi  agonistico, della manifestazione. Da allora ci siamo incontrati più volte per realizzare insieme qualche progetto editoriale (come il fascicolo di Bosco delle Noci da me curato sulla “Poesia in Puglia: Anni Ottanta e Sesta generazione”) o per alcune letture in vari paesi della regione: a Corato, a Turi, e anche qui a Parabita, alcuni anni fa, d’estate, nella villa Comunale.

“Condensazione”. Nella breve ma succulenta nota di poetica che chiude il libro leggiamo che lo spazio della poesia è “il tratto di congiunzione fra sogno e realtà”. In questo senso la parola è il dono che nasce dal rischio, dal continuo smarrirsi e ritrovarsi del poeta, dello sforzo che egli compie di toccare “l’attimo che si dilata e si espande”.

Per accostarsi alla poesia di Luciano è necessario spogliarsi di ogni pregiudizio. La sua parola nasce dal silenzio della vita, da una determinante assenza di memoria.

Chi pronuncia quella parola è un io-noi che ha cognizione delle sue forze e ha scoperto che è possibile scoprire.

Tutto quindi risuona come fosse la prima volta. Il quotidiano diventa la meta di un lungo viaggio nello spazio e nel tempo. La lezione, più o meno, potrebbe essere questa: quanto più ci estraniamo dalle regole della comunicazione poetica tanto più ci ritroviamo impregnati di umanità e partecipi di un destino più grande.

I testi mi danno l’idea di parole distillate una dopo l’altra con la serenità, la gioia e l’incoscenza di chi non vuole distaccarsi dalle strade luminose del presente e non si preoccupa affatto di trovarsi un albergo per la notte. Vi percepisco la suggestione di paesaggi indagati con gusto geometrico e senza furore. 

Sorvolo sui temi per richiamare brevemente l’attenzione sul momento musicale, sulle martellanti irregolarità dei versi. Si tratta per lo più di versi brevi, spesso composti da una sola parola. Ciò imprime al testo un particolare, andamento ritmico, direi – grosso modo – solenne e tragico.

La scansione nitida delle sequenze accresce uno dei caratteri peculiari di questa poesia: la sua vaga e sofferta religiosità. Al contrario di quanto fanno di solito i poeti orfici, campioni di nascondimento, Luciano è un poeta della rivelazione. Mi fermo qui. Oltretutto l’evidenza della poesia non può essere spiegata. Ancor meno giustificata. Marina Cvetaeva ha scritto: “Non concedo a nessuno il diritto di giudicare i poeti. Perché nessuno sa. Soltanto i poeti sanno, ma loro non giudicano mai”.

E’ sufficiente leggerle, le poesie di “Condensazione”, e possibilmente ad alta voce, per rendersi conto dell’intelligenza che le sorregge. Ma non si tratta solo di intelligenza, che da sola non basta per aversi una poesia di valore, c’è pure in esse quel momento di sintesi emotiva che tanta poesia di oggi sembra aver smarrito.

Un poeta che si pone e trova soluzioni a problemi del genere è un poeta che ha navigato a lungo e che, soprattutto, ha chiuso i conti con i notai della tradizione.

Questo non vuol dire che la tradizione sia stata rifiutata. E’ stata semmai assimilata e condotta, per gli aspetti più convincenti, all’interno di nuove poetiche che nessuno si illude siano le migliori di questo mondo. Più problematiche, forse, sì. E anche più rischiose.

Del resto, che divertimento ci sarebbe a scrivere versi se poi non si corresse qualche rischio? C’è al riguardo un prezioso insegnamento di Faulkner: “Io giudico la riuscita di un’opera dal rischio del fallimento che essa comporta”.

Un insegnamento che, a quanto pare, Luciano ha fatto abbondantemente suo. 

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Il disegno di copertina ed altri 4 all’interno del libro sono di Pietro Lusvardi

Tempo liberato – prefazione

Luigi Scorrano prefazione aTempo Liberato di Luciano Provenzano, ed. Centro Culturale Pensionante de’ Saraceni, Caprarica di Lecce, 1985

 

La poesia deve camminare con i propri ‘piedi’.

Questa, in tempi in cui la ‘regolarità’ del verso è generalmente accantonata, può risultare una battuta frigida. Non è, dissipiamo ogni possibilità di equivoco, questione di metri che abbiano i ‘piedi’ a posto per non risultare zoppicanti. Sotto questo aspetto una poesia claudicante potrebbe risultare l’unico correlativo oggettivo di ciò che rappresenta: un mondo che barcolla. La nostra affermazione ha una portata più modesta; vuol dire solo che un libro di poesia (come, del resto, qualunque libro), se ha qualcosa da dire deve poterlo dire in forza della propria qualità, della propria capacità di registrare e rivelare quella zona di realtà che, per quanto sia territorio del nostro vivere quotidiano, può sfuggirci.

Ci dà questo il lavoro che Luciano Provenzano propone nel suo ‘libro poetico’ ?

Il poemetto è Tempo liberato. Il titolo sembra gravato da una suggestione a metà tra un titolo illustre (il Tempo ritrovato di Proust) e uno slogan ottimista di anni fa ( Tempo libero tempo liberato): ma forse non ha alle spalle né una cosa né l’altra. Se mai il poemetto mostra anch’esso, come tante prove che da ogni parte nascono, quel fondamentale e irrinunciabile bisogno di affidare alla poesia, a una forma di parola mediata, quel che non si riesce a dire (o che dire non si può)  attraverso una più immediata trasmissione della parola.

La poesia, in tal modo, è assunta contemporaneamente come schermo dietro il quale celarsi e come luogo unico in cui la barriera del pudore può essere saltata e in cui ci si può mostrare nella propria verità. E’ chiaro, però, che questa verità è sempre di secondo grado, è una verità proposta per ‘figure’ (e s’insinua anche qui l’ ambiguità propria del discorso letterario: ‘figure’ umane o solo tropi?).

Questo modo di proporre la propria verità è anche di Luciano Provenzano; è anche il suo una sorta di percorso inevitabile che ‘obbliga’ chi lo compie più di quanto non si lasci ‘obbligare’. E ancor più ‘obbligante’ è la struttura e misura del poemetto, della composizione che, riunendo tutto intorno a un ‘tema’ da svolgere in misura più larga di quella di una breve lirica, comporta il rischio di cedimenti e di sbavature, di raccordi strutturali non ben saldati a sostenere l’insieme. Provenzano si sforza di evitare, per quel che può, questi rischi (certo, non li evita totalmente) e stringe il tutto del suo lavoro in una immagine fondamentale – quella di una successione temporale notte-giorno con espansioni in misure più ampie: passato-presente – e lascia che su di essa, o intorno ad essa, proliferino impressioni, ricordi, speranze, timori, angosce e acquietamenti: il tutto di una vita che, per essere di uno, non rispecchia meno –per tanti aspetti – quella ch’è la vita comune.

L’ alternarsi di immagini-tempi ( giorno e notte, passato e presente, infanzia e maturità) consente di percorrere, per tratti salienti, una vicenda di sentimenti più che di fatti, di soprassalti della memoria e di penose riflessioni sul presente. In queste talvolta emerge un’amarognola notazione ironica quando si attua la frizione tra solennità degli elementi e indifferenza umana («Saluta il/sole / lo starnuto»), o quando si registra una finalizzazione ‘economica’ anche di ciò che all’economico in senso stretto non appartiene (« …l’ attenzione un / lusso da concedere / raro e solo a chi di / interesse»). Anche l’io parlante finisce per lasciarsi coinvolgere (o solo tentare?) dal gioco di prospettive ribaltate: «Al caso m’affido / anche se è / lui ormai a / fidarsi di me / bendato com’è».

Di là dall’ironia, ciò che emerge è un senso di smarrimento, tema antico ma rinnovato per ogni uomo che si trovi sgomento a interrogare l’oscuro groviglio della realtà: «I miei passi / rileggo / smarrito / / Mi rivolgo / alle stelle che / orientarli / potrebbero / se a leggerle / soltanto / imparassi».

La tentazione più forte è quella di trovare rifugio almeno nel certo, nel passato come ambito noto e rassicurante. La marcia indietro delle lancette dell’orologio ( « …lentamente / senza ticchettio / la lancetta oscilla / dirigendosi all’indietro / [ …] / / …una / e …ancora un’altra / piccola movenza / spinge la lancetta / verso il/cinque») indica il moto di regressione al nido difeso dell’infanzia, a una gioia di piccole cose, a dolori facilmente consolati.

C’è qualcosa di convenzionale in una simile rappresentazione, ma il convenzionale un po’ dolciastro è una sorta di preludio all’orrore, al risvegliarsi –nell’adulto d’oggi – di un’angoscia contro la quale non basta la difesa di negazioni esorcizzanti ( «non è …/ non è. ../ non è. ..»). L’angoscia è quella suscitata da un abisso di negazione che ci sta spalancato davanti e contro cui s’erge il «no» di coloro che ‘dal basso’, dal livello dell’uomo della strada, levano il loro grido contro le catastrofi preparate dalla cecità del fanatismo o del potere.

La conclusione del discorso di Provenzano è, in apparenza, banale; ma occorre apprezzare la ‘forza della banalità’  che può essere anche esigenza di certezze in un mondo che più fatica a costruirsene e meno sembra realizzarne e afferrarne.

 

Il disegno della copertina ed
altri 4 disegni all’interno sono di Lucio Conversano

Un laboratorio poetico

copertina della raccolta di poesie “Petali scarlatti e rosso porpora”

Articolo di Giordano Remondi, La Gazzetta di Mantova, 17/07/ 1981

L’interessante ed anche provocatoria proposta di un giovane mantovano alla ricerca di una propria identità

Luciano Provenzano si sforza di comunicare – segnalato al premio «Poesia Giovane 80» con «Petali Scarlatti e Rosso Porpora»

 

Luciano Provenzano è un giovane poeta mantovano della «neo-avanguardia» che come molti suoi colleghi, si sforza di comunicare qualcosa a tutti. Infatti non indulge alle complicazioni fumose degli sperimentatori passati, né d’altro canto scivola nella banalità. Così è risultato fra i segnalati all’incontro nazionale «Poesia Giovane 80» promosso dallo Stabile di Poesia di  Bergamo, proprio in occasione della sua opera prima dal titolo «Petali Scarlatti e Rosso Porpora», tre delle quali gli hanno consentito il successo in questo nuovo tipo di concorso che non prevede classifiche e graduatorie di tipo classico, ma solo la scelta delle «promesse», cioè dei poeti che hanno la così detta «stoffa».

La raccolta è una specie di laboratorio: alcuni tentativi non riescono; altri sono semplici «biglietti» in versi; altri ancora fanno il verso a temi già sfruttati; altri invece denotano un linguaggio maturo, già formato con una struttura riconoscibile. Ed è di questo linguaggio in via di costruzione che intendo parlare, perché mi sembra il germe di un futuro stile da coltivare. Infatti s’intravede l’uso tipico di un codice che emerge, pur a fatica, in mezzo a varie immagini sparse; si delineano le cellule tematiche  intorno alle quali il poeta ti concede di appartenere alla sua esistenza, facendoti vivere i segni (o i simboli) che incidono sulla sua vita. È noto ormai che la poesia rimane tale se non si fa schiava di un messaggio ideologico già precostituito. Oggi la cosa è sempre più chiara: almeno al suo inizio il poeta si sforza di superare l’intellettualismo di coloro che si degnano di «sganciarti» delle idee e delle filosofie in versi.

A tale scopo mi piace trascrivere subito la poesia più riuscita di Provenzano, in quanto riassunto degli esperimenti precedentti; ed è significativo che sia proprio l’ultima della raccolta, la XXV:

ODE PICCOLA

Linfa serena di vita  / ripercorre su e giù / canali misteriosi di contatto multiforme // Sfere intangibili racchiudono ipotesi smarrite di futuro / dove l’importante è nascosto o / forse non esiste // Barlumi di luci / pulviscolo di silenzi / l’aria è vita / ampio il respiro / fragole i desideri per chi / non è stanco di chiedere // Canto d’uccelli accompagna / schiudersi di petali vellutati / capezzoli danzanti / al sole del primo mattino //  Prolungati sguardi lungo / distese metamorfosi  / fiori lucenti di aurore boreali // Agili dita ricercano pieghe sottili  / insinuandosi fra… //  L’irragiungibile è sempre a un passo / gioca con l’eterno egli / mio malgrado / pattinando beato / su scogliere accidentate.

La poesia potrebbe telegraficamente essere ricordata con una espressione calzante il genere dell’ode: «Morte negata». Tracce di vita sulla terra: questo un possibile sottotitolo. Ode, appunto: un canto che si apre alla partecipazione, per sottolineare i momenti comuni; ma ode piccola, perché i termini si riferiscono ad esprerienze quotidiane. Le metafore sono legate al vissuto comune a tutti i militanti della sinistra vecchia, nuova e nuovissima – e quindi vicina a Marx e basta (niente trattini! I classici non sono di un partito, né fondano sette, né vivono le situazioni, né comandano, né – al limite! – ispirano alcuna strategia-anti!!! Vivono per…)  e tuttavia non sono metafore cariche di immagini del tutto usuali: come si addice a chi vive per immaginare  «cose nuove», appunto, «il sogno di una cosa» di Marx e di Bloch (Ernst). E pertanto l’abbandono lirico non rimane una comunicazione intima, ma diventa colloquio di uno fra i tanti: con se stesso, con i molti, col mondo, alla ricerca di «ipotesi smarrite di futuro». È l’inizio mai percepibile subito – le sfere che racchiudono le ipotesi sono dette «intangibili»… – di un togliersi da un centro fisso, assoluto, che dà morte e non riconcilia con la vita. Che cosa fanno le sfere? Ruotano, credo! Sono visibili o invisibili? Dipende! Se ascolti sono dentro le ruote; se guardi, chissà, forse bisogna sempre andare oltre, per non restare accecati! Sarebbe bello….!!!

Ma perché scelgo «morte negata» mentre il poeta non ne parla? La esorcizza, forse? avrebbe, allora, gli occhi bendati?

E qui mi lascio guidare dalle stesse parole dell’autore, senza andare oltre il testo nella sua forma letterale. Non sprecherebbe la parola «ode» se non si trovasse in profonda sintonia col bisogno collettivo di vivere una esistenza sociale al di sopra della mera «vegetazione»; altrimenti canterebbe i suoi lamenti funebri o i suoi furori o le sue piccolo-borghesi illusioni, o i suoi proletari tradimenti… La sintonia col bisogno di vivere si forma dallo stesso inserirsi nella crisi della nostra civiltà, che è già entrata nello stadio della decomposizione (dopo i tramonti e le disgregazioni già dette e ridette nel Novecento…) Siamo in presenza di una ferita mortale che ci lacera il significato del privato e del pubblico, facendoli danzare davanti a noi con clamorosi scambi delle parti, con labirintiche visioni; eppure, mai come adesso il bisogno di sconfiggere la morte lottando, amando, provocando, è stato così contraddittorio. Per cui non si sa più che cosa occorra negare né negare di negare; è qui che allora nasce il bisogno di decentrarsi, di spostarsi, per entrare in contatto diretto, in-mediato con la vita, magari «in piccolo» per provare nel laboratorio privato ciò che la scena della storia ti rivolge direttamente indietro, con le sue forze che coltivano crisi e raccolgono morte…

Forse il poeta non è ancora riconciliato con la vita, completamente; nel contatto con i quattro elementi (trovateli, trovateli…!) la sua immaginazione sembra spaurita; e allora? Come si fa a mediarli? Dove sta la globalità del discorso?

«L’irragiungibile è sempre a un passo / gioca con l’eterno egli / mio malgrado / pattinando beato / su scogliere accidentate». E forse il gioco fra la vita e la morte è molto più in-mediato del discorso globale. Non occorrono le mediazioni. La mente si riposa, anzi va in pensione, sempre che «le agili dita» del corpo vivano della loro storia, e sperimentino il mondo, si sentano vive in se stesse, non già nella storia delle identità e differenze dell’Altro…

E allora si potrebbe ricominciare «a non stancarsi di chiedere»…

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*) copertina a cura di Pietro Lusvardi che trasforma un’opera di Man Ray, “Object of Destruction” (1932), inserendo delle  labbra sul metronomo al posto dell’occhio. 

Lino Angiuli, Prefazione a “sotto il ponte del tempo” di Martin Andrade

Dopo aver letto e riletto “Sotto il ponte del tempo”, non ho alcun dubbio: nella sua vita precedente, in questa o in un’altra dimensione, in questo o in diversi altri tempi, l’anima di Martin Andrade era  un’anima salentina, accampata tra la Zinzulusa e una pianta di tabacco. Gironzolando fra un dolmen e un bicchiere di vino, collezionava campanili di tufodolce per piantarli in terra come ortaggi o regalarli ai passanti come amuleti; fondava la festa patronale della luna piena; frequentava la compagnia di certi poeti costretti a innamorarsi della morte per eccessivo amore della viti e cose di questo genere: cose che possono accadere soltanto se sei nato lungo la linea meridiana segnata sull’umano mappamondo dalla penna di certi sciamani della parola di nome Federico Garcia Lorca Pablo Neruda Vittorio Bodini.

In altre parole, sto dicendo che l’occhio di Martin, come quello dei poeti che vogliono  ideologicamente scrivere e iscriversi nel continente cosiddetto sud, trae nutrimento innanzitutto dal pensiero magico, quella sorta di intelligenza primitiva capace di decifrare la radice quadrata della

realtà, rifondarla fantasticamente, cavare metafore da un sasso, animare la carne e incarnare l’anima a botta di corti circuiti sinestetici inventati per dare parola allo stupore, stupore alla parola. Questo è il sistema utilizzato da chi scrive nelle terre dell’assenza per cercare di dare sangue e presenza ai fantasmi della storia e della mente o per intagliare nel silenzio i visionari bassorilievi dell’esistenza.

Del resto, oltre che nell’immaginario carnoso e nella cifra barocca, la prova della salentinità biologica di Martin consiste nella lingua che, dopo venti anni di assenza (appunto) dall’Italia e dopo oltre venti anni dal suo incontro ravvicinato con il Sudditalia, gli continua a fermentare dentro come un mosto espressivo da usare per inchiostro. La lingua appresa durante l’esilio, pur se sbattuta di qua e di là, è rimasta viva a lavorare nella testa e nel cuore di Martin per diventare lingua dell’anima. Tanto è vero che, appena toccati da queste sue parole, gli amici di ieri sono subito diventati gli amici di oggi, per far luogo a un reciproco ri-conoscimento da consumare all’insegna della poesia. Amici che, sfidando le leggi del tempo più che dello spazio, hanno sùbito fatto risuonare dentro il cuore quell’inconfondibile tamtam che solo la parola poetica è in grado di attivare, e si sono dati la mano per consentire a Martin una resurrezione nell’aldiquà: i piccoli grandi miracoli compiuti da quella qualità dell’anima che usiamo chiamare poesia.

Da questo punto di vista, sbaglia di grosso chi pensa che la poesia non abbia potere alcuno sulla realtà. Enorme è, infatti, la sua potenza se ha saputo aiutare un uomo a navigare controvento e contromare (persino controcuore) mantenendo la preziosa rotta verso se stesso. E sto parlando di un uomo il quale ritiene, con lucida amarezza, che la condizione esistenziale sia “l’eterno incubo di un essere che impazzì sognandoci”, un uomo il quale ha visto di persona come la Storia sia  frequentemente violentata dai carnefici di turno! E, ciononostante, sa far ricorso all’energia primordiale dell’amore per continuare a corteggiare la vita, a incantarsi di fronte alle sue non poche bellezze, tra le quali campeggia l’amore nelle sue multiformi e variopinte versioni.

Ecco, forse è questa la lezione principale che ci viene donata dai testi che il “salentino” Martin ha scolpito sulla carta come sulla carne: è l’amore il farmaco omeopatico contro il disamore; è l’amore la terra promessa per chi è chiamato a praticare l’erranza e l’errore.

E la poesia? E la poesia, in quest’ottica, non è altro che una forma dell’amore, o meglio una forma d’amore, lo strumento musicale per accompagnare il nostro canto di naviganti che rischiano il naufragio ad ogni pie’ sospinto, eppure vanno e vengono da un continente all’altro, da un tempo all’altro. Come Martin.

Formazione docenti esperienza d’entusiasmo

Può sviluppare entusiasmo un percorso formativo. 

Dal 2016 i Docenti di ogni ordine scolastico sono vincolati a formarsi costantemente con percorsi formativi validati a livello istituzionale. In precedenza la formazione era affidata per lo più ai singoli docenti.

Al bando emanato a fine ottobre 2018 dalla Rete d’Ambito 20 dell’Ufficio Scolastico della Puglia, Gestalt House APS ha inteso fornire la propria adesione, e, risultando idonea, ha avuto l’attribuzione di tre Corsi:  due (Liceo “A. Stampacchia” Tricase e Istituto Comprensivo Parabita) per l’area tematica “Inclusione e disabilità”, ed uno  (Ist. Tec. Economico “A. De Viti De Marco” Casarano) per l’area tematica “Coesione Sociale e Prevenzione del Disagio Giovanile Globale”. Continua a leggere

Trap o non Trap

Uno scambio di pareri avviato su face-book a seguito della tragedia nella discoteca Lanterna Azzurra a Corinaldo (Ancona), dove, per il terrore diffusosi in sala, fra il 7 e l’8 dicembre 2018, cercando via d’uscita, nella calca sono deceduti sei giovani.

Dare è ricevere, come dire è ascoltare

L’impostazione strutturalista dello studio della comunicazione umana separa nettamente i termini di riferimento fra chi emette un messaggio e chi lo riceve. Una visione gestaltica li integra invece; e pertanto, nel corso di un dialogo, tutti gli interlocutori sono, ad un tempo, emissari e riceventi.