Sotto questo Sud

Si presenta da sé l’autrice*, allorquando, per illustrare una vicenda di cui si sta narrativamente interessando, fa presente: «Se ad assistere a ciò ci fosse stato con noi Franz Kafka (…)»; ma le tocca ammettere: « Non era lì con noi purtroppo.» Qualcuno può mai scoraggiarsi perché non c’è Kafka a raccontare quanto sta lì accadendo?, neanche per sogno!: « Perciò tocca a me fare una sintesi.» [188] Come dire: Non c’è Kafka, ma state tranquilli, ci sono io al suo posto! E non è poco, certamente!

È un libro che scorre agevole; una scrittura sapientemente dosata a cogliere il dato fondante di una realtà territoriale nella quale l’autrice vive, il Salento e Parabita in particolare, per le contraddizioni  che la caratterizzano e per il carico di incognite che può riservare un progresso buldozer che rischia di stritolare, fra i suoi ingranaggi perversi, cuori e persone, storie e ambienti di vita, relazioni sociali.

È  un libro piacevole, a tratti esilarante, nel cogliere comportamenti di singole persone o atteggiamenti collettivi o aspetti di scelte civiche improprie e talvolta devastanti per l’abitat urbano o territoriale, che l’opinione corrente però accetta per lo più supinamente, con rassegnazione.

Ognuno dei dieci capitoli del libro è introdotto da un puntuale riferimento alla Costituzione italiana, per il tema che viene trattato, segno dell’impegno civico col quale l’autrice intende connotare la sua opera.

A comporre il libro sono foto scritturistiche che non lasciano spazio ad appello alcuno per il degrado e la desolazione che determina una crescita che insegue un tornaconto immediato,  fagocitando le bellezze e le risorse dei territorio a beneficio di pochi. È un libro che documenta in maniera dettagliata alcuni aspetti essenziali della realtà salentina, come il fenomeno del turismo di massa o la catastrofe ambientale del disseccamento rapido degli ulivi determinato dalla Xylella.

A guidare l’inquadratura sulla realtà che prende in considerazione, l’autrice a tratti s’identifica come facente parte di questa stessa, ma al momento buono è pronta a porsi con uno sguardo dal di fuori. E in tal modo la gente di cui si sta interessando diventano “gli indigeni” [28], ‘altri’, quindi, rispetto a lei che di essi ne parla. O come, nel presentare alcune frasi poetiche presenti sui muri interni del municipio, le attribuisce ad “un poeta del luogo, molto amato dai suoi concittadini” [22], fra i quali evidentemente lei non sembra annoverarsi.

Ma all’atto pratico sembra proprio questo riuscire a giocare su una doppia visuale di osservazione, dall’interno e dall’esterno della realtà narrata, a offrirle la possibilità  di cogliere come straordinari e quindi a non dare per scontati aspetti della realtà che generalmente, chi la vive semplicemente da dentro, li accetta in maniera passiva, come ineluttabili.

Perché questo libro? L’autrice confessa: «Non nutro più alcuna speranza circa le reali possibilità di progressivo miglioramento delle condizioni di vita alle nostre latitudini.» [333]

Allora perché il libro? «Forse perché credo che il raccontare possa suscitare attenzione, interesse, curiosità.» [342]. Quel “credo” va colto a pieno titolo come un connotato della speranza: è un libro carico di speranza, sostenuta dall’impegno di guardare la realtà, di rendersi conto di essa, di annotarla, descriverla, parlarne, discutere, che è già fare attenzione, prendersi cura; e affinché, quindi, le cose non passino sotto gli occhi e si faccia finta di non vederle, distogliendosi da esse, nel mentre il mondo, per come lo si è ricevuto in dono, per la ricchezza di umanità, di risorse naturali, di cultura  viene depauperato e annichilito da millantatori e speculatori, e per il quieto vivere si accetta passivamente il disastro che ne consegue. È un urlo, questo libro, al sunnambolismo della cultura acquietata su allori del passato, su tradizioni ricche si di passato ma trasformate oggi in fenomeni di massa, snaturate alla radice del loro senso e valore originario.

Un interrogativo mi sorge sul termine “sogni di potenza”  che l’autrice sprona a coltivare [343]. Nel prosieguo fa presente che lo riferisce alla “gentilezza”, al “prendersi cura”, al “rendere il mondo un posto migliore, più ospitale per tutti”. Potrebbe anche andare, se non fosse che si rischia di associare  tale termine alla “potenza” di chi detiene il potere, alla “potenza” degli stati che gestiscono  le ricchezze e gli armamenti. Per dire di “gentilezza” e “cura” sarebbe forse meglio orientarsi su altro.

Da questo libro mi distanziano talune affermazioni dell’autrice sulla sua “non speranza” non solo sull’oggi ma neanche sul “dopo”: «Credo che non serva proprio a nulla sperare in un dopo, in un poi, in un altro, in tanti altri, nella Provvidenza o nel Salvatore della patria di turno. Né nei suoi fidi, tanto asserviti quanto sodali seguaci.. Non credo che serva negare, nascondere la testa sotto la sabbia, come fanno gli struzzi, come comunemente si dice.» [342-3] Coltivare le virtù di fede e speranza non è affatto un nascondere la testa sotto la sabbia, giacché esse sono anzitutto risveglio di coscienza per un amore fattivo nella storia, o, altrimenti saranno poca cosa o quasi più niente, e non le si potrà dire tali.

Mi avvicina di più al libro l’espressione: «Mi sono detta che ciascuno di noi è sempre responsabile di qualcosa, fra tutto ciò che ci succede, fra tutto ciò che sta attorno a noi.» [332] È questo uno dei principi cardine della Gestalt: non si può aspirare né ci può essere cambiamento alcuno se non ci si assume una responsabilità rispetto a tutto ciò che in qualche modo giunga ad interessarci, per una percentuale significativa o sia pur marginale. Ma è a partire da quella parte di responsabilità ravvisata nella situazione che prendiamo in considerazione che è possibile sviluppare un atteggiamento soggettivo mirato ad un cambiamento che si ritenga in qualche modo perseguibile.

Il libro si conclude con una litania di due pagine, per la quale, se ognuno attiva la propria “potenza” “potremmo sviluppare la nostra intelligenza”, “potremmo immaginare mondi più giusti e meno diseguali”, potremmo riflettere molto di più sulle conseguenze delle nostre scelte”, e di “potremmo” se ne contano altri venti e più. Due pagine che pesano più di quanto non lo siano tutte le trecentoquarantatre precedenti messe insieme.

Un importante lavoro, comunque; un grande Grazie a Patrizia; e in attesa del prossimo!

*Patrizia Prete, Sotto questo Sud  – Per dirti del Salento, terra d’Italia, di miracoli e di desolata bellezza, Ofelia Edizioni, Guagnano (Le), gennaio 2018, pagg. 346, € 14,00

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.