POTRAI DI ME CAPIRE

Dialogo immaginario con mia mamma. Lei qui parla:

Quanto amai la vita, voglio tu sappia, quanto cara la serbassi in me, e la sentivo scorrere fluida, calda, piena.  Posso dire di non essermi invecchiata; con entusiasmo mi si apriva ogni giorno, e cercai in ogni giorno la ragione del vivere.

Vi amai teneramente, voi che eravate la ragione unica della mia vita. Ero sconsolata a tratti per ragioni che di volta in volta erano diverse, ma al fondo vedo tristezza maggiore nel fatto che la vita, la vita bella, ad un certo punto volga a termine. E l’avevo sperimentata con mia madre, io 17enne, e con ogni altra esperienza di lutto che intimamente mi ha segnata.

C’era al fondo una tristezza altra, che traspariva in core e in viso, ma di cui non ebbi a coglierne mai l’origine. Posso dire ora potesse trattarsi del vuoto tuo, quando avverti necessità di prendere penna per colmare divario con realtà che avanza, come vuoto esistenziale, detto erroneamente “male di vivere” ma che è bisogno di scorgere il bene fra contrarietà e impedimenti che vita comporta.

Prima, per me, che ricordi fu che mia maestra di scuola insistesse con i miei a ché mi facessero studiare. Ma non mi fu dato andare oltre la 5a, e mio destino fu da allora segnato: portare avanti la bottega alimentari di famiglia a supporto di mio padre, e lui aiutare le mattine in campagna, prima di bottega. E poi tante innumerevoli contraddizioni di donna assoggettata a ruoli già da altri segnati, come per tante e tante donne storia ordinaria.

E c’era guerra, con ogni e tanta paura che fa insorgere. E c’era l’incertezza dell’età; io più piccola e che stranamente mi trovai a sostenere anche le più grandi, come quando a mia sorella maggiore venne meno il marito, e l’andai a prendere in bici, dal paese vicino, dalla famiglia di lui, con i suoi due bambini e qualche povero bagaglio.

Non possiamo dire che la vita sia sempre bella per come abbiamo cercato di presentarvela e offrirvela, che sono stati anni d’oro rispetto a quelli precedenti, ma oro sudato quotidianamente.

Amori ne ebbi, ma da non dire tali al paragone d’oggi. Per lo più sguardi e biascicati messaggi che, quando da uno quando da un altro mi giungevano. E tutti li rifiutavo, anche se qualcuno, mi resi conto, insisteva un po’ di più. Tuo padre mi venne incontro all’uscita meridiana da bottega, al centro dell’incrocio del paese. Mi annunciò semplicemente che stava per recarsi da mio padre per potersi mettere con me. Devo averlo ammirato per la sfacciataggine, ma era anche bello, e mi lusingava. Però funzionò pure una certa orchestrazione della cosa, per cui una mia zia, con ruolo quasi di mia madre per me, iniziò a dirmi di non rifiutarlo. Seppi dopo da chi lei aveva ricevuto l’imbeccata, una vicina, la Sivitana, che fra vicini si era già mezzi parenti e non si poteva dir di no. Ma l’attimo fatale c’era stato nell’incontro fra il mio sguardo e il suo, e per questo lo serbavo nel cuore; poi tutto il resto venne in sopraggiunta.

Riti e convenevoli circostanze non agevolarono il contatto. Tant’è che in assenza dell’ufficiale incontro fra famiglie, alla morte del nonno tuo paterno, Luciano come te, non potei recarmi neppure al funerale, e a rendere onore di famiglia vi si recò mia sorella. Che tempi! Quante clausole e divieti! Uno che sempre racconto è di quando, con anche mie sorelle in famiglia, ci fu permesso avviarci a usare biciclette. Fu il Parroco in persona a raggiungere mia madre per chiederle conto di tanto permissivismo: «Comare  Margherita, le figlie in bicicletta! Che scandalo!»

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.