
Recensione al romanzo
Per amore… solo per amore
di Ortensio Seclì
Edizioni Il Laboratorio
Parabita (Le) – Ottobre 2014
Se, come dice Edoardo Nesi, il romanzo è una macchina del tempo, questo è ancora più vero per i romanzi storici, e lo è anche per i due romanzi di Ortensio Seclì, il primo, Il giardino grande, e questo suo secondo, Per amore… solo per amore.
Quel suo primo s’era chiuso con l’immatura tragica scomparsa del suo protagonista, Saverio Ferrari dei Duchi di Parabita. Questo nuovo si pone in qualche modo in continuazione con quello, ma con un intento ben preciso, quello di demarcare due epoche, fra quando si era costretti a prendere moglie o marito per ragioni di stato, e l’avvento di una nuova, allorquando la scelta di vita insieme viene fatta sul prevalere dei sentimenti, e quindi: per amore, solo per amore.
Già la storia fra Saverio e Rosaria prefigurava questa nuova visione dei rapporti, giacché quel Giardino grande era stato il luogo testimone dell’appassionata relazione che aveva costretto i protagonisti ad affrontare contrari
età e peripezie di ogni tipo, a motivo delle regole che impedivano che un nobile pretendesse dare ragione sociale della propria unione con una popolana. Ma la realtà sociale non era stata, nel suo complesso, benché minimamente intaccata, tanto che, pur a distanza di anni, in apertura del nuovo romanzo si narra del matri
monio fra Giuseppe Ferrari, figlio del duca Giacinto, e donna Lucia La Greca realizzato dopo trattative lunghe e laboriose per concordare i relativi impegni economici. Ma non sarà sempre così, giacché l’amore può trionfare sul protocollo e sugli interessi economici, ed è questo che ci dice il titolo, e gli eventi di questa nuova fatica del nostro Ortensio, già rinomato cultore di storia e tradizioni locali, ma ormai navigato narratore.
Si snoda fra più storie e più protagonisti, questo romanzo, accomunati fondamentalmente dalla familiarità fra loro e dall’avere come scenario Parabita.
Dopo quella accennata, fra il duca Giuseppe e Lucia La Greca, è quella fra il loro figlio e la bella e affascinante Olimpia ad essere orchestrata mediante trattativa fra le famiglie, Ferrari di Parabita e Monticelli Della Valle di Ventignano, nel corso della quale furono pattuiti gli accordi di massima per realizzare il matrimonio fra i due giovani.
È una dolorosissima storia questa fra don Giovannino e Olimpia, destinata a entrare in crisi fin da subito e a infrangersi in maniera irreparabile dopo due anni, allorquando Olimpia se ne torna dai propri genitori a Napoli; e ad essere annullata poco dopo dalla Sacra Rota, giacché il matrimonio non era stato consumato. È Anna Ninfa, madre di Olimpia a chiedersi – e noi con lei – come mai “un donnaiolo tanto coccolato dalle donne napoletane potesse aver fallito i suoi doveri coniugali?” Evito digressioni sul piano professionale, ma l’influenza della madre autoritaria, nella vita del figlio, potrebbe meritare ulteriore indagine.
Dal fallimento di quel matrimonio scaturì la necessità di reperire chi avrebbe ereditato il ducato e le ricchezze di famiglia. L’animo buono di don Giovannino, supportato anche dal padre Giuseppe, protendeva per aprire alla possibilità di cedere i diritti ai nipoti, ai quali il Tribunale di Napoli aveva riconosciuto il cognome e ora anche il diritto di entrare a prendere parte dell’eredità del bisnonno, in quanto figli legittimi di don Saverio dei duchi di Parabita. Chi ostinatamente si opponeva a tale soluzione era donna Lucia La Greca, che per le vicende narrate assume sembianze di quella tal Crudelia.
Sono due le storie attorno alle quali si affastella ulteriormente il romanzo: la prima, è la storia fra Vincenzo Ferrari – figlio del nobile Saverio e della popolana Rosaria – con Lucia Nicolazzo; l’altra è quella fra la figlia di Vincenzo e Lucia, Agnese Ferrari e il leggendario Andrea Giannelli, affiliato nel risorgimento italiano.
Lui era stato fedele all’appuntamento e alla vista della donna, tanto bella da sentirsi venir meno, non aveva esitato più: l’aveva abbracciata e l’aveva coperta di baci. Le voluttuose labbra gli avevano riempito l’animo e l’eccitazione era cresciuta in modo incontenibile (…); questo un incontro fra Vincenzo e Lucia.
Andrea e Agnese si apprestarono a salire ma un gradino leggermente smussato le fece mettere un piede in maniera imperfetta e perse l’equilibrio. Sentendosi cadere gli mise le braccia attorno al collo e si strinse a lui. Fu come un fluido magnetico perché entrambi si sentirono scuotere nell’animo. Gli occhi negli occhi, i loro corpi erano così uniti che i loro respiri si mischiarono. Questo il primo ravvicinato incontro fra Agnese e Andrea, nel capitolo ventiquattresimo, quello che da il titolo al libro.
A rendere affascinante il libro, con l’avvicendarsi di storie ed eventi dei protagonisti, contribuiscono alquanto i quadretti di vita di paese.
Come la combriccola dei gentiluomini della farmacia, che avvinghiano, con fare sinuoso, il domestico del castello, Enzino, allorquando questi si reca ad acquistare delle medicine per il duca, per carpirgli notizie sulla sua salute e sugli accadimenti nel castello. Quindi il dramma della penuria d’acqua della nostra terra, allorquando, per sopperire alla carenza d’acqua, veniva raccolta l’acqua piovana che, dalle terrazze, veniva incanalata in cisterne dove la presenza di un’anguilla non bastava a garantire la potabilità, e già nel passato la penuria d’acqua potabile aveva dato luogo a dissenterie che spesso avevano colpito in maniera particolare l’infanzia causando un’alta mortalità infantile.
Talune minuziose descrizioni di eventi storici imprimono ulteriore valore al libro, come le questioni feudali, sulle quali emerge ulteriormente il contrasto fra Lucia La Greca e il figlio Giovannino, giacché questi manifesta magnanimità nell’intento di diminuire le decime e voler trasformare dei contratti di colonia in enfiteusi, mentre la madre decisamente si oppone. Sull’onda di questo succedersi di contrasti fra madre e figlio, accade che prematurament” all’età di anni 42, Giovannino rese l’anima a Dio. Si era nel 1839.
Ed ancora, la storia di Andrea Giannelli, che studia e si laurea in medicina a Napoli, propugna gli ideali di libertà e indipendenza dell’Italia, e prese parte alla guerra piemontese contro l’Austria; per le sue idee e il suo impegno venne condannato all’esilio dal re di Napoli. Graziato, torna a Parabita e diventa medico condotto ad Alezio.
Ed è su queste vicende storiche si crea un solco infuocato nella vita del Paese, come nel resto del Sud, fra i propugnatori dell’Italia unita e chi continua a sostenere i Borboni. Si dice fra l’altro, che il vescovo del tempo, Luigi Vetta, di fede borbonica, da Nardò fu costretto a fuggire, e per due mesi trovò rifugio proprio presso una famiglia di Parabita.
Ma in chiusura, con riferimenti a incastro, c’è posto per un altro amore, ed è quello fra Concetta Bellisario e Gaetano Marzano, a cui strenuamente si oppone Nicola, il padre di Concetta. Ma Giuseppe Ferrari, dei duchi, già sindaco, serbando sempre viva nel cuore la storia dell’amore contrastato vissuto dai propri nonni, Rosaria e Saverio, è convinto a sostenere i due giovani nel loro sentimento, e formula nei confronti di Nicola la risposta che va colta come la chiave di volta del libro: “Sappiate che non bisogna contrastare un amore puro per un egoismo interessato. Quante volte l’amore che ha unito il cuore di due giovani, pur dopo innumerevoli sofferenze ha trionfato sulla cattiveria degli uomini.”
Grazie Ortensio, per questa tua bella fatica. E se è vero che non c’è due senza tre… il prossimo a quando?
Luciano Provenzano


