Recensione al romanzo
“Il giardino Grande”

di Ortensio Seclì
Edizioni Il Laboratorio
Parabita (Le), 2012

Un storia d’amore d’altri tempi ma così attuale(*)

Conosciamo Ortensio per i suoi libri di ricerche genealogiche, su soprannomi e detti popolari, racconti e aneddoti di accadimenti passati pubblicati anche su riviste, da una decina d’anni in qua soprattutto su Nuov’Alba ma molto anche sul Donatore, il giornale dell’ADOVOS di Parabita.
Che si stesse cimentando con qualcosa di veramente grande deve averlo detto a pochi, per cui quando qualche settimana fa “Il giardino grande” è uscito per le edizioni “Il Laboratorio” dell’amico Aldo D’Antico, non pochi – ed anch’io fra questi – si è rimasti meravigliati non poco.
Il libro sorprende per l’intensità narrativa, la carica emozionale che suscita, la capacità di entrare nei meandri della vita della Parabita della seconda metà del ‘700 per portare in luce storie antiche ed ancora per tanti versi attualissime, nomi di persone, angoli di Paese, circostanze di cui per qualche verso se n’è sentito parlare. Chi non ha sentito dei “promessi sposi parabitani”? Eccoli, sono qua descritti, nella storia drammatica e affascinante che li ha visti e voluti insieme.

È una storia vera, quindi, sostenuta da elementi d’archivio, romanzata quel tanto per tenere insieme l’intreccio narrativo. Parabita, all’epoca, era solo il borgo antico, e a sera si provvedeva a chiudere le porte d’ingresso del paese. Soltanto alcune sere vi era l’eccezione che le porte venissero chiuse a notte, ed una di queste era la notte dei fuochi di S. Giovanni. Sapere perché si chiamava così quella notte? Chicche narrative che invogliano alla lettura, e pertanto eviterò di svelarle.
Parabita, all’epoca, era assoggettata al feudatario, uno dei Duchi di famiglia Ferrari. La storia la scrive di solito chi detiene ricchezza e potere, giacché ha più mezzi per dire, far parlare e scrivere di sé. Ma questa volta succede che anche del volgo si giunge ampiamente a parlare, ed è per via di una ragazza che fa girare la testa a don Saverio Ferrari, fratello minore del feudatario Giacinto. Ma quel matrimonio non s’aveva da fare (Manzoni per un poco ci entra), e non è qui da dire l’esito che quella aspirazione avrà.

Ma comunque, per incuriosire quel tanto e non svelare… L’implacabile rigidezza del dettame sociale impediva di fatto aspirazioni di libertà, ivi compresa la possibilità di stabilire coniugalità fra un nobile ed una popolana. Vita insieme fra loro sarebbe potuta esserci se almeno una delle seguenti ipotesi si fosse concretizzata:
– se il fratello maggiore di lui, Giacinto, avesse acconsentito;
– mediante “nozze segrete” o “di coscienza”, autorizzate dal vescovo tramite preventivo parere del curato;
– mediante un permesso del re;
– con il ricorso al cosiddetto “matrimonio romano”, possibile in assenza del consenso politico;
– “more uxorio”, ovvero, come coppia di fatto, diremmo oggi;
con “matrimonio clandestino”, giungendo a dichiararsi reciprocamente marito e moglie di fronte al parroco ed in presenza di due testimoni.

Arduo indovinare quale fra queste possibilità sarà data percorrere ai due nostri cari – giacché a entrare nella loro storia li si adotta come persone care a tutti gli effetti -, e poveri – per l’esito della storia in sé ma ricchi di tanto coraggio per quello che sono riusciti a fare.
Era stato un espediente a permettere al padre il riconoscimento del primo figlio; sì, perché i due procrearono dopo che nel “giardino grande” era avvenuto fra loro un appassionante incontro d’amore magistralmente descritto dal nostro Autore:
Se in presenza di un notaio, al momento del battesimo, il padre avesse dichiarato la propria paternità per quel bambino, ne derivava il riconoscimento. Vincenzo Maria, nato da pochi giorni, fu così portato a battezzare nella parrocchia a Matino, in presenza anche del notaio del luogo, e nel corso della cerimonia il padre, don Saverio, ebbe a fare la sua declaratio, a riconoscere cioè come proprio quel figlio.

Lui, quindi, duca don Saverio Ferrari, lei, una semplice “popolana”, Rosaria Cataldo, hanno fatto tanto parlare di sé all’epoca, e ci riescono ancora oggi. Ma perché? È una storia clandestina: s’innamorano per caso, per strada; s’incontrano per caso, durante un temporale in campagna; sanno entrambi che la storia nella quale si stanno immettendo è una strada senza via d’uscita; in tanti glielo dicono, a lui e a lei, ma loro la tentano ugualmente e, diciamolo, alla fine dopo tante traversie se non proprio la strada, un sentierino di futuro al loro amore – anche se a caro prezzo – però lo aprono.
Ed è fra il riuscire a dichiararsi “marito e moglie” e il constatarsi come “due mancati sposi” (pag. 285) che scorre l’intero evento narrativo e la trepidazione che con esso coinvolge il lettore.

Insieme a luoghi e persone, date ed eventi vi sono descritte le abitudini dell’epoca, giacché Ortensio, nel romanzare la storia, ha inteso restare fedelissimo al suo carisma di base, quello di storico e di ricercatore, un topo d’archivio, amichevolmente. Per cui ci ha tenuto ad una minuziosa descrizione delle condizioni esistenziali, i rapporti e le gerarchie a vari livelli di vita familiare e sociale, le condizioni di lavoro, la prassi incontrastata dei matrimoni combinati, le abitudini alimentari – non tanto dissimili da quelle tramandateci dai nostri padri e madri – oggi messe in croce da brioche e patapizze del cavolo -, i vestiari, gli arredi di case ed altro ancora. Singolare l’utilizzo del corsivo per riportare, in alcuni passaggi, brani originari d’archivio per descrivere circostanziati eventi. Costante la ricerca di nessi fra la vita, all’epoca, ed oggi, ad iniziare proprio dal titolo del libro, “u sciardinu grande”, che a Parabita costituisce da sempre un toponimo di riferimento, anche se la trasformazione del territorio ne ha alterato le sembianze, giacché da “giardino”, un tempo, costituisce ora l’area, in gran parte edificata, più centrale di Parabita, quella che dal Santuario giunge fino, appunto, a Palazzo Ferrari, incrociando via Giuseppe e Via Luigi Ferrari, nipote il primo e pronipote l’altro del duca Saverio, protagonista con “Saia Cataldo” di questa nostra storia. È quindi fino ai nostri giorni che quella storia giunge, per dirci della bella eredità che una storia d’amore, per quanto travagliata e difficile – ma forse proprio per questo – può dare.

Luciano Provenzano

(*) Recensione pubblicata su “Il Donatore”, periodico dell’ADOVOS di Parabita, n. 4 anno XXII, Dicembre 2012.