Il numero 34 de “L’Idomeneo” rivista dell’Università del Salento, è curato dal Prof. Antonio Romano, col titolo:
Nuovi contributi per una conoscenza linguistica della Terra D’Otranto”.
Qui  riprendo alcuni articoli che per autori o trattazione abbiano un riferimento con  Parabita
ed in più l’originalissimo dal titolo “La lingua serpa” di Luca Giannoccolo

“L’Idomeneo” è la rivista del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento, il cui volume numero 34 – dicembre 2022 – che ha per titolo “Nuovi Contributi per una Conoscenza Linguistica della Terra d’Otranto”, è stato curato per intero da Antonio Romano, glottologo, Docente a UniTo, originario di Parabita dove torna spesso e volentieri.
È una rivista per specialisti del settore, ma qualche aspetto in essa trattato può e deve assumere una connotazione divulgativa in favore di coloro che in qualche modo intendono restare aggiornati su queste tematiche, e diventare patrimonio diffuso della collettività.

Mario Spedicato nella presentazione ne illustra per tratti salienti i contenuti: “Il filo conduttore [di questo numero] resta la storia della lingua nella sua declinazione locale, attraversata per più di mezzo secolo da diversi ricercatori salentini con esiti incoraggianti (…). Vito Luigi Castrignanò ha saputo ancorare la storia linguistica del Salento agli studi di Mario Marti… Il saggio è impreziosito dalle riproduzioni delle opere di Enzo Fasano [altro parabitano] un artista salentino che ha fatto della Storia la sua principale fonte di ispirazione. In questo solco si inserisce il lavoro lessicologico di Francesca Leopizzi [parabitana anche lei], che sfoglia con cura e metodo la terminologia di mobili e complementi di arredo negli atti notarili del Salento centrale tra seicento e settecento.”

Francesca Leopizzi, che già su Nuov’Alba aveva pubblicato un breve estratto della sua tesi di laurea, con specifico riferimento allo studio dell’atto notarile redatto nel 1840 alla morte del duca di Parabita don Giovanni Ferrari, con questo nuovo articolo estende e approfondisce la sua ricerca avendo di mira di scorgere alcuni tratti di vita nelle nostre popolazioni fra 1600 e 1700, studiando gli atti notari dell’epoca da cui emergono i termini dei mobili e degli arredi in uso e da cui la nostra autrice ha ricavato – incluso nell’articolo – “un glossario i cui vocaboli sono disposti in ordine alfabetico.”

Per quanto può riguardare ulteriormente il nostro Territorio, segnalo il lavoro di Guido Borghi, che viene a studiare con il riferimento del nome “Veritate”, la zona così denominata: “ una considerevole parte delle zone di confine fra i territori comunali di Tuglie e Parabita (Lecce), già individuata e descritta da Cosimo De Giorgi, da tempo al centro di prospezioni archeologiche a cura delle Soprintendenze ai Beni Archeologici di Taranto e Lecce. Accurate indagini condotte nell’àmbito della Carta Archeologica del Comune di Tuglie (pubblicata nel settembre 2021 a cura del Dr. Stefano Calò) ha confermato un’estesa area di antico insediamento fra le località Corte, Carignani e Casale (nelle quali le testimonianza di cultori locali riferiscono di importanti reperti rilevati in passato anche da archeologi dell’Università di Lecce, poi del Salento). Il giorno di venerdì 13 Agosto 2021, un’indagine ceramologica sommaria nella località Veritate di Parabita ha rilevato, accanto a un già noto importante insediamento sicuramente medievale (costruito – e poi distrutto – in prossimità dei resti di una villa rustica o un opificio di epoca romana), tracce di ceramiche preromane (piccoli frammenti di epoche anche successive e un più grosso frammento di vaso, a sua volta rotto in due pezzi, con una traccia di pittura che consentirebbe di retrodatare l’origine dell’insediamento) e individuato tracce dell’impianto di un piccolo villaggio preistorico…”

Il Prof. Guido Borghi docente all’Università di Genova, pur non essendo mai venuto a Parabita, meriterebbe la cittadinanza onoraria della nostra Città, per il grande interesse da tempo profuso per il nostro territorio e per le origini del nome di Parabita, che in ragione dei suoi studi, sarebbero di carattere indoeuropee – Pǒrǒ-bǒtǒ-s – termine ripreso poi dai messapi con Pǎrǎbǎtǎ-s – e col significato di “cammino di passaggio”, con riferimento al fatto che “la sua posizione corrisponde bene all’apertura di un passaggio, attraverso la Serra, da Gallipoli verso Otranto (…)”. Come già in altri suoi articoli su precedenti numeri della stessa rivista, il Prof Borghi torna anche qui a ribadire la sua ferma convinzione che pertanto Parabita non derivi da Bavota, e soprattutto che Bavota è un termine che di fatto non esiste, in quanto il luogo a cui ci si riferiva con tale termine era invece l’antica ßɑΰστɑ [Bausta] col duplice significato di “rigonfiamento” e di “consacrata”. Solo un errore di lettura ebbe a trasformare due delle lettere del nome: la ‘ΰ’ [u] in ‘v’ e la ‘σ’ [s] in ‘o’, determinando quel nome “Bavota” a cui ci siamo anche affezionati ma che per evidenze linguistiche dovremmo lasciarci alle spalle.

Di Antonio Romano, oltre che la cura del numero, è suo anche l’articolo dal titolo: “ Morfologia dei dialetti salentini: ricognizione critica dei morfisuffissali (accentogeni e non)”. È un lavoro certosino questo del nostro caro Tonino, che mira a valorizzare le lingue locali, i dialetti, perché espressione “delle dinamiche evolutive passate e di quelle presenti, che caratterizzano la vitalità di queste parlate” e prende in considerazione la “modalità di derivazione morfologica (cioè formazione delle parole) che riguardano una lingua essenzialmente parlata e alla necessità di distinguere forme funzioni e valori che intervengono nell’evoluzione di un insieme di varietà dialettali.” Un articolo che in via teorica sembra destinato a specialisti del settore ma che riserva spunti interessanti per chi voglia saperne un po’ più dei dialetti delle nostre terre. Per addentrarci un minimo: si considerano in esso parole pur distanti fra loro ma accomunate da medesimi terminazioni, ad esempio: “tanàgghia” e “tuàgghia”, o con medesimo suffisso, quali ad esempio: “capúzza”, “chiaḍḍúzzu”, “mundizza”, “sardizza”, “trimulízzu”, “cannízzu”, “cuatízzu, “cannàzza”, “sputàzza”, “cipuḍḍàzzu”, “sangunàzzu”, “mustàzzu”. Per quanto avvertivamo distante l’aspetto teorico, tanto possiamo avvertire vicine a noi i termini di riferimento della nostra lingua che ritroviamo nello stesso. La bellezza di questi studi è ridare valore e rendere attuale la nostra lingua madre, i nostri dialetti, frutto di secoli e millenni di storia e di esperienza linguistica, e la cui complessità nel loro articolarsi è in corrispondenza alla ricchezza espressiva insita in essi, utile e necessaria a rendere manifesti le esperienze di vita e i moti dell’animo che se non espressi in quei termini resterebbero monchi o del tutto silenti nel cuore della gente.

Una bella sorpresa in questo numero riguarda l’articolo di Luca Giannoccolo – sua tesi di laurea presso il Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica UniBo – dal titolo: “La lingua serpa”, e che così viene presentato nell’abstact: “La lingua serpa è un gergo parlato nel Salento principalmente dai venditori ambulanti, dai giocolieri, dai mercanti di stoffe, di bestiame e da gruppi sociali legati ad attività di malandrinaggio, sul confine sfumato fra il lecito e l’illecito. Lo studio bibliografico ha posto le basi per definire il rapporto nel contesto linguistico in cui viene parlata. Il confronto fra la serpa e il dialetto salentino ha consentito di mettere in luce le relazioni che si instaurano sul piano sintattico, fonetico e lessicale fra queste due espressioni linguistiche. La ricerca sul campo ha permesso di delineare il contesto sociale e culturale della serpa; ciò ha portato a un’analisi diafasica delle dinamiche interne ai gerganti e alla realizzazione di un glossario.” Qui a seguire alcune voci della “lingua serpa” incluse nel glossario che accompagna l’articolo, curato dello stesso Autore, Luca Giannoccolo.

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(Luciano Provenzano)

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