Ciao Papà

Ciao Papà, mi hai catapultato in un mondo difficile, difficile in tutto per i tanti problemi che ci attanagliano. C’è stato un periodo e tanti e tanti di gioia, letizia, serenità: l’essere venuto al mondo è stato questo, la mia infanzia e tanti anni di gioia e letizia con voi, mamma e papà, sorelle e fratello, e poi nella mia famiglia, con Marilena e i miei figli cari. Non bisogna restare attanagliati dalle difficoltà per poter intravedere le soluzioni, mi dici, ma a volte le difficoltà appaiono così complesse che si interpongono alla possibilità di vedere oltre. Ascolto la voce dello Spirito che mi suggerisce la richiesta del Signore Iddio nostro affinché ci si dedichi ad aiutarlo a reggere le sorti del mondo, che come noi abbiamo bisogno di Lui  anche Lui ha bisogno di noi. Il nostro di Lui è un bisogno essenziale, il suo di noi è la possibilità di diventare protagonisti della nostra vita al suo fianco, nella sequela della sua Parola incarnata, Gesù. Sono alla ricerca di come poter succhiare nell’intimo il senso di tale sequela raccordandolo al bisogno di autonomia che ogni essere vivente ha in sé. Come diventare un monaco laico, realizzare in pienezza l’autonomia dell’essere evitando che la religione diventi una prigione.

Abbandonarmi con fiducia alla voce interiore che implora la sequela alla Parola contrasta fortemente con il desiderio di svincolarmi dal cordone di preghiera. Mi ritrovo sul crinale di questo contrasto: mi tuffo ogni attimo possibile nello spirito di preghiera ma un’insurrezione di sentimenti lo fronteggia quasi a volerlo contrastare o perfino demolire. È allora che il mio pensiero corre a ricongiungermi con la mia infanzia, nella pienezza del messaggio interiore che da voi, mamma e papà ho ricevuto: ero così, così sono cresciuto, così voglio diventare. C’è il rischio che la fede diventi un rifugio dalle delusioni del mondo, ma è lì che scorgo l’energia essenziale per riaprire con fiducia gli occhi sul mondo, non vedo altro. Realmente, non ritrovo in me forza per affrontare le delusioni del mondo, da quelle personali, per degli obiettivi che conservavo e conservo in cuore a quelle sociali per un mondo che sembra andare indietro invece che avanti sulla strada dei diritti sociali contro ogni discriminazione e della valorizzazione del lavoro e dei lavoratori.

Rispetto profondamente tanti amici di ora e compagni di un tempo svincolati da un pensiero di fede, riescono a farne a meno, non si sentono vincolati, alcuni esplicitamente atei. Si è diversi, ci s’incontra in umanità ma si è distanti sul pensiero di fede. Come si possa convivere, anche in famiglia, pensandola diversamente su un aspetto essenziale come il credere in Dio. Eppure è necessario dirsi come la si pensa, quale pensiero nel profondo ci guida sulle strade della vita. Dipende anche dal percorso che si sta facendo, da quanta energia interiore sia necessaria per affrontare le difficoltà che si intravedono e in cui ci s’imbatte nel cammino per il cammino che si intende fare e si sta facendo. Vedo la mia vita tesa a percorrere tunnel interiori, grotte e caverne,  annodamenti di sentimenti, relazioni, sguardi e parole con gli esiti che ne possono scaturire sulla psiche delle persone e nei rapporti.

fiume e tempo
volo fra braccia
e a sera a dire del mattino
che ieri era domani e
domani ieri appena passato
tornato con realtà a grani
essenza di sguardi e meraviglia

Sento che la poesia l’ho presa dall’amore tuo e di mamma, la trepidazione, l’ansia, il desiderio di esserci, l’ansia per le parole da dire, la trepidazione a volerle dire, la freschezza di un sorriso, l’alito di vento del mattino.

Anche quando le parole si diradano, dentro il sentimento cresce, la voglia e il bisogno d’incontrarti è forte perché se incontro te posso incontrare me stesso, posso specchiarmi in  te, tu che mi hai voluto, mi hai desiderato, mi hai messo al mondo, e io vorrei diventare ora quella cellula di te che sono stato per cogliere il vissuto che essa in te vive e assapora, il flusso vitale, le contraddizioni, le speranze, la gioia di slanciarmi ad inseminare l’ovuletto della mamma, quell’incontro splendido che ha generato il lume di vita che custodisco in me.

Più in là di qua non puoi andare, dice la voce, ma è da scorgere un percorso  che permetta l’accesso al segreto della vita, giacché sei tu verso cui sono teso ad attraversare, ma in te sono racchiuse le generazioni dei tuoi cari genitori e di chi li ha preceduti ma colgo in proiezione anche il senso del mio rapporto con Marilena e quello che scaturisce da noi genitori verso i nostri figli: cosa offriamo loro? qual è il senso  dell’essere al mondo? quale l’umana eredità che vi lasciamo in dono?

Sono alla ricerca di come la vita intera possa diventare preghiera giacché mirare all’unione con Dio è la grazia più grande e la realizzazione più piena per l’essere umano. Da soli siamo monchi, giriamo errabondi nel mondo, ci leghiamo ai beni materiali, impieghiamo energie per essere in vita, ma al fondo del nostro cuore covano sentimenti tristi o talvolta violenti, dall’insoddisfazione, alla rabbia, all’invidia, alla paura.

Abbiamo bisogno di valorizzare la nostra vita con i connotati che le sono propri, la ricchezza di risorse di cui siamo umanamente dotati sul piano personale, collettivo e cosmico, l’energia dell’umano, la ricchezza di personalità, la sessualità, i beni per vivere, la natura e il cosmo di cui siamo parte.

La meraviglia per l’esistenza è un sentimento essenziale ma è solo un primo passo per sentirci parte dell’universo, occorre entrare e diventare parte di esso mediante la consapevolezza,  un percorso di crescita, maturazione, responsabilità. Tale percorso ha bisogno di un approdo che non sarà immediato, ma nell’avviarlo occorre che lo si abbia presente per motivare la scelta di compierlo, di sganciarsi da quella meraviglia iniziale, per varcare mari e monti ed emisferi in cerca di quel senso profondo che la vita racchiude, anzi dischiude. Può sembrare irriguardoso, ma a cercare si vorrebbe di come un orgasmo possa diventare preghiera e come la preghiera possa serbare in se stessa un orgasmo. Orgasmo come piacere multiforme nell’incontro di due corpi che s’amano, s’incontrano, si raggiungono nell’intimo, gioiscono nell’unione. Si sotterra la vita se non si ridà ragione e sentimento all’incontro dei corpi. Abbiamo bisogno di uscire dalle sacrestie, da quei luoghi di segretezze per pochi, di portare in chiesa l’apertura vicendevole dei nostri cuori. Per come è ora la situazione del legame religioso nella nostra terra, avverto desolazione e vuoto che cresce. Cresce la distanza fra le persone e la fede, una fede diventata arida, abbarbicata in ritualismi vuoti.

E tu papà che dici? Eri al fondo di quella chiesetta delle Anime Sante quel giovedì santo appena due mesi prima che te ne volassi improvvisamente in cielo, quando senza sapere che eri lì mi voltai e ti vidi, sei ora un po’ impaurito da questi discorsi. È difficile mettere in discussione l’intero apparato burocratico della chiesa, abolire i conformismi, sarai un perdente figlio mio, te l’ho sempre detto, tu vuoi innovare, portare nuove idee, ma il mondo è stratificato in convenzioni, abitudini secolari, è difficile che cambi qualcosa, rischi di frantumarti la testa per aprire qualche porta su fronti nuovi. Io non ci ho mai provato, ai miei tempi le stratificazioni  sociali erano molto più forti, oggi solo apparentemente c’è più libertà ma il peso di quelle è sempre troppo forte. Ma soprattutto la Chiesa è retta dallo Spirito di Gesù che con noi prega e trasforma se stesso in pane di vita nell’Eucarestia. Questo è il vero mistero della Chiesa.

La gente è troppo sola, papà. Un tempo la vicinanza fra le persone compensava in qualche modo le rigidità sociali. Oggi alle rigidità sociali si aggiunge la crescente solitudine delle persone. Quando si muore si diventa rigidi. Questa nostra società così come oggi sta vivendo sembra avere in sé un preludio di morte.

“La vita di preghiera è una continua crescita nel dialogo (invocazione-ascolto) con Dio. Diventa preghiera la vita di chi prega con insistenza e ininterrottamente. Con l’invocazione continua del nome di Gesù si raggiungono equilibrio e maturità spirituale. Questa preghiera dona forza nella conversione di chi vive in situazioni di peccato, consolida il cammino di chi è maturo nella fede e apre le porte alla dimensione mistica. Questa orazione conduce l’uomo a divenire preghiera vivente.” (Raffaele Di Muro)

Sono su questa dimensione papà caro, del cercare la via per essere costantemente in contatto con Dio attraverso la preghiera continua. Su questa strada c’è da riconoscersi peccatori, ma questo confligge alquanto con lo sguardo col quale la psicologia giunge a prendersi cura dell’essere umano. La psicologia è portata a giustificare i modi di essere e di comportarsi della persona, e accettare il peccato può giungere a determinare un senso di colpa, il che potrebbe ledere la dignità umana. Psicologia e religione, sotto questo profilo, sono reciprocamente avverse. “Confesso che ho molto peccato in pensieri, parole, opere ed omissioni, per mia colpa, mia colpa, mia massima colpa”, è la preghiera con cui inizia ogni messa, e la si può cogliere con un connotato di massima responsabilità per quanto ci accade, per come siamo, per come ci comportiamo. Siamo debitori di fronte a Dio, ci manca sempre qualcosa per come saremmo potuti essere  o potremmo essere e non siamo. È un atto di umiltà rispetto ad un Essere supremo che riconosciamo come generatore della vita nell’universo e che con Gesù chiamiamo “Padre” e che al contempo è anche madre, la Chiesa insegna. Non si tratta di indurre a credere in Dio chi non crede. La libertà  dell’animo e dello spirito è l’essenza della vita. Si può andare in paradiso anche senza aver creduto né in Dio né nel paradiso stesso. L’onestà del cuore è bastevole a far crescere il senso dell’umano e questa è la strada per il paradiso. Che poi si è soliti raffigurarci Dio, paradiso e inferno con immagini di cui abbiamo esperienza. Ma il nostro limite immaginativo potrebbe non essere adeguato a cogliere il senso più pieno delle realtà escatologiche. La consapevolezza di essere peccatore ha a che fare col riconoscere un limite profondo della condizione umana. C’è qualcosa che per quanto si voglia, talvolta o spesso, lentamente o velocemente, tende a deteriorarsi per l’essere umano, nel modo di essere, agire, pensare.

La mancanza di tale riflessione e accettazione induce facilmente a ritenersi onnipotenti, infallibili ed eterni. Questo il vero peccato dell’essere umano, ritenersi Dio. Questa presunzione distrugge la vita, la annienta, è causa di ogni conflitto. L’essere umano da sé non riesce a trovare la pace, la psicologia non sana i conflitti, li razionalizza, sparte le parti in causa, ammorbidisce talune pretese, aiuta a maturare una maggiore consapevolezza per essere maggiormente capaci di gestire i conflitti, ma non elimina la base della contraddizione per la quale i conflitti si originano, e restando attiva anche solo una punta di tale contraddizione il conflitto è destinato a riprodursi se non nei rapporti nel vissuto della persona, e se non nel vissuto della persona in qualche aspetto dei rapporti.

Le persone confliggono o si ammalano, sperano e cercano ma rischiano di restare deluse, si possono aprire delle porte ma su spazi o territori sempre alquanto angusti di umane contraddizioni. Dio è l’infinito che permette di aprire il cuore e la mente su spazi immensi, infiniti, cieli nuovi e terra nuova e soprattutto a relazioni rinnovate. A partire da Gesù: “Ama Dio con tutto il cuore, mente e anima e ama il prossimo come te stesso.” Il mistero di questo verbo è che esso costituisce un orizzonte verso cui orientare la propria vita ma che è sempre di là dal riuscire a raggiungerlo in pienezza. Ma intanto sappiamo che egli, Gesù, l’ha realizzato nella sua umanità e questo è un incoraggiamento perché anche noi possiamo realizzarlo.  Gesù, figlio di Dio, nato da una Vergine, cose astruse per un non credente.

Come rendere minimamente credibile ciò che appare del tutto incredibile? La preghiera del “credo” vincola a credere a questa realtà. Io recito il credo, e ho fiducia in te, papà caro, che me l’hai insegnato. Pur senza parole mi dicesti in sogno, quand’ero una tua cellula, che mi avresti lanciato nel seno della mamma a diventare un essere umano, e ho trepidato di gioia nell’essere io espressione di te in quell’attimo, e il miracolo di una vita nuova si è realizzato.  Era degna di fede quella tua tacita parola, e al pari lo è la tua stessa di imparare a pregare e ad avere fiducia in Dio e nel Vangelo di Gesù. Tu mi hai condotto sulla strada della vita nel mio essere, tu mi hai condotto sulla strada della vita nella fede, per te io esisto e ho fede, perché tu l’hai voluto, me l’hai insegnato, per me la vita è il tuo insegnamento, non ho altro riferimento se non quello che dal tuo impeto amoroso coniugato alla mamma è scaturito verso di me. Grazie mamma e papà! Da quell’input ne ho tratto un messaggio che ha plasmato la mia vita, fin da bambino: leggevo la Bibbia la sera nell’andare a letto durante le scuole elementari, lo ricordo ancora come se fosse oggi, soprattutto le storie di Giuseppe venduto dai fratelli, quella di Mosè e i racconti del Vangelo.

Mi rendo conto che questo dialogo con te caro Papà ha dell’incredibile ed è difficile da realizzare, questo ricongiungermi a te, abbracciarti e ancora per un attimo essere te. Se sono te stesso non posso dialogare con me stesso, ma forse la riflessione interiore è resa possibile come consapevolezza. Ed è quello che troppo spesso manca oggi, la consapevolezza del senso della vita. Sembriamo buttati nel mondo ad arrabattarci fra desideri e bisogni, privi di uno sguardo sul senso profondo della vita. È terribile questo senso di vuoto, svuotamento, isolamento, catastrofe imminente.

Troppa gente è impaurita, troppa gente è sola, troppa gente si ammala, troppa gente muore. La psicologia, la medicina, i servizi sociali ci mettono qualche toppa, ma il livello di sofferenza in questo mondo digitalizzato è in costante aumento. Non sarà la mia la stessa prospettiva con cui i bambini guardano oggi la vita, io sarò contaminato da talune esperienze che mi hanno segnato e mi segnano ancora oggi. Ma considerando la realtà planetaria con l’avvento di Trump in questo 2025 il mondo sembra sbriciolarsi. Siamo cresciuti coltivando per decenni aspirazioni di libertà, uguaglianza, solidarietà. All’improvviso il mondo sembra essersi capovolto con la testa ingabbiata nella tirannide del denaro e del più forte. Non che prima non ci fosse, ma ora tale illogicità sembra prevalere in maniera esponenziale. Dov’è finito il senso dell’umano?

Questo smarrimento esistenziale ha una  corrispondenza con anche la crisi del senso religioso nel nostro occidente. Il benessere diffuso e la tecnologia contribuiscono a distanziare l’essere umano da se stesso, dalla propria interiorità, da uno sguardo più ampio sulla realtà, restringendolo invece sul proprio interesse personale, incentivando l’arrivismo a scapito di socialità, solidarietà, senso del vivere insieme. Come cristiani c’è bisogno di riscoprire il senso religioso della propria fede che pone alla base l’istanza ad uscire da se stessi per immergersi in una storia di dolore e morte,  incontro a Gesù che l’ha vissuta e la vive, con la prospettiva di una risurrezione dei cuori nell’incontrarlo. Per chi non crede è una favola, per chi crede è un dato di realtà. Resteremmo chiusi in noi stessi, aumenterebbe l’isolamento sociale, l’angoscia e la disperazione, un futuro senza prospettiva, rapporti superficiali per lo più di apparenza, vuote liturgie laiche e religiose, chiese vuote, famiglie taciturne, convenzioni sociali in aumento per coprire il vuoto di umanità. Occorre succhiare energia vitale da dove realmente se ne sprigiona.

Credo nel nome di Gesù, egli che ha vissuto su di sé il tradimento, l’abbandono, la violenza e la morte è “un nome al di sopra di ogni altro nome”, che può capire la nostra condizione odierna e da lui possiamo attingere energia per fronteggiare e vincere le contraddizioni in cui siamo immersi. La preghiera è la strada per incontrare Gesù, la preghiera come slancio del cuore e non come asservimento, come gemma che spunta nel pensiero e sulle labbra e si apre alla vita, preghiera come anelito ad essere vicini a Gesù per solidarizzare con lui e ricavare l’elemento che può aiutarci a realizzare un respiro pacato per affrontare il mondo e la vita, sentendoci in Lui protagonisti e non già protagonisti in se stessi, non esaltando quindi il proprio carattere, idee, traguardi, ma sviluppando una pratica di umiltà del cuore e offrendo sempre spazio alla generosità per chi incontriamo e chi possiamo incontrare. La preghiera non come pratica consolatoria ma come respiro che si apre al ramo della vita universale e collega la propria esistenza all’essere e sentirsi profondamente Chiesa, albero delle stagioni della storia e della vita dell’essere umano sulla terra con le radici piantate da Dio in Dio.

Luciano Provenzano

Immagine: Herman Hesse, Acquerello

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