UN SORRISO DA IERI AD OGGI

Per i cento anni di don Vincenzo Calcagnile


Siate sempre grati verso chi ha guidato i vostri passi
nell’annunciarvi la Parola di Dio:
e, considerando il percorso della loro vita,
imitate la loro fede.
(Lettera agli Ebrei, 13,7)

Don Vincenzo Calcagnile festeggia cento anni; partecipo con gioia, per i miei cinque vissuti in seminario a Nardò, lui rettore, ed un’amicizia ad oggi.  Per valorizzare l’esergo ho dovuto sottacere una parola, in quanto la scritta è riferita a chi non è più in vita, mentre don Vincenzo è felicemente fra noi.

Ci sentiamo soprattutto per telefono, con telefonate essenziali, per le ricorrenze, non essendo egli molto loquace al telefono per quanto lo è invece nell’incontrarlo di persona. La più recente circa anno fa; il suo passo celere metteva alla prova il mio. Rievoca immancabilmente mia mamma che egli trovò a pregare nella cappella dell’ospedale di Nardò, aprile 1969, io sottoposto a intervento urgente per ulcera gastro-duodenale perforata con peritonite, il mio ‘68. Quattro ore e sarei volato in là se non soccorso in tempo!  Soffrivo da giorni, il medico diceva “gastrite”;  quella mattina per i dolori lasciai la scuola – primo piano – e mi rifugiai in camerata – secondo piano-; nel primo pomeriggio giunsero i miei genitori che decisero il ricovero, e don Giorgio mi prese in braccio ché non ce la facevo neppure arrivare in macchina. Mia mamma pregava rivolgendosi molto confidenzialmente al Signore Iddio, e don Vincenzo, ascoltato il tenore di quel dialogo, per non disturbare, preferì uscire. E me lo racconta ogni volta.

Più d’uno, anche preti, si lamentano ancora per la severità di quegli anni in seminario. A me resta il grande amore che ho ricevuto. Sono stati, per me, anni molto difficili fin dal primo giorno; avevo una infinita nostalgia di casa mia e piangevo ogni notte in segreto. Aspettavo con trepidazione i periodi di vacanza: natale, pasqua ed estate, e nel conteggiare i giorni vedevo quelle date future quasi impossibili.

Severità che don Vincenzo preferisce chiamare invece “fermezza”, e che era indispensabile, dice, “per garantire il buon ordine della vita in comune,” tante erano le diversità di carattere e di modi di essere di noi ragazzi.

Il pensiero di don Vincenzo di cui qui riporto alcuni stralci lo ricavo dall’intervento >>>   che egli svolse nel 2012 in occasione della presentazione a Nardò del libro di Alfredo Romano: “Piccoli seminaristi crescono” – ed. Negroamaro, di cui qui sono reperibili vari capitoli  >>> ; la mia recensione al libro >>>

Trentasei anni in seminario, di cui dieci come padre spirituale e ventisei come rettore. (…) I ragazzi erano molto diversi fra loro: c’era chi aveva avuto una educazione di base in famiglia ma c’era anche chi non ne aveva avuta e noi dovevamo aver presenti tutti (….) C’era chi stava in seminario per farsi sacerdote ma c’erano anche ragazzi che non erano orientati a questa scelta ma ci stavano ugualmente e noi dovevamo tenerne conto.” Età quarant’anni, all’epoca, il rettore, e neppure trenta i due vice, con una bella responsabilità da gestire, e considerando che  talvolta anche fra loro  poteva insorgere “un confronto animato e non sempre convergente.

Si era un bel numero in seminario in quegli anni: una ventina per ogni corso di prima, di seconda e di terza media, e un’altra ventina in tutto di quarto e quinto ginnasio, giacché nell’andare avanti qualcuno lasciava. Io ci rimasi cinque anni a Nardò e  poi altri tre di liceo a Taranto.

Don Vincenzo ricorda, egli studente,  la “cocula”, una palla di carte legate con spago con cui giocavano; poi quando, egli educatore, l’impegno a chiedere al sindaco di utilizzare il campo sportivo comunale il sabato pomeriggio; quindi al seminario nuovo con “il campo in casa”. Significativo ciò dell’evoluzione nell’organizzare  la vita del seminario. Ma “non sempre si può  soddisfare tutto quello che i ragazzi desiderano”, e questo vale anche oggi giacché spesso “i genitori non sanno che pesci prendere con i figli”, e se lasciano troppo fare  in assenza di regole “i figli diventano grandi ma restano bambini.”

A volte gli educatori possono “aver calcato la mano”, ma interiormente erano sempre animati da un “travaglio per camminare con i ragazzi, di capirli, di adeguarsi a loro (…) Dentro di noi c’era uno spirito molto diverso da quello che in apparenza poteva apparire o si può pensare.”

La vita insieme ha sempre una sua complessità, e se si comprende ciò “potrete comprendere anche le nostre debolezze, e assolverci se talvolta non siamo stati bravi come si desiderava”, chiede con umiltà.  E comunque: “Molti di coloro che da adulti  sono tornati per un saluto agli educatori di un tempo, hanno ringraziato per l’educazione ricevuta.”

Non sono fra coloro che ringraziano per quell’educazione; la “fermezza” era eccessiva; ma nel contesto del tempo la comprendo e soprattutto essa era compensata da un sentimento di bene che ho sempre avvertito essere alla base del rapporto e dell’opera dei “superiori” verso noi ragazzi.

A volte giravo fra i banchi della sala studio mentre i seminaristi studiavano; lo facevo sì per controllare che loro studiassero e qualcuno mi chiedeva spiegazioni riguardo a quanto stava studiando, ma io leggevo il breviario e pregavo per loro, perché l’educazione non è solo opera umana ma è anche opera divina. È lo Spirito Santo che deve intervenire. E occorre pregarlo per chiedere luce per i propri figli. ‘Se le mie vedute devono cambiare fammele cambiare, e se il mio figliolo voglio che cammini meglio, aiutalo.’ Con questo spirito io stavo in mezzo a loro.” Questa confidenzialità con lo Spirito Santo, questo dialogo con l’Infinito, questa fede profonda è la vera ricchezza che ho ricevuto in Seminario, e da don Vincenzo. E di questo sì che lo ringrazio!

Luciano Provenzano

Foto, archivio di Alfredo Romano, anno 1964, gita di seminario, don Vincenzo segnato n. 6

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