“Sul filo di un disegno provvidenziale” – Mons. Vincenzo Calcagnile raccontato da chi l’ha incontrato

di Luciano Provenzano

Un libro dedicato a don Vincenzo Calcagnile, alla sua storia di prete e soprattutto di rettore del seminario vescovile di Nardò, un libro molto ben curato da Mario Mennonna, per Congedo Editore, Galatina (Le), 2025, con presentazione di Mons. Fernando Filograna, Vescovo. L’autore cura l’introduzione a cui segue un “preambolo” sulla “Diocesi di Nardò nel primo trentennio del novecento” e cinque capitoli che tratteggiano la figura e l’opera di don Vincenzo:1. Il cammino esistenziale, 2. Da seminarista a rettore del seminario, 3. Vicario generale e Amministratore diocesano, 4. Da delegato del vescovo a direttore del Comitato diocesano delle confraternite, 5. Percorso di spiritualità.  Un sesto capitolo è dedicato alle “testimonianze” suddivise fra quelle dei sacerdoti  (19) e quelle dei laici (6), che, a vario titolo, hanno avuto modo di incontrare don Vincenzo. Seguono infine due appendici:  “scritti di don Vincenzo” e “documentazione iconografica”.

Una delle testimonianze riportata nel libro è del sottoscritto, intitolata: “Un sorriso da ieri ad oggi”, con riferimento a quel tratto espressivo di don Vincenzo che maggiormente ravvedo in continuità fra quando lo ebbi come rettore nei miei cinque anni (1964-’69) di seminario a Nardò, e dopo, dalla seconda metà degli anni ’90 allorquando ebbi modo di collaborare nell’ambito della Consulta diocesana delle Aggregazioni laicali, e fino anche alla festa per i suoi cento anni un mese prima della sua dipartita in cielo. Queste le testimonianze presenti nel libro in cui si fa cenno al sorriso di don Vincenzo: ne parla l’autore, Mario Mennonna: “Vi giungeva con la sua auto e portava ai confratelli e agli amici laici il suo immancabile sorriso…” (p.22); “In particolare  con i seminaristi, accanto alla più ampia disponibilità, che si esprimeva anche con il sorriso… (p.27);  “con il sorriso e il dialogo ad incoraggiare… (Sac. Giuseppe Casciaro, p. 57); “dal suo sorriso accogliente… (Mons. Piero De Santis, p. 70); “sempre sorridente….” (Mons. Decio Merico, p. 79); “illuminava di sorriso il suo volto… (Sac. Pinuccio Pica, p. 81); “con il suo sorriso semplice e sincero…” (Mons. Gino Ruperto, p. 87); “sempre con un sorriso che gli rendeva il volto luminoso…” (Mons. Tommaso Sabato, p. 90); “sempre sereno e sorridente…” (Mons. Giuseppe Sacino, p. 96); “con il volto atteggiato a sorriso… (Luigi Pinelli, p. 108).

Qui a seguire alcuni flash descrittivi  liberamente tratti dalle “testimonianze” riportate nel libro riferite alle circostanze di vita, e scelti al fine di cogliere la complessità e il senso profondo che hanno caratterizzato il carattere, la personalità e l’opera di don Vincenzo:

“Ha frequentato insieme a me gli esercizi spirituali ad Assisi con il Rinnovamento dello Spirito. Ho ritrovato quel sacerdote profondamente conoscitore della vita e affidato al progetto di Dio, in piena serenità esistenziale…” (Sac. Antonio Bottazzo, p. 53)

“Don Vincenzo ha vissuto da protagonista  un passaggio epocale della storia della chiesa passando, nell’arco della sua vita centenaria, dall’esperienza giovanile preconciliare a quella della piena maturità, vivendo in pienezza il graduale e complesso avvio di attuazione del Concilio Vaticano II, dalla fine del XX secolo fino ai primordi del terzo millennio…” (Sac. Santino Bove Balestra, p. 55)

“Con la sola presenza riusciva a mantenere l’ordine e il rispetto delle regole, e quando era necessario, sapeva imporle con severità anche attraverso punizioni (…) Alternava, secondo l’opportunità, il semplice richiamo all’ordine e al rispetto delle regole, alla punizione inflessibile riguardante soprattutto l’esclusione dal gioco o il mangiare obbligatoriamente il cibo che non piaceva…” (Sac. Giuseppe Casciaro p.56-57)

“Emblema di fermezza, egli, il rettore per antonomasia, colui che ‘ha messo in riga’ generazioni di seminaristi…” (Sac. Salvatore Casole, p. 60)

“La sua personalità nobile e austera era da tutti noi anche un po’ temuta…” (Mons. Giorgio Chezza, p. 62)

“Noi tutti seminaristi nutrivamo, nei confronti di don Vincenzo, un timore reverenziale. Quando qualcuno di noi veniva convocato in rettorato ci domandavamo cosa fosse accaduto di così grave e se la persona convocata avesse ricevuto dei rimproveri…” (Sac Salvatore Cipressa, p. 64)

“Don Vincenzo, un padre veramente attento.” (Sac. Giorgio Crusafio, p. 66)

“Viveva il suo sacerdozio in maniera esemplare e mi colpiva la sua intensa e completa vita di preghiera…” (Sac. Albino De Marco, p. 67)

“Ricordo ancora l’ultimo incontro che ho avuto con lui , nella sua casa prima che venisse ricoverato. Era in trepidante attesa di Gesù eucarestia per poterlo ricevere nella santa Comunione. Contava i secondi, non vedeva l’ora di vivere il momento più importante della giornata…” (Mons. Piero De Santis, p. 71)

“Questa fede incrollabile ha animato la tua vita e il tuo ministero, caro don Vincenzo, rendendoti “uomo di Dio” e ti ha sostenuto giorno dopo giorno con speranza certa in «tutte le fatiche dell’amore…» (Mons. Ettore Franco, p. 75)

“Il suo impeccabile abito talare lo rendeva  una persona severa e distante dal nostro mondo di ragazzi spensierati…” (Sac. Agostino Lezzi, p. 77)

“Don Vincenzo Calcagnile è stato, nella nostra Chiesa Diocesana, un faro indicatore della strada maestra del Vangelo…” (Mons. Decio Merico, p. 79)

“La figura di don Vincenzo Calcagnile sta, quotidianamente, dinnanzi al mio animo, memore e grato….” (Sac. Pinuccio Pica, p. 80

“Era molto esigente con i seminaristi, nascondendo abilmente il cuore di bambino e di padre che portava dentro…” (Mons. Antonio Raho, p. 84)

“Certo alcuni limiti (…) come la sua severità nel rispetto delle regole…” (Sac. Giuseppe Raho, p. 85)

“Uomo buono e mite ma, quando necessario, sapeva usare un polso fermo perché in tutte le cose era di una precisione unica e questo lo pretendeva anche dagli altri…” (Mons. Gino Ruperto, p. 87)

“Non mi fermo a raccontare dell’onnipresenza e della bilocazione di cui era dotato don Vincenzo che compariva nel momento giusto in cui stavi per fare una cosa sbagliata; né del suo orecchio ‘bionico’, capace di sentire un lavandino che gocciolava nella parte più recondita della struttura; o della sua sensibilità cervicale, che in pieno campo sportivo gli permetteva di avvertire la corrente per una porta lasciata aperta… (Mons. Tommaso Sabato, p. 90)

“Il rettore ripassò ancora, rivide il piatto con due sardine e impose che le mangiassi il giorno dopo, finché non le avessi mangiate tutte…” (Mons. Giuseppe Sacino, p. 93)

“Per me egli era “il rettore”, verso il quale nutrivo, come credo tutti, un senso di timore riverenziale che mi metteva più apprensione di quanto non me ne incutesse mio padre…” (Mons. Giuliano Santantonio, p. 98)

“Forse però non a tutti, me compreso, quella sua severità e rigidità nel rispetto delle regole furono d’aiuto, anzi, al contrario, contribuirono al graduale allontanamento dall’originaria scelta vocazionale, tanto da farci abbandonare il seminario….” (Enrico Carmine Ciarfera, p. 103)

“Persone che per tutta la vita non avevano mai messo piede in una chiesa, si lasciavano guidare da lui nel cammino di conversione, si riconciliavano con Dio  e si accostavano ai sacramenti…” (Gino Marcelli, p. 105)

“La sua spiritualità era fortemente rivolta allo Spirito Santo: era il suo «amico particolare…»” (Luigi Nocita, p. 107)

“«Per poter educare bisogna amare». Don Vincenzo amava.” (Luigi Pinelli, p.110)

“Il metodo educativo di mons. Calcagnile era centrato sulla fiducia, o almeno così è stato per me, e sullo stimolo di tanti interessi. Fin dal primo momento l’ho visto come un padre, pur avendone un certo timore…” (Lucio Saggese, p. 113)

“Grazie, don Vincenzo, perché a tutti hai donato qualcosa: a me personalmente hai insegnato che è più importante ciò che Cristo fa in noi di ciò che noi facciamo per lui; che agire in comunione con il presbiterio è più importante che fare tutto da soli; e che è più importante la testimonianza di una fraternità concretamente vissuta che non l’organizzazione pastorale. Grazie.” (Mons. Fernando Filograna, Vescovo della diocesi di Nardò-Gallipoli, p. 9).

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*foto: Mons. Vincenzo Calcagnile commemora il Vescovo Mons. Aldo Garzia, Parabita, Chiesa Madre, 19 dicembre 2019; (credits: LProv.)

* Mons. Vincenzo Calcagnile, Copertino (Lecce) 16.02.1924 – 22.03.2004, Nota biografica >>>

* “Piccoli seminaristi crescono”, Negroamaro Edizioni, 2013, è il libro scritto da Alfredo Romano che tratteggia la vita in seminario a Nardò fra gli anni 1960 e 1965, con don Vincenzo Calcagnile rettore; di tale libro sono presenti alcuni capitoli nel web di cui qui qui i link >>>>>>

* Ulteriormente: di tale medesimo libro (in uscita, all’epoca) vi era stata a Nardò una presentazione -14 ott. 2012 – promossa da Presidi del Libro e da Caffè Letterario, nel corso della quale don Vincenzo aveva svolto un significativo intervento di cui qui l’audio >>>>>>

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Schopenhauer, la cura che non cura

Mensilmente c’è il Gruppo di lettura presso Mondadori Point (Parabita) di Cédric Chaboud , coordinato da Maria Pina Primiceri: Grazie per l’opportunità!
Ogni partecipante nel corso di ogni incontro presenta brevemente un libro a scelta che abbia trovato in qualche modo interessante. Venerdì scorso (17 maggio 2024) ho portato “La cura Schopenhauer” di Irvin Yalom, Neri Pozza ed., pagine 465.
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Mia del libro breve sintesi:
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Julius è uno psicoterapeuta; riceve la notizia che gli resta un anno di vita a causa di un melanoma. Sceglie di proseguire l’attività ma desidera fare anche un riesame di alcuni casi che aveva avuto in trattamento negli anni. Uno è Philp, in psicoterapia fino a quindici anni prima ma senza un risultato utile per il suo problema che egli stesso ricorda: «“Ero fuori controllo. Tutto quello che volevo era sesso. Ero ossessionato. Ero insaziabile. Rabbrividisco a pensare com’ero, alla vita che conducevo. Cercavo di sedurre il maggior numero possibile di donne. Dopo il coito avevo un breve sollievo della mia coazione, ma nel giro di poco tempo il desiderio aveva di nuovo il sopravvento.”»
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Philip dice che a permettergli di superare il suo problema è stata quella che lui chiama, appunto, “La cura Schopenhauer” e utilizzando questa egli è anche diventato un Consulente filosofico.
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Per una verifica dei reciproci percorsi, Philip accetta l’invito di Julius a partecipare a delle sedute di psicoterapia di gruppo, fra i cui partecipanti ci sono anche vecchie conoscenze di Philip, ora tutti molto curiosi di conoscere il segreto di questa “Cura” che ha permesso a Philip di superare il suo problema.
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«“Schopenhauer mi ha reso consapevole del fatto che siamo condannati a girare all’infinito sulla ruota della volontà: desideriamo qualcosa, la otteniamo, godiamo di un breve attimo di sazietà, che rapidamente si spegne nella noia che è seguita dal successivo “io voglio”. Non c’è via d’uscita se si pensa di poter placare il desiderio: uno deve saltare completamente fuori dalla ruota. È quello che Schopenhauer ha fatto, ed è quello che ho fatto io.”»
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Nel gruppo emergono varie dinamiche relazionali, fra cui spiccano quelle relative ad una precedente relazione amorosa fra Pam e Tony, a cui lei, senza avvisare prima lui, aveva inteso mettere fine annunciandolo nel corso di un incontro del gruppo. Julius aveva osservato: «“(…) Liberarsi della rabbia è il migliore dei progressi. Concordo col fatto che tu sia troppo legata ai tuoi odi. Vorrei che si potessero scattare delle istantanee di questi processi liberatori per uso futuro per vedere esattamente come hai fatto.”»
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Attualmente alcune elementi lasciano trasparire la possibilità di una ripresa amichevole del rapporto fra Pam e Tony. Ma circa la ritrosia di Pam, Bonnie, altra partecipante al gruppo, osserva: «“ Mi chiedo, Pam, se non mantieni le distanze da Tony perché hai timore che un approccio amichevole possa essere interpretato come un invito sessuale.”»
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Questo sviluppo discorsivo su aspetti pregnanti dell’esperienza dei partecipanti al gruppo aveva emotivamente coinvolto anche Philip che giunge a svelare di sé: «“I miei pensieri persero la loro coerenza, le immagini inondarono la mia mente alla rinfusa: ricordi che avevo da tempo dimenticato. Rammentai qualcosa dei miei due incontri sessuali con Pam. Vidi il suo volto, non il volto di adesso, ma il volto di quindici anni fa, in modo straordinariamente vivido. Era radioso; volevo tenerlo fra le mani e…”
Philip era pronto a non trattenere nulla, non la sua viva gelosia, non la mentalità da cavernicolo di possedere Pam, nemmeno l’immagine di Tony con gli avambracci da Braccio di Ferro, ma fu sopraffatto da un massiccio attacco di sudorazione, che lo infradiciò completamente. Si alzò e uscì dalla stanza dicendo: “Sono fradicio, devo andare.”»
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Mia osservazione conclusiva:
Le indicazioni della “Cura Schopenhauer” svaniscono di fronte alla trasformazione che il dinamismo relazionale di un buon lavoro psicologico rende possibile “nell’esperienza immediata”.
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Luciano Provenzano
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Un altro mio articolo dedicato a un libro di Irvin Yalom >>>

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La Pasionaria di Mantova

Anna Poltronieri, Colorni di nascita, Poltronieri il marito, Alceo. Egli era andato via da qualche anno, e il suo atelier domestico era rimasto intatto. Anna era affacciata alla ringhiera della sede di Lotta Continua, nel ghetto di Mantova. Pomeriggio quasi novembre, 1976. Da appena un mese e mezzo io a Mantova, città per me completamente nuova, non conoscevo nessuno. A Padova si lottava insieme per il diritto allo studio, l’antifascismo,  una società più giusta, anche se da posizioni diverse; io da Cristiani per il Socialismo, Giovanni Franzoni, don Albino Bizzotto, Com Nuovi Tempi. “Lotta Continua” era  risentire quell’aria insieme. Non c’erano altri  nella sede, qualcosa ci dicemmo ad introdurre l’incontro, e poiché  dove lavoravo – la casa famiglia – non sarei potuto restare oltre ad alloggiare anche, le dissi della mia  urgenza a trovare casa. Un problema calato improvviso per il quale lei non aveva risposta. Ebbi ad insistere per ricavare almeno qualche indicazione. Le venne dell’atelier di Alceo dove lei non entrava da quando lui era andato via. Bella opportunità da non perdere. Vi entrai un po’ a fatica per la quantità di mobili, arredi e quadri. L’avrei sistemato, sicuro! Vi sarei rimasto qualche mese per trovare casa. Vi rimasi tre anni. Quella stanza divenne un habitat creativo e generatore d’amicizia. Di lì a pochi mesi con un bel gruppo di compagni si diede vita al Collettivo Politico Autonomo, e il Circolo Ottobre  di via Curtatone e Montanara ci venne imprestato come sede.  Anna era fra noi, con noi. Lei insegnava lettere in una scuola serale. Sempre immersa fra libri, aggiornatissima su attualità e politica; appena da un viaggio già pronta a programmarne un altro. Una mente aperta al nuovo, giovane anche se con anni sopraggiunti che non le sembravano. Serbava la gravosità dell’infanzia, per le leggi razziali subite dalla sua famiglia,  e gli stratagemmi per non incappare nelle maglie della persecuzione. La sua casa sempre aperta ad incontri di donne sui temi del femminismo. Quando all’orizzonte il riflusso e “il personale è politico” iniziava a scemare, lei si riciclò sulla socialità a tavola, inizialmente con l’osteria “il Bagatto” e poi a seguire con l’home restaurant  in quella stanza che era stata la mia. Ma sopraggiungeva per me il ritorno in Puglia e Mantova mi appariva lontana. Con Marilena scegliemmo di festeggiare in casa il nostro matrimonio, e invitammo Anna che gradì venire a cucinare per quella circostanza. Furono giorni intensi, con lunghe liste di ciò che occorreva e lei immersa nel da farsi. Che meraviglia di donna! La ringrazio ancora per la generosità di quel grande impegno! Nel 2011 venne un’ultima volta in Salento. Mi trovavo al Nord a fine maggio 2019. I suoi 90 anni. Lasciai tutto e volai – in treno – a Mantova. Con anche Mabia, Francesco e Alberto pranzammo insieme in un locale vicino casa. Fu l’ultima volta che la incontrai. Ricordarla ora è far fluire ancora la bella energia di cui lei è stata artefice. Ciao Anna!

(foto_montaggio: a sx il sottoscritto col sempre caro Sergio Morandini (Ciolo, 1985) che sembra scorgere Anna presso un negozio a Otranto (2011)

UN SORRISO DA IERI AD OGGI

Per i cento anni di don Vincenzo Calcagnile


Siate sempre grati verso chi ha guidato i vostri passi
nell’annunciarvi la Parola di Dio:
e, considerando il percorso della loro vita,
imitate la loro fede.
(Lettera agli Ebrei, 13,7)

Don Vincenzo Calcagnile festeggia cento anni; partecipo con gioia, per i miei cinque vissuti in seminario a Nardò, lui rettore, ed un’amicizia ad oggi.  Per valorizzare l’esergo ho dovuto sottacere una parola, in quanto la scritta è riferita a chi non è più in vita, mentre don Vincenzo è felicemente fra noi.

Ci sentiamo soprattutto per telefono, con telefonate essenziali, per le ricorrenze, non essendo egli molto loquace al telefono per quanto lo è invece nell’incontrarlo di persona. La più recente circa anno fa; il suo passo celere metteva alla prova il mio. Rievoca immancabilmente mia mamma che egli trovò a pregare nella cappella dell’ospedale di Nardò, aprile 1969, io sottoposto a intervento urgente per ulcera gastro-duodenale perforata con peritonite, il mio ‘68. Quattro ore e sarei volato in là se non soccorso in tempo!  Soffrivo da giorni, il medico diceva “gastrite”;  quella mattina per i dolori lasciai la scuola – primo piano – e mi rifugiai in camerata – secondo piano-; nel primo pomeriggio giunsero i miei genitori che decisero il ricovero, e don Giorgio mi prese in braccio ché non ce la facevo neppure arrivare in macchina. Mia mamma pregava rivolgendosi molto confidenzialmente al Signore Iddio, e don Vincenzo, ascoltato il tenore di quel dialogo, per non disturbare, preferì uscire. E me lo racconta ogni volta.

Più d’uno, anche preti, si lamentano ancora per la severità di quegli anni in seminario. A me resta il grande amore che ho ricevuto. Sono stati, per me, anni molto difficili fin dal primo giorno; avevo una infinita nostalgia di casa mia e piangevo ogni notte in segreto. Aspettavo con trepidazione i periodi di vacanza: natale, pasqua ed estate, e nel conteggiare i giorni vedevo quelle date future quasi impossibili.

Severità che don Vincenzo preferisce chiamare invece “fermezza”, e che era indispensabile, dice, “per garantire il buon ordine della vita in comune,” tante erano le diversità di carattere e di modi di essere di noi ragazzi.

Il pensiero di don Vincenzo di cui qui riporto alcuni stralci lo ricavo dall’intervento >>>   che egli svolse nel 2012 in occasione della presentazione a Nardò del libro di Alfredo Romano: “Piccoli seminaristi crescono” – ed. Negroamaro, di cui qui sono reperibili vari capitoli  >>> ; la mia recensione al libro >>>

“Trentasei anni in seminario, di cui dieci come padre spirituale e ventisei come rettore. (…) I ragazzi erano molto diversi fra loro: c’era chi aveva avuto una educazione di base in famiglia ma c’era anche chi non ne aveva avuta e noi dovevamo aver presenti tutti (….) C’era chi stava in seminario per farsi sacerdote ma c’erano anche ragazzi che non erano orientati a questa scelta ma ci stavano ugualmente e noi dovevamo tenerne conto.” Età quarant’anni, all’epoca, il rettore, e neppure trenta i due vice, con una bella responsabilità da gestire, e considerando che  talvolta anche fra loro  poteva insorgere “un confronto animato e non sempre convergente.”

Si era un bel numero in seminario in quegli anni: una ventina per ogni corso di prima, di seconda e di terza media, e un’altra ventina in tutto di quarto e quinto ginnasio, giacché nell’andare avanti qualcuno lasciava. Io ci rimasi cinque anni a Nardò e  poi altri tre di liceo a Taranto.

Don Vincenzo ricorda, egli studente,  la “cocula”, una palla di carte legate con spago con cui giocavano; poi quando, egli educatore, l’impegno a chiedere al sindaco di utilizzare il campo sportivo comunale il sabato pomeriggio; quindi al seminario nuovo con “il campo in casa”. Significativo ciò dell’evoluzione nell’organizzare  la vita del seminario. Ma “non sempre si può  soddisfare tutto quello che i ragazzi desiderano”, e questo vale anche oggi giacché spesso “i genitori non sanno che pesci prendere con i figli”, e se lasciano troppo fare  in assenza di regole “i figli diventano grandi ma restano bambini.”

A volte gli educatori possono “aver calcato la mano”, ma interiormente erano sempre animati da un “travaglio per camminare con i ragazzi, di capirli, di adeguarsi a loro (…) Dentro di noi c’era uno spirito molto diverso da quello che in apparenza poteva apparire o si può pensare.”

La vita insieme ha sempre una sua complessità, e se si comprende ciò “potrete comprendere anche le nostre debolezze, e assolverci se talvolta non siamo stati bravi come si desiderava”, chiede con umiltà.  E comunque: “Molti di coloro che da adulti  sono tornati per un saluto agli educatori di un tempo, hanno ringraziato per l’educazione ricevuta.”

Non sono fra coloro che ringraziano per quell’educazione; la “fermezza” era eccessiva; ma nel contesto del tempo la comprendo e soprattutto essa era compensata da un sentimento di bene che ho sempre avvertito essere alla base del rapporto e dell’opera dei “superiori” verso noi ragazzi.

“A volte giravo fra i banchi della sala studio mentre i seminaristi studiavano; lo facevo sì per controllare che loro studiassero e qualcuno mi chiedeva spiegazioni riguardo a quanto stava studiando, ma io leggevo il breviario e pregavo per loro, perché l’educazione non è solo opera umana ma è anche opera divina. È lo Spirito Santo che deve intervenire. E occorre pregarlo per chiedere luce per i propri figli. ‘Se le mie vedute devono cambiare fammele cambiare, e se il mio figliolo voglio che cammini meglio, aiutalo.’ Con questo spirito io stavo in mezzo a loro.” Questa confidenzialità con lo Spirito Santo, questo dialogo con l’Infinito, questa fede profonda è la vera ricchezza che ho ricevuto in Seminario, e da don Vincenzo. E di questo sì che lo ringrazio!

Luciano Provenzano

Foto, archivio di Alfredo Romano, anno 1964, gita di seminario, don Vincenzo segnato n. 6

La comunicazione assertiva

Comunicazione assertiva è fondamentalmente la comunicazione efficace;  ed è efficace una comunicazione allorquando soddisfa due ragioni essenziali relative, la prima, alla chiarezza  dei messaggi che vi scorrono, la seconda, nel rendere evidente il ruolo di ogni interlocutore all’interno della stessa nel suo svolgersi.

Il laboratorio interiore

Trasformare emozioni, sentimenti, stati d’animo, visioni del mondo, questo e tanto altro, quel che può avvenire nel laboratorio interiore. È magico questo laboratorio, nel senso vero del termine, di riuscire a trasformare in bellezza i metalli pesanti della quotidianità: odio e rancori, maldicenze, oscenità, rabbie, ed ogni altro gravame che incomba. Continua a leggere

Riflessismo, quel riflesso che rigenera la vita

 

È sbalorditivo come reciprocamente ci s’influenzi nelle relazioni interpersonali: sguardi e parole, gesti e silenzi ed ogni sussulto emotivo determinano a loro volta fluttuazioni emotive e reazioni automatiche di cui solo in piccola parte, e neanche sempre, ci si rende conto. È azione di riflesso che si determina da parte di sé stessi in ragione dell’insieme ambientale e della percepita azione altrui nel contesto relazionale condiviso. Continua a leggere

di emozione in emozione

Di emozione in emozione a piè sospinto, oggi più che mai: le si evoca ed esalta; emozioni sempre e ovunque, quasi scoperte  da poco appena: segno di modernità, al passo coi tempi:  musica, volti, tramonti e albe, circostanze varie; face book / instagram ed altro le riportano prossime, dal vivo. Continua a leggere

Rosa Casilli – COMUNIC-AZIONE

 

La comunic-azione scritta è l’azione di “mettere in comune”, attraverso un codice riconosciuto da chi scrive e da chi legge, un prodotto in lingua (italiana) che viaggia lungo un canale (e-mail), atto a mantenere viva la stessa comunicazione, tenendo presente che l’accento posto sul messaggio trasmesso, anche se in forma assertiva, di per sé si costituisce in funzione “poietica”(=creativa) del linguaggio ed implica un arricchimento reciproco nelle relazioni umane. Continua a leggere

Scrrrr…ivere

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autunno

Angosciante il momento di lasciare casa e mondo per entrare in scrittura. Incognita grande l’incontro con parte di me che emerge nell’attimo; e tutto il rielaborare, vedere se calza, quanto di entusiasmo e quanto di noia, e togliere e mettere. Volante automatico neanche per sogno; ogni parola misurata e calata ad hoc. Ma dipende anche da fasi. E questa è così, come prendere giuste misure, per un blog che si affaccia alla pubblica attenzione e che necessita di una vena in grado di vivicarsi costantemente. Continua a leggere