La Pasionaria di Mantova

Anna Poltronieri, Colorni di nascita, Poltronieri il marito, Alceo. Egli era andato via da qualche anno, e il suo atelier domestico era rimasto intatto. Anna era affacciata alla ringhiera della sede di Lotta Continua, nel ghetto di Mantova. Pomeriggio quasi novembre, 1976. Da appena un mese e mezzo io a Mantova, città per me completamente nuova, non conoscevo nessuno. A Padova si lottava insieme per il diritto allo studio, l’antifascismo,  una società più giusta, anche se da posizioni diverse; io da Cristiani per il Socialismo, Giovanni Franzoni, don Albino Bizzotto, Com Nuovi Tempi. “Lotta Continua” era  risentire quell’aria insieme. Non c’erano altri  nella sede, qualcosa ci dicemmo ad introdurre l’incontro, e poiché  dove lavoravo – la casa famiglia – non sarei potuto restare oltre ad alloggiare anche, le dissi della mia  urgenza a trovare casa. Un problema calato improvviso per il quale lei non aveva risposta. Ebbi ad insistere per ricavare almeno qualche indicazione. Le venne dell’atelier di Alceo dove lei non entrava da quando lui era andato via. Bella opportunità da non perdere. Vi entrai un po’ a fatica per la quantità di mobili, arredi e quadri. L’avrei sistemato, sicuro! Vi sarei rimasto qualche mese per trovare casa. Vi rimasi tre anni. Quella stanza divenne un habitat creativo e generatore d’amicizia. Di lì a pochi mesi con un bel gruppo di compagni si diede vita al Collettivo Politico Autonomo, e il Circolo Ottobre  di via Curtatone e Montanara ci venne imprestato come sede.  Anna era fra noi, con noi. Lei insegnava lettere in una scuola serale. Sempre immersa fra libri, aggiornatissima su attualità e politica; appena da un viaggio già pronta a programmarne un altro. Una mente aperta al nuovo, giovane anche se con anni sopraggiunti che non le sembravano. Serbava la gravosità dell’infanzia, per le leggi razziali subite dalla sua famiglia,  e gli stratagemmi per non incappare nelle maglie della persecuzione. La sua casa sempre aperta ad incontri di donne sui temi del femminismo. Quando all’orizzonte il riflusso e “il personale è politico” iniziava a scemare, lei si riciclò sulla socialità a tavola, inizialmente con l’osteria “il Bagatto” e poi a seguire con l’home restaurant  in quella stanza che era stata la mia. Ma sopraggiungeva per me il ritorno in Puglia e Mantova mi appariva lontana. Con Marilena scegliemmo di festeggiare in casa il nostro matrimonio, e invitammo Anna che gradì venire a cucinare per quella circostanza. Furono giorni intensi, con lunghe liste di ciò che occorreva e lei immersa nel da farsi. Che meraviglia di donna! La ringrazio ancora per la generosità di quel grande impegno! Nel 2011 venne un’ultima volta in Salento. Mi trovavo al Nord a fine maggio 2019. I suoi 90 anni. Lasciai tutto e volai – in treno – a Mantova. Con anche Mabia, Francesco e Alberto pranzammo insieme in un locale vicino casa. Fu l’ultima volta che la incontrai. Ricordarla ora è far fluire ancora la bella energia di cui lei è stata artefice. Ciao Anna!

(foto_montaggio: a sx il sottoscritto col sempre caro Sergio Morandini (Ciolo, 1985) che sembra scorgere Anna presso un negozio a Otranto (2011)

UN SORRISO DA IERI AD OGGI

Per i cento anni di don Vincenzo Calcagnile


Siate sempre grati verso chi ha guidato i vostri passi
nell’annunciarvi la Parola di Dio:
e, considerando il percorso della loro vita,
imitate la loro fede.
(Lettera agli Ebrei, 13,7)

Don Vincenzo Calcagnile festeggia cento anni; partecipo con gioia, per i miei cinque vissuti in seminario a Nardò, lui rettore, ed un’amicizia ad oggi.  Per valorizzare l’esergo ho dovuto sottacere una parola, in quanto la scritta è riferita a chi non è più in vita, mentre don Vincenzo è felicemente fra noi.

Ci sentiamo soprattutto per telefono, con telefonate essenziali, per le ricorrenze, non essendo egli molto loquace al telefono per quanto lo è invece nell’incontrarlo di persona. La più recente circa anno fa; il suo passo celere metteva alla prova il mio. Rievoca immancabilmente mia mamma che egli trovò a pregare nella cappella dell’ospedale di Nardò, aprile 1969, io sottoposto a intervento urgente per ulcera gastro-duodenale perforata con peritonite, il mio ‘68. Quattro ore e sarei volato in là se non soccorso in tempo!  Soffrivo da giorni, il medico diceva “gastrite”;  quella mattina per i dolori lasciai la scuola – primo piano – e mi rifugiai in camerata – secondo piano-; nel primo pomeriggio giunsero i miei genitori che decisero il ricovero, e don Giorgio mi prese in braccio ché non ce la facevo neppure arrivare in macchina. Mia mamma pregava rivolgendosi molto confidenzialmente al Signore Iddio, e don Vincenzo, ascoltato il tenore di quel dialogo, per non disturbare, preferì uscire. E me lo racconta ogni volta.

Più d’uno, anche preti, si lamentano ancora per la severità di quegli anni in seminario. A me resta il grande amore che ho ricevuto. Sono stati, per me, anni molto difficili fin dal primo giorno; avevo una infinita nostalgia di casa mia e piangevo ogni notte in segreto. Aspettavo con trepidazione i periodi di vacanza: natale, pasqua ed estate, e nel conteggiare i giorni vedevo quelle date future quasi impossibili.

Severità che don Vincenzo preferisce chiamare invece “fermezza”, e che era indispensabile, dice, “per garantire il buon ordine della vita in comune,” tante erano le diversità di carattere e di modi di essere di noi ragazzi.

Il pensiero di don Vincenzo di cui qui riporto alcuni stralci lo ricavo dall’intervento >>>   che egli svolse nel 2012 in occasione della presentazione a Nardò del libro di Alfredo Romano: “Piccoli seminaristi crescono” – ed. Negroamaro, di cui qui sono reperibili vari capitoli  >>> ; la mia recensione al libro >>>

Trentasei anni in seminario, di cui dieci come padre spirituale e ventisei come rettore. (…) I ragazzi erano molto diversi fra loro: c’era chi aveva avuto una educazione di base in famiglia ma c’era anche chi non ne aveva avuta e noi dovevamo aver presenti tutti (….) C’era chi stava in seminario per farsi sacerdote ma c’erano anche ragazzi che non erano orientati a questa scelta ma ci stavano ugualmente e noi dovevamo tenerne conto.” Età quarant’anni, all’epoca, il rettore, e neppure trenta i due vice, con una bella responsabilità da gestire, e considerando che  talvolta anche fra loro  poteva insorgere “un confronto animato e non sempre convergente.

Si era un bel numero in seminario in quegli anni: una ventina per ogni corso di prima, di seconda e di terza media, e un’altra ventina in tutto di quarto e quinto ginnasio, giacché nell’andare avanti qualcuno lasciava. Io ci rimasi cinque anni a Nardò e  poi altri tre di liceo a Taranto.

Don Vincenzo ricorda, egli studente,  la “cocula”, una palla di carte legate con spago con cui giocavano; poi quando, egli educatore, l’impegno a chiedere al sindaco di utilizzare il campo sportivo comunale il sabato pomeriggio; quindi al seminario nuovo con “il campo in casa”. Significativo ciò dell’evoluzione nell’organizzare  la vita del seminario. Ma “non sempre si può  soddisfare tutto quello che i ragazzi desiderano”, e questo vale anche oggi giacché spesso “i genitori non sanno che pesci prendere con i figli”, e se lasciano troppo fare  in assenza di regole “i figli diventano grandi ma restano bambini.”

A volte gli educatori possono “aver calcato la mano”, ma interiormente erano sempre animati da un “travaglio per camminare con i ragazzi, di capirli, di adeguarsi a loro (…) Dentro di noi c’era uno spirito molto diverso da quello che in apparenza poteva apparire o si può pensare.”

La vita insieme ha sempre una sua complessità, e se si comprende ciò “potrete comprendere anche le nostre debolezze, e assolverci se talvolta non siamo stati bravi come si desiderava”, chiede con umiltà.  E comunque: “Molti di coloro che da adulti  sono tornati per un saluto agli educatori di un tempo, hanno ringraziato per l’educazione ricevuta.”

Non sono fra coloro che ringraziano per quell’educazione; la “fermezza” era eccessiva; ma nel contesto del tempo la comprendo e soprattutto essa era compensata da un sentimento di bene che ho sempre avvertito essere alla base del rapporto e dell’opera dei “superiori” verso noi ragazzi.

A volte giravo fra i banchi della sala studio mentre i seminaristi studiavano; lo facevo sì per controllare che loro studiassero e qualcuno mi chiedeva spiegazioni riguardo a quanto stava studiando, ma io leggevo il breviario e pregavo per loro, perché l’educazione non è solo opera umana ma è anche opera divina. È lo Spirito Santo che deve intervenire. E occorre pregarlo per chiedere luce per i propri figli. ‘Se le mie vedute devono cambiare fammele cambiare, e se il mio figliolo voglio che cammini meglio, aiutalo.’ Con questo spirito io stavo in mezzo a loro.” Questa confidenzialità con lo Spirito Santo, questo dialogo con l’Infinito, questa fede profonda è la vera ricchezza che ho ricevuto in Seminario, e da don Vincenzo. E di questo sì che lo ringrazio!

Luciano Provenzano

Foto, archivio di Alfredo Romano, anno 1964, gita di seminario, don Vincenzo segnato n. 6