Sul senso del credere e pregare

Dire di preghiera è già pregare, “invocare con animo devoto e umiltà (…)” (D’Anna-Sintesi*); ed è questo un importante filo nella tessitura della mia esperienza. Se umiltà alla base la sorregge, già il semplice dire di essa la può tramutare in altro, come per quel tale nel tempio che si vantava nel praticarla(*). Rischio può ravvedersi nel minimizzare le contraddizioni del vivere, confidando in un porto sicuro. Ma nel mare aperto del vivere si è un po’ tutti, e se in qualche porto talvolta si giunge, è per temporanei approdi, e mai definitivi.

Avverto diffusa reticenza sull’argomento, quasi attenga esclusive “cose di chiesa”; e fra colleghi un altrettanto storcere il naso, quasi che psicologia e religione a braccetto non le si veda spesso né favorevolmente. Psicologia mira a dare spessore a personalità umana, a infondere sicurezza, prestigio, attitudine relazionale. Affidarsi a dio sarebbe contraddire tale intento, giacché si va a cercare in altri ciò che in sé andrebbe ricercato, e da sé da raggiungere. E, per di più, privi di sicurezza che dio invece offrirebbe; e con libertà condizionata, giacché oltre la sua la nostra non andrebbe; e sua perfezione con a fronte questa umana – da ammettere –imperfezione!

Due i fondamenti del sentimento religioso; uno psicologico: braccia materne_paterne che nel sostegno intimamante infuso al bimbo che giunge e cresce favoriscono, per lui, fiducia per ulteriore possibile sostegno nel procedere di vita. L’altro: elaborazione cognitiva nel guardare il mondo, nel percepire intensità sottesa a quanto appare, sull’onda di quel “Contengo in me qualcosa più grande di me!”, di Agostino.
Se piacevole e comprensibile il senso di luminosità e bene, alquanto arduo da cogliere quello di male e morte, con nel mezzo il dubbio se alla volontà di bene se ne opponga una di per sé malevola, o se banalmente questa sia conseguente a zone d’ombra d’esistenza. Ma una e l’altra ipotesi costituiscono comunque scacco per l’intento di bene, giungendo entrambe a contraddirne di fatto la sua infinitezza. Ma è in gioco in pari tempo volontà d’umano, questa mia_tua_nostra libertà, che vede luce e può andarvi verso; o con essa alle spalle, incamminati nel cono d’ombra che se ne produce.

Doti prodigiose di funzionalità ed equilibrio dei corpi viventi e dei ritmi cosmici di tempo e spazio sono da cogliere come perfezione in natura, espressione di un’essenza che le contenga in se per poterle rendere fattuali negli elementi in vita. Energia cosmica dotata di consapevolezza e volontà d’esserci e dare vita: Dio, perdona questo mio cercar di sapere di Te e ragionarvi intorno! Canto e preghiera, pacata propensione per un incontro possibile con l’alterità dell’Essere, il completamente altro da sé.
A garanzia che sia luce reale a dare orientamento e non visionari bagliori nel buio, è vita di comunità, chiesa, popolo che confessa un credere e pregare condiviso, un cammino insieme.

E questo spersonalizza? Può far sentire inferiori? Accodati? Incapaci di essere se stessi? Bisognosi di confondersi in una massa? Assoggettati ad un credo comune?
Questo “credo” è ricchezza mia grande e profonda. Lo vivo e lo nutro dall’infanzia. È dono del cuore dei miei genitori e persone care. Otto anni di seminario per esso. Per farmi prete. Me ne staccai; non lo rinnegai del tutto, ma si affievolì fino quasi a scomparire. Percorsi strade diverse, intense e bellissime, da neppure mai rinnegare; e luce vi era anche in esse, giacché anche intensità d’umano e sincerità d’amicizia lasciano trasparire luce nell’incontro degli occhi.
Ma mi mancava, ne sentivo il bisogno, dell’invocazione, della preghiera, del dire “Padre”, del ritrovarmi nel seno caldo ed accogliente di essere chiesa. Traversie varie e tante mi inducevano a ritenere utile e necessario il Pane di comunità: senza quel nutrimento dell’animo non sarei sopravvissuto, ne sentivo la profonda mancanza. E tornai ad inginocchiarmi, a dire “Padre perdonami”, e necessità di aprirmi alla luce. Colgo che non a Dio serve preghiera ma al cuore dell’uomo che con essa verso Lui si orienta, e apre finestra del proprio essere per poter farvi entrare luce.
Questa la preghiera laica di Martin Andrade nell’invocarla:

DISTRUZIONE DELLE TENEBRE

per ogni tristezza
soltanto la luce e il suo canto di cristallo

per ogni disperazione
soltanto la luce

per il perduto amore
non l’oscurità con i suoi coltelli
soltanto la luce

la luce
nel cuore del pane

nel miele
nel vino
soltanto la luce

(Martin Andrade, Sotto il ponte del tempo, Il laboratorio, Parabita, 2004 (*).

Questa l’invocazione di fede – da “Sequenza di Pentecoste” (*):

Vieni Santo Spirito,
manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce.

Vieni padre dei poveri,
vieni datore dei doni,
vieni luce dei cuori (…)

Perché luce e non buio? Anche fra ombre palpita vita: di molteplici animali notturni; di serrata terra in cui affondano radici vegetali; del tenebroso grembo che raccoglie l’intensità d’amore e l’annidamento dell’essere che si genera.
Si ha bisogno di luce, ma anche di buio. E si tratterebbe d’integrare il dire, partecipando con esso una maggiore completezza d’esperienza che altrimenti risulta monca, invalidando il senso dello stesso dire. Per altro, si suol dire, quando vi sia, “cattivo tempo”; che poi è grazie ad esso che viene la pioggia, e quanto ne sa per questo la mia “siticulosa Apulia (*)”!

Complementarietà fra buio e luce, come sarebbe fra bene e male? Rischio d’ingabbiamenti fra parole!

Colgo dimensioni variegate e diverse, intimamente in sé connesse ed intrecciate nell’umano: la gravità, come fattura e orientamento alla terra; la psiche, respiro e dimensione relazionale; lo spirito, facoltà di pensiero e di parola.
Già nel dirle le si coglie distinte, ma quell’intreccio le connette in sé come essenza unica e indissolubile.
E nonostante le si nutra insieme, si è colti per lo più da necessità di prediligerne una fra queste, per via di predisposizioni di carattere, modi come si è allevati e cresciuti, per convinzioni e orientamenti maturati con l’esperienza. Ma se tendenzialmente una fra le altre dimensioni può prevalere, da nutrire e sostenere sono le tre insieme, pervenendo a cogliere con consapevolezza l’interconnessione profonda in sé fra esse. Giacché in sé sono buio le tre distinte, dotate di vitalità ma non del tutto comprensibili in se stesse; ed è invece la reciproca profonda interconnessione che fa balenare il senso proprio di ciascuna e del loro comporsi in unità. Per questo, colgo, che con poesia e preghiera s’invochi luce.

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