Irvin Yalom, un segreto nella sua scrittura

Ogni libro di Irvin Yalom è per me un evento: dai primi, “La cura Schopenhauer”,  “Le lacrime di Nitzsche”, al capolavoro: “Il problema Spinoza”; e a seguire: “Il dono della terapia”, “Sul lettino di Freud”, “Creature di un giorno”, per arrivare al più recente pubblicato in Italia: “Il senso della vita”, tutti editi da Neri Pozza.

La buona riuscita di una scrittura va in corrispondenza della personalità dello scrittore, e segretamente mi chiedevo quale sia  la caratteristica fondante della personalità dell’Autore di sì belle e fondamentali opere. Mi c’imbatto in un passaggio del suo ultimo, mi fermo e non vado in là se, anzitutto, mi dico,  non vi scrivo in merito: mi sembra d’aver trovato tale fondante caratteristica. La narrazione è quella di “Un sorso di Southern Comfort”. Inquadratura iniziale sul setting di lavoro: “Per cinque anni ho diretto una terapia di gruppo quotidiana in un reparto psichiatrico”, questo in coincidenza anche con il suo prevalente incarico come docente presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Stanford.

Anche se il reparto aveva venti posti letto, ai miei incontri partecipavano pochi pazienti, a volte solo quattro o cinque”; ciò anche a motivo che chi partecipava doveva essere in grado di “avere un comportamento sociale”, mediante la consapevolezza di tre aspetti fondamentali: “ tempo, luogo e  persona.” Per chi non era in grado di orientarsi su queste tre dimensioni, vi era il “gruppo comunicazione” con “incontri più brevi, più strutturati e meno complicati.” Non che vi fosse neppure tanto entusiasmo a partecipare al gruppo da parte di chi ne aveva i requisiti: “Una scena molto più familiare è quella che precedeva il gruppo, il piccolo drappello di assistenti e di infermiere che galoppava attraverso il reparto, stanando i pazienti dai loro nascondigli, dagli armadietti, dai cessi, e sospingendoli come un gregge verso la stanza della terapia.

Un’efficace precisazione sulla differenza fra incontri di terapia con pazienti esterni (in altra struttura, evidentemente), che personalmente scelgono di accedere al gruppo e, quindi, alquanto motivati, mentre, “per contrasto, il panorama dei miei pazienti internati era un incubo: un continuo e rapido avvicendamento dei membri, frequenti crisi psicotiche (…) un livello tangibile di disperazione all’interno della stanza.” Questo, che si andava ad aggiungere a problemi organizzativi e burocratici del reparto e dell’organizzazione sanitaria nel suo insieme, come il fatto che “Ronald Regan con un colpo di mano audace e brillante aveva abolito  la malattia mentale in California non solo chiudendo i grandi ospedali psichiatrici statali, ma sradicando anche la maggior parte dei programmi di assistenza post-dimissioni.” A fronte di problemi di così vasta portata che esulano, per gli operatori sul campo, dalla possibilità di poterli in qualche modo controllare e gestire, l’autore adotta l’espediente di “piccolo è bello: stabilisci obiettivi ridotti, (…) se i pazienti della terapia di gruppo imparano semplicemente che parlare li aiuta, che essere vicini agli altri li fa sentire bene, che possono essere reciprocamente utili… è più che sufficiente.

Dopo mesi frustranti” per il continuo variare di presenze nel gruppo, ne scaturiscono delle considerazioni: “Domanda: qual è la prospettiva di vita di un gruppo di terapia nel reparto psichiatrico di un ospedale? Risposta: una sola seduta (…) e, nei gruppi da una sola seduta, mi sforzavo soltanto di offrire il meglio che potevo al maggior numero di persone possibile (…) trasformando il gruppo di terapia ospedaliero in una forma d’arte (…) cominciai a ‘scolpire‘ gli incontri di gruppo (…) Ai pazienti piacevano quegli incontri, il tempo passava rapidamente, vivevamo momenti teneri, eccitanti.

A seguire, l’organizzazione di tali incontri si modifica; a guidare i gruppi subentrano gli psichiatri del reparto; l’autore interviene solo per una settimana ogni tre mesi, per aiutare i medici che subentrano a svolgere quella modalità di incontri.

Dopo questa lunga introduzione sul carattere generale di tali incontri, l’Autore giunge al centro della narrazione, con la descrizione di un incontro. Egli quella mattina avverte una certa distanza dall’attività che deve svolgere, anche per via della madre deceduta appena due settimane prima. Entra quindi nella stanza della terapia, dove trova tre nuovi medici e cinque pazienti per i quali la caposala si era già premurata, per ciascuno, di descriverne al telefono la condizione. Un anziano con una malattia degenerativa dell’apparato muscolare che aveva tentato il suicidio; una donna paraplegica anche lei in quel reparto per tentato suicidio; quindi due giovani anoressiche; ed una donna anziana con le gambe paralizzate, a tratti agitata.

Avvia quindi il lavoro  disponendo  i pazienti in cerchio e invitando i tre medici presenti a sedersi dietro. Nell’indicare l’obiettivo del lavoro mirato ad aiutare i pazienti a «capire qualcosa in più della propria relazione con gli altri», egli è consapevole dell’inadeguatezza fra tale obiettivo e la loro condizione di gravità che, prima ancora di veder migliorate le relazioni interpersonali avrebbe bisogno di moltissime altre attenzioni sotto il profilo umano e sanitario, e alle  resistenze che da ciò facilmente scaturiscono nell’avviare il gruppo, l’Autore ha in serbo una risposta collaudata: nonostante il problema relazionale non sia la causa dell’attuale ricovero, «chiunque abbia vissuto un’angoscia psicologica significativa può trarre beneficio dal miglioramento del proprio modo di relazionarsi con gli altri.»

A  partire da tale considerazione, la narrazione si protrae quindi per 18 pagine sviluppando l’andamento dell’incontro con questi cinque pazienti, descrivendone il metodo di intervento, quello di far formulare ad ogni paziente un “ordine del giornoOdG –” ovvero un elenco delle situazioni personali che ciascuno avrebbe voluto prendere in considerazione, dettagliandone gli aspetti che vengono ad emergere, quali le esperienze che i pazienti manifestano, i dialoghi che intercorrono fra i presenti, con osservazioni a commento di quanto nel gruppo accade. Dopo averlo pertanto sviluppato, l’incontro volge al termine, col dialogo, nel gruppo, con una paziente: «Devo dirle Magnolia che questo è stato un incontro difficile ma stimolante (…) Siamo partiti dalla sua incapacità di lamentarsi (…) Il punto è che lei ha un sacco di dolore dentro di sé, e se impara a lamentarsene e a trattarlo ‘direttamente’ come ha fatto oggi, non lo dovrà esprimere in modo ‘indiretto’,  per esempio (…) persino con la sensazione di avere degli insetti sulla pelle.»

L’interazione ha smosso elementi emozionali e relazionali importanti all’interno del gruppo, e questa con Magnolia ne è un’ulteriore dimostrazione, come anche con gli altri pazienti nel gruppo, nel racconto considerati in precedenza.

Finito l’incontro, i pazienti vengo portati in degenza; c’è anche il capannello degli operatori:  «I medici interni non fecero che lodarmi. Erano rimasti favorevolmente impressionati soprattutto dal veder venir fuori qualcosa da quella che si era presentata come un’inezia. Nonostante lo scarso materiale e l’esigua motivazione dei pazienti, il gruppo aveva generato una considerevole interazione: alla fine dell’incontro, persone che perlopiù erano state fino a quel momento del tutto inconsapevoli dell’esistenza di altri pazienti nel reparto, erano reciprocamente coinvolte e preoccupate (…).» A confermare  il buon risultato dell’incontro provvede Sarah, la caposala: «Ha di nuovo fatto la sua magia, Irv (…).» Incontro pienamente riuscito, quindi. Potrebbe concludersi qui. L’autore prende la bici per tornarsene allo studio; avrebbe, dice a se stesso “validi motivi per essere soddisfatto del lavoro di quella mattina.” Mentre invece, riconosce: «La lode, che così spesso perseguivo, quel giorno non mi lusingava

La piega del discorso mi coinvolge sempre più. L’autore continua il dialogo interiore, considerando gli studenti presenti all’incontro: «Ai loro occhi offrivo interpretazioni «potenti, facevo funzionare la mia magia (…).» E giunge ad ammettere: «Ma io sapevo la verità: che cioè nel corso di tutto l’incontro mi ero arrabattato e avevo improvvisato alla meglio. Studenti e pazienti mi consideravano qualcosa che non ero, più di quanto fossi, più di quanto potessi essere. Mi venne in mente che sotto quest’aspetto io e Magnolia, l’archetipo della Madre Terra, avevamo molto in comune

Mi fermo e non andrò più avanti a leggere questo racconto, mi dico, finché non avrò scritto di aver finalmente trovato quello che da parte mia individuo come un segreto della personalità di questo grande Autore: la sua capacità autocritica, frutto di un cuore generoso: Grazie Irvin!

Luciano Provenzano

Foto: https://speakerpedia.com/speakers/irvin-d-yalom
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