42 anni, 10 mesi e un giorno

Simil_intervista sull’esperienza di quarant’anni di attività professionale, di cui oltre trenta svolta nei Consultori familiari: tanti gli aspetti positivi, ma altrettanti i limiti e  le difficoltà che richiederebbero una ripresa di entusiasmo per rilanciare questi servizi di frontiera, fondamentali per rispondere ai bisogni di salute dei cittadini

D- Ogni esperienza lavorativa merita attenzione, specie se è durata quarant’anni e passa: cosa ti rimane di più?
R-  La velocità con cui sono passati. Ho vivo il giorno in cui ricevetti la telefonata da Mantova per andare entro sera a lavorare in Casa Famiglia; era il 24 settembre 1976: la mattina ero appena arrivato a Padova da Parabita per cominciare l’ultimo anno di università. Chiamo casa per tranquillizzarli dell’arrivo, e mia madre mi dice che avevano appena chiamato da Mantova. Chiamai subito e mi dicono: “Entro sera abbiamo bisogno di un operatore.” Carico la valigia sulla lambretta e in due ore copro i 120 km.

D- Com’è che ti ritrovi a Mantova?
R- Vi ero andato in marzo per consultare il prof. Bruno Vezzani a cui avevo chiesto di fare la tesi, e mi aveva dato appuntamento al Centro Medico-Psico-Pedagogico in quella città, presso cui egli svolgeva consulenza. Mentre attendevo che lui mi ricevesse, avevo chiesto a Mariella, assistente sociale che vi lavorava, se vi fossero posti disponibili. E lei mi disse che in Provincia cercavano operatori per una casa famiglia dedicata all’inserimento sociale di alcuni ragazzi de-istituzionalizzati. Provvidi a lasciare la domanda in quell’Ente, e dopo sei mesi ebbi la chiamata.

D- Senza neppure la raccomandazione?
R- Assolutamente no. Valse che nel curriculum risultava il lavoro che avevo fatto nelle precedenti stagioni estive nel Comune di Reggio Emilia, con la specificazione che in quelle esperienze era prassi consolidata l’inserimento sociale di ragazzi con difficoltà.

D- A Reggio Emilia come ci eri arrivato?
R-  Fu una ragazza di Comunione e Liberazione, che, uscendo da una chiesa, e parlando di lavori per studenti, mi disse che d’estate a Reggio c’era l’opportunità di fare gli educatori presso le case di vacanza comunali. Spedii subito la domanda e mi chiamarono per uno stage preparatorio e poi lavorai per tre stagioni: anni ‘74, ’75 e ’76: bellissime! Di rilievo: lì conobbi Cesare Padovani, personaggio di grande cultura e umanità, amicizia intensa e genuina durata finché è vissuto, anno 2014.

D- Quindi grazie a Reggio Emilia arrivi a Mantova.
R- E grazie a Mantova arrivo a Parabita 7 anni dopo, 1983, giacché gli anni di Mantova costituiscono un buon  viatico per il concorso  presso il locale consultorio familiare. Un concorso bandito nel 1979 ed espletato  nel 1982; ci avevo quasi perso le speranze. Ma alla fine venne fatto. Il telegramma di nomina a metà febbraio mi dava 30 giorni per assumere l’incarico. Scelsi di arrivare l’8 marzo, non a caso: i consultori li aveva chiesti i Movimenti delle donne degli anni ’70; erano loro i bisogni e le istanze maggiori!

D- Il messaggio di fine carriera?
R- Anzitutto un grazie a tutte le persone che ho incontrato in questi anni, utenti e colleghi. Il messaggio è che o si cresce insieme o non si cresce affatto. Ho cercato sempre di vedermi anche dalla parte di chi mi era di fronte: cosa prova, cosa sta vivendo questa persona per la situazione che la sta riguardando? Che aiuto gli può servire e che io gli posso dare? Istituzionalmente il ruolo dell’operatore consultoriale oscilla fra due tipologie di mandato: da un lato si è chiamati a dare una mano alle persone in difficoltà; dall’altro si è preposti a fare delle valutazioni, allorquando vi siano carenze di tutela, o situazioni di rischio. Il margine fra queste due modalità è sempre alquanto esile, e la buona riuscita del lavoro sta nel riuscire a tenerle in costante equilibrio, che una non diventi prevalente sull’altra. Mai giudicare di più rispetto a soccorrere. E il soccorso è sempre in funzione di un cambiamento che è necessario che avvenga rispetto alla difficoltà che emerge.

D- Momenti difficili?
R- Ce ne sono stati: ad esempio convincere un genitore che, rispetto a delle gravi difficoltà familiari l’aiuto migliore per il figlio in quel momento era di inserirlo in una casa-famiglia. Quindi mai l’inadeguatezza familiare come motivo della scelta. Un figlio non andrebbe mai tolto a dei genitori. È da una valutazione fatta insieme ai genitori che dovrebbe derivarne, per delle situazioni di grave necessità, che la casa-famiglia venga riconosciuta come l’aiuto migliore per il figlio, in una certa fase della vita.

D- Un terreno accidentato, questo, e comunque, soprattutto di competenza dei servizi sociali comunali.
R- Nell’83 i Comuni che nella nostra Provincia avevano il servizio di assistenza sociale erano pochissimi, quasi nessuno. I consultori hanno svolto e svolgono ancora buona parte del lavoro  di aiuto alle famiglie che competerebbe ai Comuni. Le equipe consultoriali, sono più complete, essendo dotate anche dello psicologo, e quindi possono avere maggiori competenze per intervenire in determinate situazioni. Si dovrebbe lavorare in sinergia fra servizi. Questo avviene, ma dovrebbe avvenire un pochino di più.

D-  La soddisfazione più grande di questi anni?
R-  Tante, veramente; ogni incontro, ogni giornata ha riservato delle cose belle. Ho sempre cercato una motivazione nel lavoro, per la funzione del servizio in cui ho operato. Ho avuto sempre qualcosa da fare; posso dire di non aver sprecato neanche un minuto. Volgere al bene anche le contrarietà.  I momenti di vuoto li ho riempiti scrivendo del mio lavoro, delle situazioni incontrate, per ragionarci su, per elaborare progetti; relazionare in merito alle cose che si venivano a svolgere.  Non mi sono mai stancato neanche per un attimo. Se in questo tipo di servizio ci si stanca vuol dire che non si sta lavorando bene. Se ci si stanca, la stanchezza andrà a ricadere sulla prossima azione, sul prossimo incontro, e allora è finita. Occorre riuscire a rielaborare l’esperienza e a neutralizzare ogni contrarietà, e ripartire nuovi ogni momento.

D-  Quale invece il cruccio maggiore?
R-  Mi sarebbe piaciuto far nascere un sito web dei consultori familiari, a livello regionale o della  nostra ASL; e dal 2007 avviai una ricerca di disponibilità istituzionale in tal senso. Vendola mi scrisse che era personalmente d’accordo, ma mi inviò nei meandri burocratici dove la proposta si disfece.  Ripiegai creando in proprio socialefecondo, che rimane, ad oggi,  una bottiglia nell’oceano per le esperienze e le documentazioni incluse.

D-  Che significa lavorare in una istituzione?
R-  Significa avere molte opportunità, a iniziare dal prestigio che essa può offrire nel presentare ogni iniziativa che si avvia e nel qualificarti professionalmente. Ma allo stesso tempo essa presenta il rischio di restare  intrappolati nei labirinti burocratici che possono divorare l’entusiasmo di esserci e di lavorare. Come pagare il giusto tributo alla burocrazia senza lasciarsi divorare da essa è la scommessa per salvaguardare se stessi, la propria dignità professionale e dare valore al proprio lavoro. Si è costantemente in bilico; e rifugiarsi nel burocraticismo per evitare di cadere in errore è un errore maggiore.

D-  Burocraticismo, un peggiorativo?
R-  L’eccesso di mentalità e impostazione burocratica è burocraticismo. Una specie di malattia da cui più d’uno nelle istituzioni è affetto, purtroppo. Se questo è comprensibile per gli uffici tecnici, per i consultori familiari il burocraticismo è la completa sconfitta, la fine.

D- Che problemi  ti lasci irrisolti?
R-  Il personale dei consultori è oggi lo stesso di 25 – 30 anni fa, epoca in cui si avviarono la maggior parte di questi servizi. Quindi, operatori con tali anni in più sulle spalle, mentre  le disfunzioni e le inadeguatezze dei servizi permangono. Se all’inizio si aveva la speranza che le situazioni migliorassero, oggi prevale la rassegnazione e l’acquiescenza. Il primo problema è pertanto come ridare entusiasmo a operatori che da tanti anni sviluppano progettualità e interventi su situazioni di forte criticità sociale, in assenza di piani condivisi d’intervento, dove la risorsa maggiore è costituita dalla buona volontà dei singoli.

D-  Praticamente che cosa potrebbe servire domattina ai consultori di cui eri responsabile?
R-  Ad esempio una segreteria telefonica. Un utente che chiama i consultori rischia per giorni di non trovare nessuno, perché gli operatori impegnati in viste mediche, screening, colloqui, interventi all’esterno, non possono rispondere. E se alla chiamata di una donna per una visita ginecologica risponde l’assistente sociale, questa dirà di richiamare perché l’agenda di quel servizio non la gestisce lei. Il disservizio è lì in agguato. A Casarano una segreteria telefonica  con un numero dedicato ce l’avevamo, ma per risparmiare su quell’utenza da qualche mese se ne è decisa la soppressione. Sarà anche un risparmio per la ASL; ma certamente un’opportunità in meno di orientamento degli utenti fra i Servizi.

Luciano Provenzano

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